Vogliamo i commissari

Arriva in silenzio, come un commesso viaggiatore che cerca asilo per la notte. Che piove o ci sia il sole non fa differenza: ad accoglierlo non trova mai nessuno, né autorità né fanfare. Quando vedono spuntare all’orizzonte il commissario mandato dal Prefetto i cittadini sulla piazza pensano che sia arrivata l’ora del supplente, uno di quelli che dopo l’appello lasciano giocare i ragazzi, non mettono i voti, aspettano che suoni la prossima campanella. Ma non sempre va così. Può accadere che al palazzo comunale si presenti uno di quei funzionari grigi e molto pignoli, uno che poi comincia ad aprire i cassetti, controllare la polvere sotto i tappetti, chiedere di leggere questo o quell’incartamento, rifare qualche conto. Piano piano, in silenzio, senza proclami. Ma ad ogni cassetto aperto, ogni armadietto spalancato, ogni tappeto sollevato ecco spuntare uno scontento, un maldicente, un nemico. Intanto i cittadini sulla piazza, seduti alla panchina, guardando il mare senza paura di affogare, cominciano a chiedersi: ma com’è che nessuno ci ha pensato prima? E subito c’è chi si dichiara pronto ad ergere busti in mollica al Signor Commissario, ultima ancora di salvezza nel naufragio della politica e nel deragliamento del buongoverno comunale.

A Gaeta l’ultimo commissario così è il dottor Bruno Frattasi, napoletano, classe 1956, chioma brizzolata, alle fine del 2006 era prefetto di recente nomina e vicecapo di gabinetto del ministero degli Interni, esperto in pubblici appalti e infiltrazioni mafiose. Appena messo piede in piazza XIX maggio se ne uscì con questa frase: «State tranquilli, ho un dna prefettizio». È arrivato in un freddo autunno, subito dopo la caduta sul campo, a pochi mesi dalle elezioni comunali, della giunta del Capitano Massimo Magliozzi. La caduta avvenne in una sera di novembre mentre in aula si dibatteva su dove spostare i cantieri navali: raccontano i verbali che a un certo punto, al culmine dei ricatti e delle polemiche, il sindaco non si trovava più e i vigili urbani furono mandati a cercarlo fin nei sotterranei del palazzo, mentre il pubblico fischiava e gli attapirati consiglieri sbuffavano e litigavano, prima di alzare la bandiera bianca delle loro collettive dimissioni. Ai tempi d’oggi un inespresso desiderio di commissario alberga in ogni angolino del paese: soprattutto ora che il gioco dei ladri e delle guardie non è più gioco serio, con ruoli certi ed esiti sicuri. Cosicché subito sono spuntati, nelle piazze virtuali di internet, incitamenti ed elogi, persino un’ode in rima, composta da un anonimo utente del forum Telefree.it: “Da quando è giunto nel paese / ha rimesso il tempo al bello / non è passato neanche un mese / e ha risolto questo e quello / per quanto sia burocratese / egli certo non è novello / e a sciogliere accondiscese / del Consiglio l’arrovello”. Chapeau. E una strofa più sotto, il gran finale: “Non sarà democrazia / e non so quello che sia / ma se questa è la via / che le pene a noi abbrevia / viva viva la burocrazia / e benedetto sempre sia / il Commissario e cosi sia”.

Tuttavia il commissario prefettizio rimane pur sempre un ruolo di supplenza, un sigillo burocratico sul fallimento della dialettica politica, una democrazia surrogata per momentanea incapacità, una specie di coma indotto per far sopravvivere l’organismo malato. Dunque tessere l’elogio della figura commissariale a discapito della normale vita politica di un paese, pensare al momento supremo del confronto democratico quasi come un fastidioso disturbo all’orizzonte, suona un po’ male. Suona stonato, almeno. Ma basta scorrere i risultati di Google o l’archivio delle agenzie per scoprire che in tutta Italia l’elenco dei temi e degli enti su cui è invocata l’estrema ratio del “commissariamento” è in verità abbastanza impressionante, e comunque tale da destare qualche inquietudine. Perché si vogliono commissariare l’Alitalia e le Ferrovie, l’Anas e la Rai, le università e le regioni, il casinò di Saint Vincent e il Campidoglio, il festival di Sanremo e la Lega Calcio, il Policlinico di Roma e il sindacato dei tassisti, chi più ne ha più ne metta. Tutti pezzi di un Paese dove le eccezioni si mangiano le regole.

Dopo pochi mesi, in silenzio così come è arrivato, il commissario prefettizio se ne va, in attesa di altri incarichi in sconosciuti paesi. Quando avviene sono in tanti a brindare, soprattutto i politici. Brindano i vecchi, che non avranno più qualcuno disposto a mettere il naso nei loro recinti che pensavano inviolabili. Brindano i nuovi, che non avranno più un termine di paragone con cui misurare la loro sbandierata diversità rispetto a quelli che c’erano prima. Brindano pure i cittadini sulla piazza, perché quello, il commissario, era bravo a indagare sugli altri mascalzoni ma poi a loro, gente onesta, nemmeno un piccolo favore ci faceva.

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