Monte Tortona

Posati lungo il fianco della collina, i palazzi di Monte Tortona sembrano pacchi dimenticati da un postino frettoloso. Quando furono costruiti, negli anni Settanta del Novecento, la città era un fervore di gru e cantieri, tutti avevano fame di case e non erano mai sazi, gli appartamenti si edificavano, si accumulavano e si mettevano in dispensa come il grano prima dell’inverno, i palazzi nascevano uno a fianco all’altro, attorno a stradine strette di campagna che dalla sera alla mattina venivano promosse senza grandi modifiche ad affollate arterie urbane, le camere di campagna in collina o vicino al mare diventavano villette di due e pure tre piani presto condonate, e mentre il meraviglioso centro storico medievale veniva abbandonato a se stesso si compravano case nuove per figli che poi sarebbero emigrati altrove e per villeggianti che avrebbero avuto sempre meno tempo e meno soldi per venire in vacanza, seconde e terze e quarte case destinate a restare vuote, disabitate, inavvicinabili, fino al paradosso certificato di una città che nel corso degli ultimi decenni ha aumentato gli immobili e diminuito gli abitanti.

I palazzi di Monte Tortona invece si sono riempiti subito e non si sono svuotati mai: erano le case per chi non poteva permettersi di comprarle e nemmeno di affittarle, realizzate per dare alloggio a quel ceto popolare e svantaggiato che altrove non trovava spazio.

I caseggiati hanno l’aspetto anonimo del dormitorio, sono privi di elementi architettonici degni di nota, restano sprovvisti di servizi e di manutenzione, talvolta hanno subìto lo scarso attaccamento di chi ci abita. E tuttavia sono uno degli ultimi esempi di edilizia popolare statale, quando ancora il tema sociale della casa era degno di attenzione, prima di venire per sempre ignorato dalla politica e dalle amministrazioni pubbliche. Forse per questo fu deciso di costruirle così lontane da tutto, dagli occhi e dal cuore, nella periferia della periferia. Non si incontrano turisti a Monte Tortona, e per anni anche i gaetani dei quartieri centrali e più rinomati si guardavano bene dall’andarci. Lo chiamavano, sorridendo sarcastici, “il Bronx”. Di Monte Tortona meglio non parlare, tranne alla vigilia delle elezioni quando per i politici locali ogni Cenerentola diventa principessa se dotata di certificato elettorale. Negli anni i residenti hanno dovuto combattere con le loro sole forze più di una battaglia per ottenere un’illuminazione pubblica per le strade, una segnaletica, un centro di ritrovo, un parco.

Gaeta, vista da qui, è un bellissimo ma lontano fondale. Chi si affaccia si trova davanti agli occhi il panorama della piana di Arzano con i depositi abbandonati dell’Eni, cinquanta ettari di fertile e rigoglioso terreno che furono sacrificati alla raffineria di petrolio. Erano gli anni della grande ubriacatura industriale, quella che trasformò molti contadini in operai e poi molti operai in disoccupati. Così un giornale locale benediva la costruzione di quel modernissimo castello di torri alluminiate a opera di una grande società del nord, pronto a sollevare dalla servitù della gleba gli abitanti più poveri della città:

Vinceranno come giustizia vuole i più: quelli cioè disposti a cedere una fetta di cielo per dare una fetta di pane ai propri figli. Essi, anche se nessuno lo ha loro detto, sanno che le vie del petrolio sono le vie del progresso che portano al benessere, alla civiltà. I popoli più evoluti sono quelli che respirano aria di petrolio, quelli impastati di olii minerali, che però hanno abbastanza sapone per nettarsi e burro in abbondanze per cibarsi.

Un giorno, si diceva, i gaetani viaggiando sulle autostrade incontreranno i benzinai che vendono la benzina “Golfo” e capiranno quanto sono fortunati. La benzina Golfo nessuno la vide ma quel che resta della raffineria, monumento alle illusioni umane figlie del loro tempo, è ancora lì, da Monte Tortona si vede benissimo, molto meglio che dal centro.