Arrivo a Genova e penso ai giorni di luglio in cui guardavo al futuro con ostinata e affettuosa fiducia. Avevo appena finito gli esami di maturità. Di sera vedevo film in bianco e nero, di giorno scrutavo costumi molto colorati. Ogni tanto mi dedicavo a questa cosa strana e nuova che si chiamava “blog”, scrivendo parole impalpabili su schemi luminosi per destinatari ignoti. Facevo il vice bagnino in una spiaggia di Gaeta, in certi pomeriggi pigri e afosi. Cambiava il governo e finiva la scuola: sia io che la maggioranza del Paese – pur pensandola diversamente – ci attendevamo qualcosa, nuovi miracoli perlomeno. E a un certo punto di quell’estate che trasudava indecifrabili attese, “qualcosa cambierà, vedrai che cambierà”, si poteva davvero essere incerti se andare alle barricate o andare al mare.
Noi stavamo al gioco. E sì, c’erano barricate, striscioni e scritte ovunque. Ma su quegli stessi muri Megan Gale continuava a sorridere, impassibile. E sì, in strada risuonavano Manu Chao e Bella Ciao, ma la melodia che usciva più spesso dalle finestre era un’altra.. Facevamo castelli di sabbia in una stagione movimentata, ma li tenevamo così, mezzi disfatti, un po’ approssimativi, innaffiati di bei pensieri. Poi qualcuno cominciò a dire che si andava alla guerra e per questo si cimentò con scudi di pexiglass, manganelli televisivi, proiettili veri. Quel luglio lì non presi nessun treno per Genova, e ci mancò poco. Forse mi andò bene, forse mi mancò. Finii per rimanere un pomeriggio davanti a uno schermo, quando Carlo Giuliani morì, a chiedermi in che Paese vivevo. Come se prima si fosse scherzato, e ora non si potesse più scherzare. Fino a che è punto era andato il gioco? Allora le telecamerine raccontarono tutto, ma oggi un videofonino potrebbe far vedere l’immagine del carabiniere che spara già un secondo dopo.
Il mondo poi ha girato velocemente, pericolosamente, fin troppo. L’autunno la scuola non ricominciò, e in un pomeriggio senza compiti, in attesa di iniziare l’università, due aerei centrarono due torri a New York. La globalizzazione aveva preso una svolta che nessuno si aspettava. Ma quell’estate un po’ psicotropa la continuammo a passare tra suoni di canzonette stupide che ascoltavamo alla radio e brandelli di sevizie e torture e calci in mezzo alle gambe che leggevamo sui giornali, che raccontavano di una caserma italiana di periferia dove per 48 ore “sembrava di essere in Cile”, anche se noi in Cile non ci siamo mai stati, o non eravamo nemmeno nati. Rivedemmo quel cartello appeso in una scuola, “non lavate questo sangue”. E intanto le radioline cantavano ancora quella canzoncina lì: “Tra la terra e il cielo e in mezzo ci sei te, a volte è solo un velo, un giorno, un fulmine, se hai dato, dato, dato, avuto, avuto, avrai, oggi è già piovuto, dove sei, dove sei, dove sei. Dammi tre parole…”.
