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Pignetismi

Al bar Necci, al centro del Pigneto, si celebra in una sera di maggio il santo patrono del quartiere: Pier Paolo Pasolini. Struscio di hipster e radical chic fra le casupole basse e le villette oggetto del recente desiderio immobiliare, giostre di performing art e fuochi d’artificio con sonoro originale delle scene migliori di Accattone e Mamma Roma. “Er mondo è de chi cià li denti”. “Ancora non sei morto? Eppure m’hanno detto che il lavoro ammazza la gente!”. Una vecchia alla finestra su via Fanfulla da Lodi, molto fotografata dai passanti, sarà un’installazione o una residente, ci si chiede. Ci vuole un attimo, dice l’amico saggio, a passare da Pasolini ad Alberto Sordi. Manca solo, come in “Addio Monti” di Michele Masneri, la feroce architetta immobiliarista che, spuntando fuori da un seminterrato, annunci, ad alta voce, anzi urlando proprio: “Qui, tanto, buttiamo giù tutto”, indicando le palazzine degradate, ma anche con una loro dignità prenestina – soprattutto, facendosi ben sentire dalle anziane sòre terrorizzate in finestra.

Si vendono magliette (25 euro l’una) con la faccia di Pasolini, semi-coperta da una calzamaglia da supereroe, con scritto sopra “io so i nomi”, comincia a esserci troppo rumore per tutti quei giovani ispirati che scrivono sceneggiature sui loro Mac Book Pro, intanto un africano si dirige veloce verso l’isola pedonale, nella parte del quartiere dove lo spaccio non dorme mai, dal cancello entra una coppia con passeggino e dieci colori diversi addosso perfettamente assortiti, al bancone del bar ragazzi con capelli arruffati da persona profonda e guance paonazze da figlio viziato, altri sorseggiando uno spritz si limitano a fare della sociologia senza averla mai studiata. Lo scrittore Francesco Pacifico, che tiene una rubrica ironica di cronache dal quartiere sul mensile maschile del Sole 24 Ore, ha scritto in un pezzo sulla fenomenologia del Pigneto: “Ora, noi scrittori di pezzi sul Pigneto come ci poniamo di fronte allo spacciatore di mezzogiorno che urla al collega mentre passi con la tua bici? E come ci poniamo di fronte al ristorante chic costoso e fastidioso? E alla compresenza dei due? Cosa vogliamo? Nei nostri pezzi di costume ci lamentiamo sia del degrado che del lusso”.

Il poeta, al posto dei giovani dabbene seduti sulle stesse panche che furono dei suoi ragazzi di borgata, avrebbe forse guardato agli immigrati che passano, coi loro fisici scuri, magrolini e muscolosi, osservano, tirano dritto per la loro indecifrabile strada. Lo aveva immaginato, in una poesia fatalmente intitolata Profezia, scritta mezzo secolo fa, magari proprio a un tavolino del bar Necci: “Sbarcheranno a Crotone o a Palmi, a milioni, vestiti di stracci asiatici e camice americane”. Verranno anche quest’anno giorni stupendi, in cui l’estate arderà ancora purissima, ma noi a differenza del poeta non ci saremo. Saremo in vacanza. Nel bar – dove andava Lui – ci sono dei grossi poster alle pareti. In uno, Jean-Pierre Léaud tiene in mano il libretto rosso di Mao, e sopra c’è scritto “Necci”. Tutto gradevole e costoso. Pasolini chiamava il Pigneto “la corona di spine che cinge la città di Dio”. Tutto abbastanza perfetto.

Avatar Luca Di Ciaccio • 15 Maggio 2014


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