Baudismo

Quelli che sono famosi in televisione quando li incontri hanno la particolarità di non sembrare veri, come se assumessero una diversa consistenza, a metà tra le onde elettromagnetiche e la gommapiuma. Li si è avuti così tanto tempo in casa, sulla credenza della cucina o sul mobile buono del salotto, tra le nonne e gli amici, da ragazzini in pigiama o da adulti con la febbre, che uno si sentirebbe autorizzato anche a un’impropria confidenza. Aveva ragione il piccolo indiano Capo di Bomba della tribù dei Cefaloni quando al padre Palla Pesante che gli chiedeva a chi volesse più bene, se alla mamma o al papà, gli rispose candidamente: “A Pippebaudo” (e vafanculo, gli replicava il padre). Noi poi, dovendo fare una puntata di programma televisivo su e con Pippo Baudo, ci abbiamo pure provato a chiederla quella scena di Arraphao, ma erano scaduti i diritti.

Nell’ufficio di via della Giuliana, quartiere Prati, c’è il pianoforte dove sono state suonate e limate le canzoni sanremesi come le abbiamo conosciute, file di Telegatti silenti come sfingi di un’epoca dorata, e poi grolle d’oro, oscar televisivi, premi della critica, targhe varie. Sembra di varcare la soglia del sancta sanctorum dello spettacolo italiano, nella scatola nera in cui leggere mezzo secolo di storia vista dalla parte dei riflettori. E poi scaffali pieni non solo di memorabilia, ma anche di libri di storia, romanzi, saggi: perché per capire certi protagonisti bisogna accettare che una parte di loro viene veramente dalla lettura, dalla curiosità, dall’epoca in cui la tv voleva essere popolare ma non smetteva di voler sembrare colta.

Non è mica facile, poi, con uno come Baudo, e poi col “baudismo” (“basta, tutte queste cose che finiscono in ismo, ma il bravismo allora, esiste?”), e poi con “pippobaudo” scritto tutto attaccato su certi giornali. Perché Pippo Baudo è così noto, così scontato, così italiano, così siciliano, così democristiano e dunque con gli occhi di oggi così comunista, così berlusconiano e al tempo stesso così anti-berlusconiano, ovviamente così nazionale e così popolare, è così tutto, insomma, da risolvere in se stesso l’eterno conflitto tra apparenza e sostanza, forma e contenuto. Ha presentato centinaia di trasmissioni e dozzine di Sanremi, ha fatto pubblicità e figli segreti, ha fatto il patteggiamento e il fidanzamento, si è sposato e si è separato, si è visto seminudo su un lettino da massaggi e con la corona in testa, ha litigato con mezzo mondo e poi ci ha fatto pace, ha avuto la villa devastata da una fior d’esplosione mafiosa, ha sconfitto il cancro e si è fatto il trapianto dei capelli quando Berlusconi nemmeno se lo sognava.

Quando lo vedi da vicino, poi, ne resti deluso. Anche i sopravvissuti della televisione, senza i fish-eye della televisione e il rumore gonfio degli applausi, sono come dei signori attempati che esprimono le loro idee discutibili sulla società in mezzo a un autobus affollato. In grado di suscitare simpatia o antipatia a seconda del momento. Anche Pippo Baudo è un suscettibile galantuomo d’alti tempi, che racconta di quando gli operai dell’Italsider nel retropalco di Sanremo gli chiesero l’autografo sulla tessera del Pci, che non si capacita di come uno che faceva venti milioni di spettatori a sera sul primo canale ora debba prenderne quattro di audience come un trionfo, che si commuove ancora quando passa davanti al palazzone carico d’amianto di viale Mazzini, che spiega perché secondo lui ancora oggi l’anima della tv italiana debba restare popolare, e che alla fine mi saluta dandomi un buffettino sulla guancia come fosse mio zio prima di riprendersi il telecomando.

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