Sono pochissimi i fortunati che nella loro cantina o nella vetrinetta del salotto possono vantarsi di possedere una bottiglia di vino tra le più rare, un’introvabile etichetta ambita da molti collezionisti e cultori dell’enologia. Trattasi del “Rosso Rè Merola”, imbottigliato dalla Casa Vinicola Ciccariello con sede in Gaeta, annata 2003. La bottiglia, con il volto benedicente di Mario Merola stampato sull’etichetta rosso porpora («Stu vino russo e forte si fosse nu duttore, pe’ curarte, te ne screvesse na butteglia â sera!»), fu prodotta in edizione limitata in occasione di un evento che divenne subito leggenda: l’ultimo concerto del “re della sceneggiata” Mario Merola a Gaeta, nonché uno degli ultimi della sua vita. Era l’otto agosto 2004 e forse fu quella sera che l’identità gaetana, sempre scissa tra la devozione e il rinnegamento delle sue ascendenze napoletane, per un attimo si ricompose. C’erano gli ex-voto e le bottiglie di vino, c’era o’ sindaco, «Che bello guaglione» gli diceva Merola e gli dava – toc! – un pizzicotto sulla guancia, c’era la sciantosa di origine cubana, c’era il figlio di Merola che cantava l’Ave Maria invitando il pubblico ad «accendere tutti i telefonini», c’erano comari e compari in vacanza, c’erano le vecchiette dei vicoli, c’era la pubblicità al ristoratore Mario detto “La Saliera” e ai suoi fritti di paranza, c’era pure il fabbricante del vino, il riverito dottor Ciccariello, che da buon fedele s’era comprato la festa della Madonna e la regalava ai suoi compaesani, assieme allo slogan di Merola coniato al momento: «Quando bevi il vino Ciccariello, lievati ‘o cappiello!».
Sullo stesso palco dove si era appena conclusa la santa messa per Maria Santissima di Portosalvo, Mario Merola mise in scena la vecchia Napoli di emigranti e carcerati, madri piangenti e mandolini, di ammore e di malavita, la napoletanità da melodramma eccessivo e trionfante che molti napoletani amano e molti stessi napoletani sensibilmente detestano. E infatti per lo show di Merola ci fu il tripudio dei napoletani in vacanza, nella Gaeta che anni fa Michele Serra definì come «una sorta di protettorato turistico settentrionale della capitale del Meridione».
A un certo punto della felicissima sera Merola chiamò in scena “o’ sindaco”. E o’ sindaco dell’epoca, il verace Massimo Magliozzi detto il Capitano, con quella sua faccia da drago pronto a sputare fuoco, appena posata la fascia tricolore indossata in processione, puntualmente arrivò. La scena fu degna delle migliori sceneggiate. Del genere: o’ guappo, la sciantosa e o’ Capitano. Il pubblico, osannante per Merola ma assai più freddo per il sindaco, inizialmente sembrò non capire. Qualche applauso, un generale mormorio, niente fischi o pernacchie. «Che bello guaglione che è il sindaco» esordì Merola, quasi offrendo uno dei suoi tipici pizzicotti sulla guancia. Il primo cittadino fece un discorso di saluto che forse voleva omaggiare l’inciso del celebre brano O’ Zappatore: «Felicissima sera, a tutti ‘sti signuri incravattati, a chesta comitiva accussi allera, d’uommene scicche e femmine pittate. Chesta è ‘na festa ‘e ballo… e j ca’ so sceso a copp’ o sciaraballo, senza cerca ‘o permesso abballo j pure». Poi Merola gli chiese: «Sindaco, comm’è chesta città?». E quello, tossicchiando: «È bella, perché i gaetani sono belli fuori e sono belli dentro!». E il pubblico fu conquistato, fino al do di petto finale: «E vi faremo ancora più belli di quanto siamo già!». Villeggianti napoletani e indigeni gaetani per una volta si ritrovarono uniti, ognuno perfettamente a suo agio nella caricatura che agli occhi degli altri pareva perfettamente reale: il gaetano della vanità e della sbruffoneria, il napoletano della sceneggiata e della mossa.
Per spiegare il rapporto tormentato tra l’identità gaetana e quella napoletana servirebbe forse la psicanalisi di Freud. Sarà infatti la figura della madre castrante a spiegare perché noi figli gaetani ogni volta che, da Roma in su, ci sentiamo dire «Ah, sei dalle parti di Napoli» sempre precisiamo, rinneghiamo e giustifichiamo, come se dovessimo sdebitarci di una colpa: «No, sai, veramente un po’ più su, in verità siamo nel Lazio». Eppure per storia, lingua, cultura e anche per interessi economici Gaeta è l’avamposto del Sud e dovrebbe esserne orgogliosa.
C’entra anche il problematico rapporto con il turismo, che quasi sempre per ovvia vicinanza geografica è di provenienza napoletan-casertana (chissà perché il “turista romano” viene invece, ancora oggi, rimpianto e immaginato come una specie di raffinatissima chimera fuori dal tempo, metà Alberto Moravia metà Alberto Sordi, saranno forse le reminiscenze inconsce di tutti quei pontefici in fuga ospitati nei secoli passati, da Leone IV a Pio IX). Per rendere l’idea basterebbe passare in rassegna la varietà semantica dei termini con cui i gaetani definiscono gli incolpevoli turisti estivi di estrazione più popolare: zulù, mau mau (dal nome di gruppi etnici africani razzisticamente indicati come sinonimo di selvaggi), pier’ scaurat’ (piedi scaldati, evidentemente sulla sabbia delle spiagge), fagottari (per l’abitudine di portarsi al mare da casa il “fagotto” con il cibo), fravaglia, mazzame (dal nome di piatti realizzati con gli scarti e i rimasugli di pesce da friggere). Molti indigeni vivono i tre mesi dell’affollamento estivo con la stessa rassegnazione con cui il popolo della vecchia fortezza, per secoli, sopportava di tanto in tanto i tre mesi d’assedio della soldataglia avversaria, sperando nel frattempo di scucire il più possibile dall’invasore di turno, con esose gabelle che in tempo di pace si chiamano autovelox o strisce blu.
Quasi nessuno ha il coraggio di nominare i propri demoni per affrontarli. Uno dei pochi fu il famoso disegnatore di origina gaetana Marco Dambrosio, in arte Makkox, che nel 2019, intervistato dall’Huffington Post, confessò ai lettori di tutta Italia: «Non c’erano ancora gli immigrati. Odiavo soprattutto – come tutti gli altri dalle mie parti – i napoletani. Li consideravo sporchi, imbroglioni, ladri, inaffidabili, sempre a vendere quei cazzo di calzini in giro, nei parcheggi, sulla spiaggia, ovunque. Li avrei presi tutti a calci in culo. Ero matto. Scaricavo su di loro la rabbia che altri scaricavano addosso a me. Dividevo l’umanità in categorie e gli scagliavo contro la colpa del mio malessere. Per questo sono empatico con gli arrabbiati di oggi».
Ma nessun umano, nemmeno il protagonista di un vecchio film di Mario Merola, merita di essere imprigionato dentro un’etichetta, nessuna esistenza può essere ridotta a una categoria. Anche perché, come diceva Luciano De Crescenzo, «si è sempre meridionali di qualcuno».
La bottiglia del vino “Rosso Rè”, con la sua prode faccia di guappo impressa sull’etichetta, l’avevo appena stappata. Con grande apprezzamento dei presenti alla cena, una raffinata compagnia d’uommene scicche e femmene pittate. La vita assomiglia alla sceneggiata, quando cerca disperatamente ragione di se stessa. Quando pretende un po’ di nobiltà nelle miserie quotidiane. Il vino poi, un rosso sarracino, è lo stesso che un paio d’anni fa sponsorizzò la festa paesana della Madonna di Portosalvo, sul palco di piazzetta delle Sirene, a Gaeta. Vino aspro. Fu solo allora, e come dimenticarlo, vedendo Mario Merola sul palco della festa, che una certa morente identità sudista e sudata che aleggiava nell’aria ritrovò il suo giusto tono drammaturgico: a metà tra la sceneggiata e la patacca.
Sullo stesso palco dove si era appena conclusa la santa messa, quell’autentico mostro sacro della bassa provincia italiana si esibiva e cantava, mettendo in scena la Napoli di emigranti e carcerati, madri piangenti e mandolini, di ragù e di malavita, quella napoletanità da melodramma eccessivo e sentimenti smodati che molti napoletani amano e molti stessi napoletani sensibilmente detestano. La sceneggiata di quella sera fu davvero merolesca, disarticolata e senza mediazioni, quasi surreale. C’erano gli ex-voto e le bottiglie di vino, c’era o’ sindaco, “che bello guaglione” gli diceva Merola e gli dava – toc! – un pizzicotto sulla guancia, c’era ‘a sciantosa di origine cubana, c’erano comari e compari in vacanza, c’era ‘a pizza e l’impepata ‘e cozze, c’era pure o’ fabbricante del vino, che da buon fedele s’era comprato la Madonna e la offriva ai suoi compaesani.C’era un’anima soprattutto, pure se in fondo alle tasche era piena di trucchi e di patacche.
“Chesta è ‘na festa ‘e ballo… e ‘j ca’ so sceso a copp’ o sciaraballo, senza cerca ‘o permesso abballo j ‘pure”. Bevemmo tutti, alla salute. Raccontano i suoi biografi che, in un teatro napoletano negli anni Ottanta, Merola superò se stesso. A un certo punto della sceneggiata, sul palco, capì che l’uccisione d’o malamente quella sera aveva particolarmente aizzato gli animi della platea. E allora lui, con il morto ancora fresco di recita, cambiò il copione e gridò: “Nun ve preoccupate, mo ve lo uccir n’ata vota”. E se ne venette giù il teatro. Ecco, adesso viene da pensare alla ferocia residua di questa terra di lazzari, di questo marginale immaginario di “zappatori” e “fotomodelle un po’ povere”. In questo meridione fottuto che un tempo era il più guappo, e ora ha perso pure tutta la guapparia.
