Pubblicato sulla Gazzetta di Gaeta – Numero 4 – È qui la festa? (novembre 2021).
Tutto cominciò con una fontana. Dovessimo descrivere un prima e un dopo, una data e un evento destinato a fare da spartiacque nella storia recente della città di Gaeta, dal punto di vista della sociologia, dell’antropologia e perfino dell’urbanistica, non avremmo dubbi. Prima e dopo la fontana. Chiunque abbia frequentato la cittadina tirrenica negli ultimi anni non avrà dubbi sulla fontana di cui stiamo parlando: si tratta di quella che troneggia in piazza della Libertà, alla confluenza del corso e del lungomare. Inaugurata il 29 ottobre 2016 l’opera nacque con un manifesto di sobrietà quasi mistica, con venature ambientaliste: al centro della fontana, progettata dall’architetto Davide Di Cola, fu svelata la scultura del maestro Ruggiero Di Lollo, artista da anni residente a Gaeta, intitolata “Monumento a san Francesco e i gabbiani”, alla cui base è riportato l’incipit dell’Enciclica Laudato Sì di Papa Francesco sulla cura del pianeta come casa comune. «È il modo – dichiarò il sindaco Cosimino Mitrano – in cui la città vuole affermare, con forza e consapevolezza, che fa suo l’invito di san Francesco e del Santo Padre alla cura e alla tutela delle risorse naturali e paesaggistiche del proprio territorio. Un bene prezioso da valorizzare e tramandare alle future generazioni in tutta la sua meraviglia». L’accenno ai giochi di luce e acqua che avrebbero arricchito la “fontana artistica” fu accolto quasi in sordina, come una nota di colore di secondaria importanza. Il santo, piegato con la schiena all’indietro dalla presenza di questi enormi volatili, forse gabbiani, che si appoggiano sulle sue braccia, in una posa che a qualche critico impietoso ricorda più il terrificante film Gli uccelli di Alfred Hitchcock che le pie vicende del povero frate di Assisi, da lì a poco ne avrebbe viste letteralmente di tutti i colori. Questo fontanone, che si sarebbe potuto avvistare tal quale negli anni novanta in cittadine tipo Jesolo, Milano Marittima o Desenzano del Garda, si ritrovò in breve tempo circondato da folle di migliaia di persone provenienti addirittura da paesi e regioni limitrofe, tutte ansiose di vedere lo spettacolo a base di canzoni ultrapop fatte risuonare al ritmo degli ugelli e dei riflettori colorati. Evento clou da cui si dipanava – e si dipana tuttora – il percorso di luminarie, proiezioni, mercatini e intrattenimenti vari che, dalla fine di ottobre alla metà di gennaio di ogni anno, va sotto il nome di Favole di luce.
Che piaccia o meno questo sberluccicante evento, che lo si consideri uno spreco di denaro pubblico o la formula vincente per l’economia turistica cittadina, una macchina di meraviglie per grandi e piccini oppure una terribile cafonata, perfino nell’ipotesi di essere tra coloro che ancora non si capacitano come non si sia avverata la profezia dell’ex sindaco e allora consigliere di opposizione Antonio Raimondi quando dichiarò «ma figuriamoci chi è quel pazzo che dirà alla moglie scema “cara, ti porto a Gaeta a vedere la fontana”», ebbene comunque la si pensi non si può negare che a Gaeta il concetto di “festa” abbia compiuto negli ultimi anni un salto di qualità. La festa, l’intrattenimento, l’evento sono diventati l’ethos e il topos, come direbbero i bravi studiosi, della vita sociale e del disegno, anche urbanistico, della città. Come nel 1960 la demolizione a colpi di dinamite dei residui bastioni del quartiere medievale per far posto al nuovo lungomare rappresentò l’ingresso di Gaeta nell’era moderna, l’inaugurazione della fontana è l’emblema dell’ingresso di Gaeta, sempre con gli anni di ritardo e la foga imitativa che caratterizzano il rapporto della provincia verso il resto del mondo, nel puro postmoderno. Alla fontana è seguita infatti la realizzazione di opere pubbliche e restyling che hanno cambiato in buona parte il placido volto della nostra città come l’avevamo sempre conosciuto: dal nuovo lungomare all’utilizzo massiccio della pietra bianca al posto dei tradizionali elementi scuri e lavici, dal predominio delle palme sulle altre specie arboree fino al ridisegno delle piazze e delle grandi arterie cittadine. Tutte opere attese da anni ma che sembrano progettate con lo stesso pensiero che guida la realizzazione delle luminarie: non importa che ci sia un legame con il contesto storico e paesaggistico del luogo oppure che si individui una coerenza stilistica e narrativa in ciò che si progetta, l’importante è che il tutto sia – diciamo così – facilmente instagrammabile. Cosicché, trovando la giusta luce e angolazione, inserendo il filtro più adatto, ecco che nello scorrere con il dito sullo schermo dello smartphone quello scorcio di Serapo può sembrare davvero Miami Beach al tramonto, e quei giochi di luce e acqua vista mare possiamo davvero giocarceli come se stessimo nei pressi del Burj Khalifa di Dubai e non davanti la merceria La Primula.
D’altra parte, che le città generino dei messaggi era una convinzione a cui era giunto già Roland Barthes, che scriveva: «La città è un discorso, e questo discorso è realmente un linguaggio», e dello stesso avviso erano d’altronde anche altri semiologi come Umberto Eco o Jurij Lotman. Il fenomeno cui stiamo assistendo negli ultimi anni, in varie città del mondo, è una progressiva ludicizzazione degli spazi urbani, una realtà nella quale l’amministrazione della città somiglia sempre più alla direzione artistica di un parco divertimenti, progettata non per governare i cittadini ma per intrattenere residenti e visitatori. Forse era preveggente lo scrittore e filosofo Aldous Huxley quando prevedeva un controllo sociale regolato dalle piacevolezze piuttosto che dalle pene. Chi in fondo non ha mai pensato, tornando a casa dal lavoro o uscendo per una passeggiata, di fronte alla sfilata di figuranti e bambini in maschera che puntuale come un orologio svizzero partiva alle cinque di pomeriggio con tanto di sigla sparata in loop dagli altoparlanti sul corso («sulle ali della fantasia una musica di magia, qui da noi la festa no non finirà») di non essere per caso finito a Disneyworld o anche solo al Rainbow Magicland di Valmontone? Se però le Favole di luce sono destinate ad essere rimosse alla fine della stagione, come innocue scenografie di cartapesta, diverso è il discorso per le modifiche dell’architettura cittadina che invece sono destinate a restare, segnando il paesaggio cittadino almeno per una generazione. Gli esempi sono vari e sotto gli occhi di tutti. La pietra bianca di varia fattura ormai onnipresente, sul lungomare Caboto, nella passeggiata di via Buonomo, nelle strade e piazzette esterne al borgo, in via Marina di Serapo, perfino nel restauro di un vicolo di via Indipendenza, è ormai il segno distintivo della Gaeta degli ultimi anni che rovescia secoli di storia di una città costruita su tonalità scure, architetture difensive che fossero il residuato di povertà popolari o di servitù militari, a favore di un bianco accecante (almeno dove non già sporcato o rovinato a pochi anni, o mesi, dall’inaugurazione), quasi pugliese. Il progetto di riqualificazione di via Bausan e del molo Santa Maria, con gli alberi rimpiazzati da vele ombreggianti artificiali che ricordano quelle della nuova fiera di Milano però inserite nel cuore nobile del quartiere medievale. Il piccolo centro commerciale, che ha meritoriamente dato nuova vita all’area dell’ex stabilimento Genepesca abbandonato da anni nel quartiere Piaja, costruito sul mare ma dando le spalle al mare, come se fosse su una tangenziale qualunque. Le grandi piazze viste solo come potenziali distese asfaltate e assolate di parcheggi, forse perché «non c’è bisogno di piazze là dove tutti vanno solo in macchina o solo a piedi, dove gli spazi sono troppo ampi o troppo angusti, dove ognuno sta per conto proprio o si pigia in un ammasso indistinto, che è la stessa cosa» (Alfredo Agustoni, Sociologia dei luoghi ed esperienza urbana, 2000). Le corsie delle strade ristrette e le belle ma talvolta bislacche piste ciclabili, a ricordarci ogni giorno una vita idilliaca da vacanzieri o agiati pensionati che molti residenti non possono permettersi. L’utilizzo degli alberi più come effetto speciale d’arredamento che come elemento vivo del paesaggio, per cui si è proceduto a liquidare vetusti pini e platani in favore di palme americane svettanti ma poco ombreggianti, aiuole fiorite da località termale, ulivi secolari e bonsai rinchiusi dentro vasi a forma di tazzina di caffè in verità già visti alla Sonrisa, l’albergo ristorante in provincia di Napoli reso famoso dal docureality televisivo Il boss delle cerimonie.
Al di là del gusto estetico sempre soggettivo e della riuscita delle singole operazioni architettoniche, un dubbio s’insinua: a chi e cosa è destinata questa città? A una festa a cui i residenti saranno invitati o che si limiteranno a guardare da lontano, al massimo come comparse? L’economia turistica, oltre un certo livello, non lascia scampo: all’orizzonte si intravede la città simulacro, vista come spazio museale da spettacolarizzare, come mero supporto scenico al turismo o al consumo di marca. Per questi obiettivi può bastare solo una piccola porzione di spazio urbano, quella che meglio si presta alla valorizzazione estetica e commerciale, alla ripulitura ad uso e consumo dei consumatori-turisti. Gli americani la chiamano gentrification, per rendere meglio l’idea nelle nostre zone potremmo chiamarla “sperlonghizzazione”: una città con un numero di residenti dimezzato, un borgo storico svuotato dalle abitazioni a favore di seconde case, bassi della nonna trasformati in affittacamere arredati Ikea per Airbnb, negozi di souvenir, prodotti tipici oppure merci in cui il nome della città diventa esso stesso brand di richiamo, bar e ristorantini dall’aria hipster. Vista sotto questa luce anche la nuova passeggiata di via Buonomo, che se percorsa d’estate in ore diurne può dar luogo a serie insolazioni, acquista un senso come spazio già pronto per future movide serali con un calice di spritz in mano. E tuttavia se questa ambizione quasi romagnola di farcela si fonde con l’atavico senso di inferiorità della nostra popolazione, spesso travestito da mugugno, il risultato può essere deleterio. Invece di valorizzare se stessi si finisce per costruirsi un’identità posticcia. Ecco l’estetica del parco divertimenti, il kitsch urbanistico: le piazze di Gaeta rimodellate come le piazze finte di un outlet sulla Pontina, il Corso o via Indipendenza viste come la Main Street di un parco divertimenti tipo Gardaland, l’arredo urbano del lungomare progettato nello stile da “non luogo turistico” stile Sharm El Sheik. Ecco l’ossessione provinciale di definire la città sempre in rapporto ad altre realtà ed altri immaginari. Qui una volta si provò a collezionarle tutte, queste definizioni surreali: Gaeta come Salerno (per le luminarie); Gaeta come Trento (per i mercatini di Natale); Gaeta come Los Angeles (per l’illuminazione a Led); Gaeta come Pechino (per l’idea poi evaporata dei “ciclo taxi”); Gaeta come la Svizzera (per le aiuole pulite); Gaeta come Rimini (per il veglione di Capodanno in piazza); Gaeta come la croisette di Cannes (si disse, senza traccia di ironia, all’inaugurazione della nuova via Buonomo). Il risultato è una città decontestualizzata rispetto alla sua storia e alla sua identità – che pure basterebbero e avanzerebbero – ma perfettamente in linea con un immaginario e un gusto estetico medio, generalista, suburbano, all inclusive, postmoderno. «Una via di mezzo tra Disneyland e un borgo medievale» così lo scrittore Antonio Scurati in un articolo sulla Stampa del 2006 definì l’outlet di Serravalle Scrivia. Viene da pensarlo anche oggi, aggirandosi tra una Torre Eiffel sperduta e solitaria in mezzo ai resti dell’ex vetreria e una piramide luminosa con tanto di sfinge all’ombra del campanile romanico bizantino della Cattedrale di Sant’Erasmo. È qui la festa?
