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Gibellina viva e morta

Arriviamo a Gibellina Nuova sotto un sole che non fa prigionieri. Vaghiamo sigillati nell’aria condizionata dietro gli sportelli dell’auto cercando inutilmente un centro, una piazza, un cardo, un decumano, una cattedrale, un bandolo della matassa. Ma bisogna scendere, perché Gibellina è un quadro in cui puoi camminare dentro, vagando dentro piazze geometriche, monumenti di cemento armato, simbolismi mangiati dalla solitudine. A mezzogiorno in punto è lo scenario di un western metafisico, sulla piazza XV gennaio 1968, dove al posto delle campane rintoccano le voci e i rumori di una vita che non c’è più, nastri registrati che sembrano arrivano dall’oltretomba, come le risate finte nei vecchi telefilm, risate imbalsamate che quasi ridono beffarde di loro stesse, risate di morti, come le voci e le urla di morti che risuonano dagli altoparlanti della piazza da pistoleri, e il nemico che si staglia all’orizzonte è soltanto il tempo, il tempo che tutto cancella, compreso il senso di una città che per liberarsi delle sue rovine è diventata essa stessa rovina. Era un monumento alle sue stesse utopie anche l’avvocato Corrao, sindaco e profeta di una città che dopo il terremoto si mise in testa di risorgere, un monumento avvolto di vestiti di seta bianca, che per mano del giovane ragazzo che era la sua ombra, che tutto sapeva di lui senza nulla sapere, trovò la morte.

Né i vecchi né i bambini, nulla a Gibellina sembra appartenere a un tempo proprio. E le costruzioni sono gabbie razionaliste spesso transennate, tra scheletri di elettrodomestici, buste di plastica volanti, piani rialzati e incompiuti, crolli e parcheggi, opere finite oppure sfinite. Anche la chiesa sferica di Quaroni, in cima al paese, già crollata una volta e poi reinaugurata, ora sembra abbandonata ma forse non lo è, di certo una chiesa quadrata con la cupola a sfera sembra una provocazione, un gioco illuminista,  come a voler dire a Dio: sto a posto, non ho bisogno di te. Dio punisce sempre a queste latitudini chi vuole risorgere. Gibellina è una città di rovine che ha perso per sempre le sue vere rovine, ha deciso un giorno di rinunciarci. La strada per arrivare a Gibellina Vecchia è una vecchia provinciale. È sconnessa e non ci passano quasi macchine. Sembra la strada per nessuno posto. Invece a un certo punto ci arrivi. E ti fermi. Il Cretto di Alberto Burri è bianco e grigio, silenzioso, nido di lucertole e fili d’erba. Non senti le forze, non senti la morte. Qui c’era una città, una volta. Ora solo un enorme sudario di cemento. Ricalcando le antiche strade, le piazze e gli angoli, i vecchi palazzi diventanti tombe in una notte. La città vecchia e quella nuova, entrambe, non hanno punti di riferimento, solo un cielo troppo ampio per così poca gente.

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Avatar Luca Di Ciaccio • 23 Giugno 2015


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