I filmati dell’epoca immortalano Tiziana Rivale sul palco del Teatro Ariston con la camicia bianca e il papillon nero. Era il suo unico abito, e non per una scelta di stile: non pensava di arrivare in finale. Stringe i pugni attorno al microfono e quasi non ci crede di avere vinto il festival di Sanremo, lei reduce da un tour per le discoteche del nord Europa e una tournée estiva con Gino Bramieri. Nel parterre non ci sono fotografi a testimoniare l’evento: sono in sciopero. Le vallette e le altre classificate al lato del palco, protette da capigliature cotonatissime e spalline rigide, non celano sguardi scettici e sorrisi di circostanza, l’aria di chiedersi: e questa da dove viene? E dove crede di andare? Eppure cantava «Se anche l’acqua poi andasse all’insù, ci crederei perché ci credi anche tu». La canzone si chiama Sarà quel che sarà. Sinossi del brano (da Almanacco illustrato del Festival di Sanremo, di Eddy Anselmi): «Quando l’amore c’è si può lasciare strada al fatalismo. Se anche il mondo crollasse e la gravità si invertisse, ci sarebbe sempre il sentimento. Senza fare troppi programmi, vivendo alla giornata, oggi come tra qualche anno, con una frase fatta di quelle che funzionano sempre».
Il compositore Maurizio Fabrizio, uno degli autori più affermati della canzone italiana, era il primo a crederci poco: «La Rivale arrivò a Sanremo come vincitrice di un concorso di Domenica In condotto da Toto Cutugno. Il mio editore mi chiese di comporre un brano per lei, che non conoscevo. Le mie note furono accompagnate dalle parole di Roberto Ferri. La sera della premiazione ero a cena con Toquinho quando la tv informò me e l’Italia della vincitrice: proprio lei, Tiziana Rivale, con la nostra Sarà quel che sarà. Corsi al teatro Ariston, mi complimentai con Tiziana, le strinsi la mano e, incredibile a dirsi, non l’ho più rivista».
Oggi le memorie nazionalpopolari si accavallano, viene facile confondersi con Che sarà, le parole in coro dei Ricchi & Poveri di qualche anno prima sembrano descrivere anche il momento di gloria di Tiziana Rivale: «Che sarà, che sarà della mia vita chi lo sa, so far tutto o forse niente, da domani si vedrà, e sarà quel che sarà». E pensare che in quell’anno gareggiavano pietre miliari della canzone pop italiana come Vacanze romane dei Matia Bazar, Vita spericolata di Vasco Rossi, L’italiano di Toto Cutugno. Il festival era condotto da Andrea Giordana, Isabel Russinova, Emanuela Falcetti e Anna Pettinelli. C’erano ospiti come Peter Gabriel (che volteggiò appeso a una fune in platea e si mise a camminare sulle poltroncine degli spettatori, perplessi ed entusiasti) o come Roberto Benigni (che prese in giro, tra gli applausi e le risate del pubblico, il presidente del consiglio Amintore Fanfani, «Fanfani è intelligente! Mi sembra anche alto!»).
Sanremo lo guardavano pure i russi, poveretti, stufi del comunismo. Nelle prime file dell’Ariston, ha ricordato in seguito Antonio Ricci, «c’era sempre un campionario di facce patibolari, individui che con evidenza più che a Sanremo erano fedeli devoti di San Vittore. Si parlava di tangenti, assegni, mazzette, il marchese Gerini sventolava le fotocopie degli assegnati versati dagli organizzatori ai politici, si ipotizzava la spartizione democristiana, vincere era importantissimo, si vendevano i dischi e partivano le tournée per tutta Italia, feste patronali comprese».
Invece quando vinse Tiziana Rivale, raccontano le cronache dell’epoca, qualcuno arrivò a esclamare: «Era meglio quando il festival era truccato». L’anno prima infatti era successo un casino, Claudio Villa aveva detto che le votazioni erano un imbroglio, era andato perfino in Pretura a Sanremo a fare una denuncia, chiese di avere i verbali e sospendere il festival, per la rabbia spaccò un tavolo con un pugno. Ah sì, volete la democrazia? E tenetevela, avrà pensato il patron Ravera. Voi pensate che il popolo sia in grado di scegliere da solo, che riesca a ragionare e non prendere abbagli, voi vi illudete che al momento del voto la maggioranza non si faccia incantare dalla fregola del nuovo, del salto nel buio, voi ancora pensate che il popolo abbia la vista lunga per decidere cosa è meglio per se stesso, e allora tenetevi Tiziana Rivale, poveretta, che non ha neanche il 33 giri pronto.
Tiziana Rivale invece non tornò mai più al festival, vendette pochi dischi, cantò nelle tournée in Giappone e in Messico, fece capolino in qualche programma televisivo, e sicuramente sarà ancora convinta che è proprio la democrazia che non basta a cambiare le cose, puoi vincere il festival più importante ma se non hai le spalle coperte dai poteri forti non sei nessuno, ti lasciano sola contro tutti, non ti stampano nemmeno il 33 giri per cavalcare l’onda del successo e poi cercano di convincere il popolo che ha fatto un azzardo a scegliere con la propria testa, che è meglio votare l’usato sicuro, magari con le schedine del Totip, con trenta milioni ti compri centomila voti.
Sarà quel che sarà, ma l’incolpevole Tiziana Rivale non fu bene accolta nemmeno a Gaeta. I gaetani se la presero a morte quando lei, forse per un fraintendimento dei giornali, al momento della vittoria fu fatta passare per formiana, se non addirittura per cittadina di Latina. Solo trentasei anni dopo, mentre riappariva su Rai 1 per la gara di imitazioni musicali Tale e quale show e Carlo Conti la chiamava «la leonessa di Gaeta», ha precisato l’orgoglio dei suoi natali nonostante le voci malevole messe in giro, facendo capire che un concerto al suo paese lo farebbe volentieri e non è mica colpa sua se non la richiamano. Alla festa del santo patrono, dove non hanno mai i soldi per invitare grossi nomi e ripiegano sempre su cantanti e complessi di seconda fila, pochi anni fa invitarono perfino i Jalisse e non lei. Un insuccesso che tutti ricordano, loro lo sanno, può essere meglio di un successo presto dimenticato. Letizia Oliva da Gaeta, in arte Tiziana Rivale, con la sua voce ancora potente, ora sa quanto può essere permalosa la gente, nemmeno se vinci Sanremo ti perdonano.
