Su le mani

Gerardino Pascali, per tutti e per sempre Dino Pascali, si è fermato all’improvviso, proprio come fanno i dj e i vocalist alle feste, col vecchio trucchetto di bloccare la musica per un istante e poi fare alzare tutti insieme le mani al cielo. E tutti sono rimasti così, con la musica spenta, le braccia che stanno per alzarsi al cielo e un po’ di ricordi stupidi e provincialissimi. Chi è cresciuto a Gaeta tra gli anni Ottanta e Novanta, per esempio, ricorda che non si poteva stare in casa e non si poteva uscire, non si poteva andare al mare e non si poteva fare la spesa nei negozi, non si poteva parlare con la mamma mentre faceva le pulizie di casa il sabato mattina e non si poteva andare in macchina, insomma non si poteva far niente in quel periodo senza che risuonassero le voci e i suoni di Radio Spazio Blu. E su tutte la voce in crescendo del buon Dino Pascali, voce marpiona e suadente, voce da “su le maniii”, voce da anni Ottanta e Novanta in purezza per i ragazzini di provincia che cercavano la scusa per andare a ballare in piazza senza l’ipoteca di un santo patrono o di un festival pseudo-culturale, ma solo per Corona, Alexia, Gigi D’Agostino e poi Please don’t go. Si era adolescenti provinciali molto prima dell’epoca delle sopracciglia spinzettate e soprattutto della moda, che pure fatalmente ci colpì, del sopracciglio alzato.

Dino, Erasmo, Max, Livio: persone tranquille, spesso con un impiego statale e una famiglia a carico, tutti però traviati da una malìa irresistibile, da una passione capace di diventare lavoro oppure rimpianto. Appartenevano alla generazione che visse l’adolescenza negli anni Settanta, mentre in Italia esplodeva il fenomeno delle “radio libere”. Un trasmettitore, un’antenna e il gioco era fatto. Ci si contendeva la registrazione delle pubblicità dei negozi per mille lire l’una. Si mettevano in onda i dischi da dedicare alle ragazze con la voce migliore che si aveva. Ci si sentiva onnipotenti anche se si arrivava al massimo a Minturno col segnale. La radio, per qualcuno di loro più tardi anche la televisione, è stata il più adulto dei loro giochi, la più infantile delle loro imprese.

Oggi si può vederli ancora, dove c’è da suonare in piazza, col mixer audio e la consolle. Qualcuno di loro ci ha ripensato, dopo aver mollato il posto fisso, coi figli cresciuti, è tornato a fare le serate. Sempre a cento all’ora anche se l’orologio spesso è impietoso e le notti sono popolate di nuove creature, fantasmi che prima non c’erano. Una malattia, come una malattia fu la disco music degli anni Settanta, «Commodores, Real Thing, Whispers, Delegation, Kool & the gang, roba nera», nera come i neri in divisa da marines che circolavano per il paesone di mare, appena scesi dalle navi della base americana, in cerca di bar, locali notturni, incontri.

Di quella compagnia uno solo ce l’aveva fatta davvero, aveva svoltato verso l’empireo dei grandi club di tutta Europa e pure di New York, salendo i gradini della musica elettronica, arrampicandosi sui ritmi house, ed era Claudio Coccoluto. Al negozio del padre, “Coccoluto Elettrodomestici”, molte famiglie gaetane si comprarono il primo impianto hi-fi, quello che ancora oggi troneggia in alcuni salotti. Su le mani chi da ragazzino non ha detto alla madre: è un po’ uno spreco se alla fine lo usi solo per ascoltarci Eros Ramazzotti su Radio Spazio Blu. Coccoluto, il dj, era tornato in un Capodanno di qualche anno fa a Gaeta, per una festa in piazza che raccontano epica, con la consolle sul balcone del vecchio municipio nel quartiere medievale. C’è una foto che li ritrae insieme, lui e Dino, sorridenti con la folla che balla nella piazza lì sotto, come due vecchi reduci di mille notti.

Pascali, con la complicità del suo amico sindaco che gli aveva dato la delega ai “grandi eventi”, si era pure inventato gli show alla “fontana artistica” di San Francesco. Lui con lo stesso inconfondibile tono di una serata in disco nel 1995 lanciava il Cantico delle CreatureChildren di Robert Miles, Grande Amore del Volo, Can’t stop the feeling di Justin Timberlake, Nessun dorma di Pavarotti, Come un pittore dei Modà, mentre gli zampilli della fontana, con la statua di San Francesco in mezzo, si muovevano e coloravano al ritmo della musica, con finale di fuochi d’artificio. Risultato: il pienone tutte le sere pure dai paesi limitrofi. La cosa, nel suo insieme, era così kitsch e smisurata da rasentare il sublime, almeno agli occhi dei ragazzi cresciuti ascoltando Radio Spazio Blu, non più bisognosi di rinnegare quelle notti adolescenziali passate a ballare Blu degli Eiffel 65. Una volta qualcuno glielo disse: «Dino, siamo fortunati a stare a Gaeta oggi, fossimo stati di Parigi o di New York per vedere la fontana e la tua capa pelata ci voleva l’aereo».

Viene sempre da chiedersi se l’entusiasmo straboccante dei dj e degli animatori sia vero, e quanto debba essere grande lo sforzo di non pensare: che orrore questa gente, che orrore questo mondo, fuggiamo, o almeno facciamo la faccia dello sconforto. Come la forza che serve per resistere alla tristezza delle feste quando la musica si spegne e tutto finisce, il precipizio dopo la botta di adrenalina, la malinconia dell’alzarsi per lavorare il giorno dopo, solo con l’incrollabile certezza che tanto ci sarà un’altra festa da qualche parte, qualcosa in fondo che assomiglia alla fede.