La Littorina

Un piazzale, due rotaie annegate nell’asfalto, un fine corsa, due palme. Qui dove ora c’è un parcheggio un tempo c’era una stazione ferroviaria. La scritta a caratteri maiuscoli “Gaeta” è rimasta sulla palazzina rosso scuro ora diventata un bar, giustappunto chiamato “Old Station”.

Qui si fermavano i treni. Si fermavano e non andavano più avanti, ché questo era il capolinea, e poi più avanti nemmeno si poteva andare ché c’era il mare. A un certo punto non caricavano più viaggiatori ma soltanto damigiane e bottiglie. Arrivavano lì, davanti alla fabbrica del vetro, a due passi dalla spiaggia, e poi via indietro, verso chissà dove. Poi le cose sono cambiate, la fabbrica chiusa, il treno sparito, e le rotaie seppellite dall’asfalto. Sono passati quarant’anni. È rimasto un piazzale grigio e lungo come una pista di atterraggio, il più grande e il più grigio della città. Ma nuove forme di vita nascono sempre anche nel grigiore dell’abbandono. Nella palazzina dei viaggiatori, come detto, c’è un bar dove le sere d’estate certe comitive di ragazzine si lanciano in karaoke disperati fino a notte fonda. A cavallo delle rotaie ogni mercoledì spunta fuori il mercato settimanale. Una macchia colorata fatta di gente, tendaggi, scarpe, frutta, verdura. Se passasse un treno li prenderebbe tutti in pieno ma il treno non passa e qui è un’esplosione di voci, suoni e rumori; come una stazione vera, solo in mezzo alle banane e ai caciocavalli. Fino a qualche anno fa in un angolo del piazzale c’era pure il campetto di bocce. Lo frequentavano i più anziani e ogni tanto si aggregava pure qualche giovane che aveva perso il lavoro. C’erano dei tavolini per giocare a carte e un gabbiotto per ripararsi in caso di pioggia. Dall’altro lato del piazzale alcuni ragazzi avevano tirato su un circuito per lo skateboard. Pedane di legno, trampolini, barre di ferro da starci in equilibrio. Poi i vecchi che giocavano a bocce e a carte si sono diradati pian piano, mentre i ragazzini si sono presto stufati pure della moda dello skate, anche perché gli abitanti dalle case vicine si lamentavano sempre del baccano.

Di riattivare la vecchia ferrovia se ne riparla da anni. Nel 1966 chiuse il servizio passeggeri, sostituito dagli autobus presto finiti incolonnati nel traffico. Nel 1981 chiuse anche il servizio merci, una volta venuta a mancare la vecchia vetreria. Ogni tanto qualche sindaco promette la riapertura della ferrovia, con una nuova stazione ricca di scalinate, palmizi e fontane come nemmeno ad Abu Dhabi, da dove i turisti verranno accolti da una catapulta automatica che li proietterà direttamente sotto l’ombrellone della spiaggia che hanno prenotato, o sul comodo lettino del centro benessere a quattro stelle che sorgerà al posto della vecchia fabbrica. Ma il treno dei desideri, cantava quello, nei miei pensieri all’incontrario va. E oggi per andare da Gaeta a Formia c’è la strada litoranea che costeggia il mare e per un tratto del suo percorso si infila dentro le due città. Ci passa il traffico leggero, ci passa il traffico pesante, ci passano gli autobus della Cotral, ci passano i turisti, ogni tanto ci passa pure il Giro d’Italia.

Addormentate sotto l’asfalto o le erbacce, le rotaie indicano ancora la loro vecchia direzione. La Littorina, si chiamavano così i vecchi treni di provincia, si infilava dentro gallerie di campagna, sfiorava uliveti ora diventati case popolari, sfilava sui Venticinque Ponti da film western, scompariva sotto il crinale degli Aurunci, raggiungeva Formia e in origine addirittura proseguiva fino a Sparanise. Ci sono le case, per un pezzo, a costeggiare il tracciato. Se ripassasse un treno da qui, anche una metropolitana leggera di superficie, si potrebbe guardare cosa hanno fatto per pranzo le signore del primo piano.

Quanti vagoni, quante persone e quante bottiglie sono passate di qua. Ora la vegetazione ha invaso le traversine, i campi un tempo coltivati sono pieni di erba alta. Canto di cicale e di scarpate. Vicino ai serbatoi della vecchia raffineria Agip spuntano i binari e le rotaie nuove di zecca, i lavori di riattivazione della linea erano finiti a metà ma all’improvviso ecco nuovi cartelli freschi di stampa che annunciano un nuovo appalto già aggiudicato.

Si sa come vanno le cose da queste parti: prima di ogni elezione sembra che i lavori tanto attesi stiano quasi per partire, si mostrano studi di fattibilità, si srotolano progetti, si prefigurano tracciati. Ferrovie, strade pedemontane, pontili di attracco, eliporti, aeroporti. Mentre l’oratore di turno parla pare già di sentire le escavatrici e i martelli pneumatici all’opera sul crinale delle colline fuori città. Naturalmente non sta scavando nessuno ma la suggestione spesso è quella che conta. A furia di parlare di grandi progetti che mai verranno fatti ci si dimentica delle incombenze di tutti i giorni tipo curare i giardini, riparare i lampioni, rattoppare le buche stradali, costruire i parcheggi. E se le cose nuove non si riesce a farle si può sempre cambiare nome a quelle vecchie. Per esempio, il primo giugno 2012 i gaetani riuscirono in un autentico colpaccio: convinsero le Ferrovie dello Stato a rinominare la stazione di Formia in stazione di Formia/Gaeta, con grande scorno dei formiani. Eppure per chi arriva in treno da nord, passata la stazione di Fondi, quando il treno supera la galleria di Itri, non c’è bisogno di cartelli per dire che si sta arrivando a Gaeta. Basta la luce che all’improvviso riempie il vagone del trenino regionale, accecando i passeggeri sempre accaldati o infreddoliti, mentre verrebbe voglia di rompere i finestrini col martelletto dell’emergenza per respirare il panorama che si apre, il sole che sbatte sull’acqua increspata, i palazzi, le navi e gli allevamenti di cozze, la colata di alberi e campanili del promontorio che come una balena spunta in mezzo al mare. Si vorrebbe volare nel blu dipinto di blu, e invece tocca prendere la Litoranea.