Capalbio, ultima spiaggia

Sono stato un paio di volte a Capalbio, senza esserne degno. Avrei letto solo successivamente “L’era del cinghiale rosso” di Giovanna Nuvoletti, dove si narravano i fasti, il declino e l’essenza di una villeggiatura consapevole, un po’ mare un po’ campagna, un po’ selvaggia ma molto elegante, grandi mangiate con dibattiti sul futuro della sinistra e del paese, con filosofici lanci di bucce d’anguria, niente autostrada e molte curve, perché il piacere dell’esserci sta anche nella sofferenza e nella fatica di raggiungere la meta, parecchie zanzare ma sicuramente plurilaureate e dall’aria pensierosa, non certo come quelle zanzare burine e ciccione arricchite che mi pungono in certi angoli di litorale laziale dove vado a villeggiare io, con rosticcerie colme di supplì e negozi pieni di ciabatte.

Ma nulla, sicuramente, è più lo stesso nemmeno a Capalbio, si dicono le signore in kaftani colorati e cagnolini solo all’apparenza mansueti che ciondolano nella piazzetta del borgo, dove sempre si presentano libri, pur senza mai raggiungere le vette di quelli scritti dall’uditorio. Lì dove l’anno scorso si celebrava e solennemente premiava Eugenio Scalfari, per il Meridiano Mondadori dall’esemplare titolo “La passione dell’etica” ora si presentava il volume di Annalisa Chirico dall’esplicito titolo “Siamo tutti puttane”, perfino con arrivo del sensitivo Solange a legger le mani tra il pubblico, e qualche giorno dopo, per la singolare e fin troppo liberale accoppiata tra Vittorio Feltri e il “faccendiere” Luigi Bisignani, s’era affacciata in piazza nientemeno che Barbara D’Urso, che lì in villa si è sistemata, a due passi da Alberto Asor Rosa. Annamo, ormai a Capalbio è inutile andare – sentenza il vecchio paparazzo Umberto Pizzi – perché ci puoi scattare solo foto di “sfigati, trombati, vecchi cetacei di una vecchia sinistra radical chic che il nostro caro Matteo ha passato al tritatutto”. Così disse.

I baci dei segretari dell’ultimo Pci nei casali maremmani sono perduti ormai, resta solo qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza. Rimirando le file di ombrelloni dell’Ultima Spiaggia, dove il meglio dell’intellighenzia nazionale e progressista prendeva il sole, si riflette sui prezzi ormai carissimi anche per una panzanella (dodici euro) e sulla rottamazione che non si riuscì a fermare nemmeno sul bagnasciuga. Le foto appese al legno bianco del ristorante sono un piccolo museo di sinistre nostalgiche oppure immaginarie, tutte sbiadite in un azzurro vagamente spezzato: ecco Corrado Augias che fa a braccio di ferro con Michelangelo Antonioni, ecco Francesco Rutelli davanti a un piatto di pasta, ma anche Jovanotti alla cassa, Christian De Sica che beve un margarita, addirittura Pietro Taricone, poi Giorgio Napolitano a tutte le età, presidenziale e non. Un’alta palizzata di legno bianco separa le file di ombrelloni di clienti paganti e abbonati, dagli assembramenti selvaggi del weekend, dai territori promiscui della spiaggia libera. Forse il futuro sarà così, inutili muri e molta contiguità, un po’ inferno e un po’ paradiso, un po’ intellettuali e un po’ burini, un po’ Asor Rosa e un po’ Barbara D’Urso, qualche genio e qualche terreno, possibilmente edificabile.


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