I cocci sono rotti, da tempo immemorabile ormai, e nessuno ha più la forza di rimetterli insieme. La vecchia vetreria Avir (Azienda Vetreria Italiana Ricciardi) è una fabbrica abbandonata nel mezzo della città, tra la spiaggia e il corso. Il rito di passaggio di ogni ragazzino gaetano è scavalcare quel cancello. La ciminiera di mattoni rossi svetta nel panorama, la si può considerare a tutti gli effetti il terzo campanile gaetano: dopo quello civile del Municipio e quello religioso della Cattedrale, ecco il campanile che fu per decenni quello dello sviluppo industriale e della classe operaia ma che ormai è il campanile simbolo dei rimpianti e delle occasioni perdute.
Da troppi anni Gaeta esibisce questo monumento alla sua incompiutezza, dente cariato nel mezzo del suo sorriso sbilenco. Le stanze abbandonate sono piene di vecchi cartellini, timbri scoloriti, nomi ingialliti di operai e impiegati, riviste impolverate che narrano delle mirabili e progressive sorti della tecnica, brochure con tutte le indicazioni per fabbricare la bottiglia perfetta. Le piante si mangiano la sagoma dei palazzi, i ballatoi si perdono nell’edera. I capannoni sono stati scarnificati dall’amianto che li ricopriva, e il loro scheletro di ferro trema e cigola nel vento portato dal mare. Sulla vecchia cisterna il profilo di un’aquila nera che spicca il volo, disegnato da una mano ignota. La ciminiera pare l’albero maestro in faccia al mare di questo relitto spiaggiato che nessuno riesce a espugnare.
Ogni tanto arriva qualcuno che con grandi gesti delle braccia e delle mani vorrebbe urlare “aria! aria!”, vagheggiando di abbattere palazzi e montarozzi, ciminiere e ferrovie, tutto giù per terra! Via, via, come un insediamento mediorientale in mezzo ai cannoni. Via, via, immaginando per quei ventiseimila metri quadri hotel e centri congressi, musei e grattacieli, parchi e piscine. Ma sempre interviene qualcuno più ragionevole, magari un avvocato, invitando a stare calmi, a non agitarsi troppo. Perché tra ricorsi e controricorsi, Procure, Tar e Cassazioni, il cammino è disseminato di pezzi di vetro con cui è facile farsi male. E c’è sempre la saggezza popolare a ricordare che non conviene aspettarsi nulla di buono dal futuro, e allora se pure qualcuno mettesse mano alla vetreria sicuramente ne verrebbe fuori qualcosa di peggio, persino di più brutto di queste macerie, guai a fidarsi al giorno d’oggi. Sta di fatto che non ci crede più nessuno. Quelli che vogliono resuscitare il cadavere della vetreria gaetana per far ricominciare a correre la stanca economia della città fanno sempre pensare a quel tizio che tanto tempo fa andò in televisione, a Portobello, a spiegare che per fare sparire la nebbia in Val Padana bisognava spianare le Alpi.
Tra i cocci rotti della vetreria aleggiano fantasmi di tutti i tipi, quelli dei vecchi operai ma pure dei nuovi criminali con le loro mire. Tant’è che, a detta di alcuni, una sorta di maledizione si abbatte su chiunque si metta in testa di ripulire e far rinascere a nuova vita quelle rovine. Come su un foglio di carta bianco, ognuno ci disegna quello che vuole. Prati o palazzi, alberi o quattrini, liberismi o statalismi. Compriamola, anzi espropriamola, regaliamola a Berlusconi, oppure all’emiro del Quatar. Facciamoci un grande centro commerciale, no ma che dici facciamoci un parco verde con tanti fiorellini, anzi meglio un grande residence, case su case, ma sei matto, oppure un campo da tennis, ma no, buttiamo già qualcosa di chimico e facciamoci un rave. Il massimo che succede è che qualche sindaco intraprendente ogni tanto apre il cancello dopo l’ennesimo accordo o dissequestro, si fa riprendere mentre ci cammina dentro come fosse il primo uomo appena sceso sulla Luna, poi fa tagliare l’erba e ci apre un parcheggio a pagamento per i bagnanti a luglio e agosto. Intanto, sempre nuovi ragazzini scavalcano le inferriate arrugginite e vanno a vedere cosa c’è lì dietro. Se ancora avanza una bottiglia da spaccare sulla testa di questo paese pietrificato.
I cocci sono rotti, da tempo immemorabile ormai, e nessuno ha più voglia di pagarli. Pezzi di ceramica, pezzi di vetro, pezzi di carta, pezzi di cemento, pezzi di occhi che si guardano indietro. Fischietto mentre mi infilo nella strettoia di un cancello rotto della vecchia vetreria. Una fabbrica abbandonata nel mezzo della città, tra la spiaggia e il corso. Di fianco c’è la vecchia stazione, che corre lontano dalle case abitate, verso ponti e campagne coi suoi binari morti, seppelliti sotto il catrame delle cose dimenticate, dei viaggi rimandati e dei treni perduti. Su un pezzo di binario ora hanno aperto un piano bar, fanno dei karaoke stonati fino a notte fonda. Sul piazzale dove c’erano i treni fanno il mercato ogni mercoledì, e ogni tanto arriva qualche circo un po’ sgarubbato con un paio di elefanti e qualche clown. Da lontano, la ciminiera della vetreria è una delle tre cose che saltano agli occhi nello skyline del paesone gaetano. Le altre due sono il campanile della cattedrale e la torre del municipio. In mezzo c’è tutto il resto: tielle avariate e piccole arguzie smarrite, un luogo di mare sgovernato e disilluso.
Eppure che strana questa città che esibisce con tanta noncuranza questo monumento alla sua incompiutezza, questo dente cariato nel mezzo del suo sorriso sbilenco. Le stanze abbandonate sono piene di vecchi cartellini, timbri scoloriti, nomi ingialliti di operai e impiegati. Scovo una rivista di quarant’anni fa dedicata alle mirabili e progressive sorti della tecnica e una brochure con tutte le indicazioni per fabbricare la bottiglia perfetta. Le piante si mangiano la sagoma dei palazzi, i ballatoi si perdono nell’edera. I capannoni sono scarnificati dall’amianto che li ricopriva, e quando ci cammino sotto sembra che la loro ossatura di ferro arruginito calzi a pennello sulla sagoma verde di Monte Orlando. Chissà come c’è finita, appoggiata a un muro decrepito, una bicicletta nuova, rosa.
Avvoltolato nella sciarpa deliro quindi di abbattere palazzi e montarozzi, ciminiere e ferrovie, tutto giù per terra! Via, via, come un insediamento mediorientale in mezzo ai cannoni. Aria, aria, grido in faccia ai miei amici più ragionevoli che invece mi invitano a stare calmo, a non agitarmi troppo. Perché non conviene aspettarsi nulla di buono dal futuro, e allora stai sicuro che se mettono mano alla vetreria sicuramente ne verrà fuori qualcosa di peggio, persino di più brutto, guai a fidarsi al giorno d’oggi. Ma ormai non ci crede più nessuno. Quelli che vogliono resuscitare il cadavere della vetreria gaetana per far ricomiciare a correre la città fanno sempre pensare a quel tizio, ve lo ricordate?, quello che andò a Portobello a spiegare che per fare sparire la nebbia in Val Padana bisognava spianare le Alpi.
Ogni passo tra i cocci rotti e le sterpaglie della vetreria è un passo nell’anima incompiuta di Gaeta, una sinfonia di sogni marciti dalla salsedine e vecchie porte che sbattono. Mentre fuori dalle mura della vetreria, ricorperte di cocci di vetro, cominciano a tirare i primi venti di campagna elettorale. Un’altra tornata elettorale per aspiranti governatori di questo paese indiavolato. Come a ogni elezione sono tutti d’accordo: bisogna restituire questo spazio ai cittadini. È come un foglio di carta bianco, e ognuno ci disegna quello che vuole. Prati o palazzi, alberi o quattrini, liberismi e socialismi. Come vede la vetreria, un po’ come vede il mondo. Facciamoco un negozio, no ma che dici facciamoci un parco verde con tanti fiorellini, anzi no meglio un grande residence, case su case, ma sei matto, oppure un campo da tennis, ma no, buttiamo già qualcosa di chimico e facciamoci un rave. Sempre sulla china tra interessi pubblici e affari privati, tra prati e cemento, vizi e virtù. E come sempre, all’orizzonte, riecheggia quel destino quasi antropologico che, da decenni, è cautela e furbizia, paura di contare sulle proprie forze, incapacità di mettere insieme un progetto per il futuro. Paura atavica quella gaetana, di restare sotto assedio. E sotto assedio ci siamo rimasti, proprio adesso. Adesso che non c’è più nessuno. Adesso che la fortezza rischia di diventare il deserto dei tartari.
Così le elezioni si susseguono, i sindaci passano, i governi cadono, i vestiti cambiano. Molti vorrebbero un sindaco che buttasse giù la ciminiera con una bomba, come quel sindaco degli anni Sessanta fece con le vecchie mura borboniche. Altri sono affezionati alla ciminiera, e vorrebbero conservarla per sempre, come rimpianto svettante del tempo andato, come monito che si staglia sul futuro limaccioso. Intanto, sempre nuovi ragazzini scavalcano il cancello e vanno a vedere cosa c’è lì dietro. Se ancora avanza una bottiglia da spaccare sulla testa di questo paese pietrificato.
