Il mal di mare gaetano

Il mare ci costeggia e ci assedia da tutti i lati. Difatti alcuni che non se ne intendono di geografia ma che forse percepiscono la verità metafisica delle cose ancora credono di sapere che i gaetani siano abitanti di un’isola. E i gaetani sono sempre lì a smentire e smussare, quasi per rivendicare un’incompiutezza, poiché Gaeta – come l’Italia tutta – è una penisola, una “paene insula”, una quasi isola. E gli altri però insistono a chiedere del mare, com’è il mare a Gaeta? Ma chi lo conosce, il mare. Fa capolino tra i vicoli ormai svuotati di pescatori, irrompe ai passeggeri dei treni reduci dalle curve montagnose, scintilla come una maiolica blu se ti affacci dalla vecchissima strada di collina tra Itri e Sperlonga, tra ulivi e tornanti dal sapore andaluso, si specchia nel trofeo delle bandiere blu che sventolano come un meritato riconoscimento sopra la folla degli stabilimenti balneari, scivola pigro se invece lo cogli dal lungomare con il suo nuovo pavimento bianco già sporcato. I turisti appena arrivano si perdono: qualsiasi strada prendano, verso nord o verso sud, in salita o in discesa, sempre finiscono per trovarselo davanti. Colori che diventano esplosioni e vortici, voli acrobatici d’uccello e paura di cadere dal precipizio di roccia e cielo, come dentro una tela enorme di Cy Twombly, il pittore americano che di fronte a questo mare veniva a misurare la sua luce e il suo spazio, respirando a pieni polmoni, passando le ore davanti alla sua finestra, osservando il mare che, diceva, sembra sempre lo stesso ma non è mai lo stesso.

Tuttavia i gaetani di mare non sanno davvero se il loro mare conviene più amarlo o sopportarlo. «Ma perché il mare è di genere neutro in tedesco, maschile in italiano, femminile in francese, quando si sa che dai tempi dei tempi è legato alla madre?» si chiedeva la scrittrice Fabrizia Ramondino, che un giorno uscirà dal mare di Gaeta e si accascerà sulla spiaggia senza più rialzarsi. Per i vecchi “gliu mar” era sempre un compare di cui fidarsi poco mentre la città era la donna da cui tornare. Come la Madonna di Portosalvo con il suo mantello azzurro e i capelli biondo ramato, sublimazione di tutte le madri, le mogli, le fidanzate che aspettavano a terra, scrutando l’orizzonte nascosto dietro le case del borgo. La chiamano ancora “la Madonna nostra” ogni volta che ad agosto scende dai vicoli e si imbarca per mare, colei a cui anche chi non crede vedendola passare guarda almeno un attimo negli occhi, perché a Gaeta un parente, fidanzato o amico che in mare ci lavora ce l’hanno tutti. Tutto è cambiato eppure ogni anno, la seconda domenica di agosto, una comunità intera si assiepa sulle banchine della Peschiera, sui moli, sui pontili e sulle barche per abbracciare il proprio mare.

Le sole facce di gaetani rimaste uguali nel tempo, come cento e più anni fa, sono quelle dei veri gaetani di mare, i pescatori della Peschiera. Le stesse rughe, le stesse movenze, gli stessi visi segnati dal sale e dalla fatica. Gli stessi odori di onde, di alghe e di venti provenienti da chissà dove, rimasti appiccicati addosso ai pescherecci che rientrano placidi nel porticciolo. Negli occhi le avventure che potrebbero raccontare ma preferiscono tacere. Il progresso c’è stato. Prima per mare ci si andava con le lampare. Si usciva di notte e giunti al largo si spegnevano i motori, si accendevano le luci e si aspettavano le bolle d’aria salire a galla: erano i pesci che arrivavano sotto la barca. Poi la rete li circondava tutti, il sacco si chiudeva e il pescato veniva tirato a bordo. Ora le barche sono più grandi e più attrezzate; si pesca con le reti a strascico a miglia dalla costa, si esce in piena notte e si rientra al tramonto successivo. Il progresso c’è stato ma le facce, quelle, sono le stesse. Ed è la stessa anche la Peschiera, che ogni giorno da cent’anni almeno assiste alle partenze delle barche e al loro ritorno.

È tutto il resto del mare e dei suoi abitanti a essere cambiato. Il mare su cui banchettano i padroni del pontile petroli, il mare degli allevamenti ittici voraci, il mare sovraffollato delle navi da crociera, il mare dei migranti che molti vorrebbero veder affondare, il mare delle rendite balneari dei padroni delle spiagge, il mare trasformato in bagnarola in cui d’estate galleggiano e pisciano gli animali d’entroterra e di città. E allora si capisce quanto le città di mare desiderano la terra, comprano la terra, si snaturano e si sviliscono sulla terra, che è comunque ferma e sicura come la rendita, di fronte a quel mare agitato e mosso come il rischio dell’impresa. Così negli anni dello sviluppo economico le mogli dei marittimi e dei pescatori gaetani accumulavano mattoni e appartamenti, rifugio sicuro e immobile su cui si è fondata buona parte dell’economia locale basata sulle rendite più che sull’imprenditoria.

Nella più primordiale delle simbologie il mare è l’utero, è il grembo della madre, è l’origine del mondo, è l’umore dell’amplesso. Secondo lo psicanalista postfreudiano Sàndor Ferenczi anche la pulsione sessuale «dopo la catastrofe del prosciugamento dei mari», dopo l’emersione delle terre, è «un sostituto della vita acquatica perduta», una «lotta per procurarsi l’umidità che sostituisce l’oceano». Per fortuna, appunto, ci resta il mare. Basta infilarci dentro una mano e le gocce scorrono lungo le dita, e di nuovo giù, mischiate a tutte le altre. Mi bagno, dunque sono.

Il mare ci costeggia e ci assedia da tutti i lati. Difatti alcuni che non se ne intendono di geografia ma che forse percepiscono la verità metafisica delle cose ancora credono di sapere che i gaetani siano abitanti di un’isola. E i gaetani sono sempre lì a smentire e smussare, quasi per rivendicare un’incompiutezza, poiché Gaeta – come l’Italia tutta – è una penisola, una “paene insula”, una quasi isola. E gli altri però insistono a chiedere del mare, com’è il mare a Gaeta? Ma chi lo conosce, il mare. Fa capolino tra i vicoli ormai svuotati di pescatori, irrompe ai passeggeri dei treni reduci dalle curve montagnose, scintilla come una maiolica blu se ti affacci dalla vecchissima strada di collina tra Itri e Sperlonga, tra ulivi e tornanti dal sapore andaluso, si specchia nel trofeo delle bandiere blu che sventolano come un meritato riconoscimento sopra la folla degli stabilimenti balneari, scivola pigro se invece lo cogli dal lungomare con il suo nuovo pavimento bianco già sporcato. I turisti appena arrivano si perdono: qualsiasi strada prendano, verso nord o verso sud, in salita o in discesa, sempre finiscono per trovarselo davanti. Colori che diventano esplosioni e vortici, voli acrobatici d’uccello e paura di cadere dal precipizio di roccia e cielo, come dentro una tela enorme di Cy Twombly, il pittore americano che di fronte a questo mare veniva a misurare la sua luce e il suo spazio, respirando a pieni polmoni, passando le ore davanti alla sua finestra, osservando il mare che, diceva, sembra sempre lo stesso ma non è mai lo stesso.

Tuttavia i gaetani di mare non sanno davvero se il loro mare conviene più amarlo o sopportarlo. «Ma perché il mare è di genere neutro in tedesco, maschile in italiano, femminile in francese, quando si sa che dai tempi dei tempi è legato alla madre?» si chiedeva la scrittrice Fabrizia Ramondino, che un giorno uscirà dal mare di Gaeta e si accascerà sulla spiaggia senza più rialzarsi. Per i vecchi “gliu mar” era sempre un compare di cui fidarsi poco mentre la città era la donna da cui tornare. Come la Madonna di Portosalvo con il suo mantello azzurro e i capelli biondo ramato, sublimazione di tutte le madri, le mogli, le fidanzate che aspettavano a terra, scrutando l’orizzonte nascosto dietro le case del borgo. La chiamano ancora “la Madonna nostra” ogni volta che ad agosto scende dai vicoli e si imbarca per mare, colei a cui anche chi non crede vedendola passare guarda almeno un attimo negli occhi, perché a Gaeta un parente, fidanzato o amico che in mare ci lavora ce l’hanno tutti. Tutto è cambiato eppure ogni anno, la seconda domenica di agosto, una comunità intera si assiepa sulle banchine della Peschiera, sui moli, sui pontili e sulle barche per abbracciare il proprio mare.

Le sole facce di gaetani rimaste uguali nel tempo, come cento e più anni fa, sono quelle dei veri gaetani di mare, i pescatori della Peschiera. Le stesse rughe, le stesse movenze, gli stessi visi segnati dal sale e dalla fatica. Gli stessi odori di onde, di alghe e di venti provenienti da chissà dove, rimasti appiccicati addosso ai pescherecci che rientrano placidi nel porticciolo. Negli occhi le avventure che potrebbero raccontare ma preferiscono tacere. Il progresso c’è stato. Prima per mare ci si andava con le lampare. Si usciva di notte e giunti al largo si spegnevano i motori, si accendevano le luci e si aspettavano le bolle d’aria salire a galla: erano i pesci che arrivavano sotto la barca. Poi la rete li circondava tutti, il sacco si chiudeva e il pescato veniva tirato a bordo. Ora le barche sono più grandi e più attrezzate; si pesca con le reti a strascico a miglia dalla costa, si esce in piena notte e si rientra al tramonto successivo. Il progresso c’è stato ma le facce, quelle, sono le stesse. Ed è la stessa anche la Peschiera, che ogni giorno da cent’anni almeno assiste alle partenze delle barche e al loro ritorno.

È tutto il resto del mare e dei suoi abitanti a essere cambiato. Il mare su cui banchettano i padroni del pontile petroli, il mare degli allevamenti ittici voraci, il mare sovraffollato delle navi da crociera, il mare dei migranti che molti vorrebbero veder affondare, il mare delle rendite balneari dei padroni delle spiagge, il mare trasformato in bagnarola in cui d’estate galleggiano e pisciano gli animali d’entroterra e di città. E allora si capisce quanto le città di mare desiderano la terra, comprano la terra, si snaturano e si sviliscono sulla terra, che è comunque ferma e sicura come la rendita, di fronte a quel mare agitato e mosso come il rischio dell’impresa. Così negli anni dello sviluppo economico le mogli dei marittimi e dei pescatori gaetani accumulavano mattoni e appartamenti, rifugio sicuro e immobile su cui si è fondata buona parte dell’economia locale basata sulle rendite più che sull’imprenditoria.

Nella più primordiale delle simbologie il mare è l’utero, è il grembo della madre, è l’origine del mondo, è l’umore dell’amplesso. Secondo lo psicanalista postfreudiano Sàndor Ferenczi anche la pulsione sessuale «dopo la catastrofe del prosciugamento dei mari», dopo l’emersione delle terre, è «un sostituto della vita acquatica perduta», una «lotta per procurarsi l’umidità che sostituisce l’oceano». Per fortuna, appunto, ci resta il mare. Basta infilarci dentro una mano e le gocce scorrono lungo le dita, e di nuovo giù, mischiate a tutte le altre. Mi bagno, dunque sono.