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Capaci

Quello che vedi transitando in macchina dall’autostrada tra la città e l’aeroporto che è “uno scempio che adesso porta un nome di rispetto” sono case cariate che nascondono il mare, tramonti che infuocano un orizzonte che si vede a tratti, e poi la strada che promette una corsa in apparente libertà dalla morsa del traffico che imprigiona la città da cui stai appena andando via o in cui stai appena tornando, una traffico caparbio come un antico rancore. Racconta lo scrittore Roberto Alajmo che fino a qualche anno fa in qualunque conversazione in automobile fatta viaggiando tra Punta Raisi e Palermo c’era una pausa improvvisa. Era il momento in cui si transitava davanti al tratto di guardrail dipinto di rosso. “Se c’era un ospite forestiero lo si avvertiva qualche decina di metri prima: guarda, stiamo per passare dal punto in cui c’è stato l’attentato. Poi, la pausa. Era una pausa di silenzio in cui ognuno pensava a dov’era quel giorno, a cosa stava facendo. Poi la pausa finiva e la conversazione riprendeva”.

Ora su quel tratto d’autostrada hanno messo una stele da ciascuno dei due lati, coi nomi e la data e tutto. Due monumenti enormi, impossibili da non vedere. La corona di fiori depositata dalle autorità, come ogni anno, l’ultimo ventitré di maggio, è sempre lì, coi suoi fiori velocemente appassiti, il tricolore sbiadito di uno Stato distratto. Il cartello dello svincolo di Capaci dov’è sempre stato, come gli alberi piantati a cerchio sul terreno brullo dove pezzi di vite e di stato italiano saltarono nella follia di quell’esplosione sono poco sotto la corsia, non lontano da un mucchio di case senza ordine. L’affronto fu così enorme che serviva un monumento della giusta proporzione a ricordarlo, un obelisco piantato nella terra che fu sconquassata dalle bombe e offesa dalla mancanza per sempre di una verità. Oggi passandoci nessuno più sente il bisogno di fermare la conversazione. Ci si è abituati. Al massimo un breve pensiero sul tempo che passa. E su cosa rimane dei grandi impegni a non dimenticare mai più, a lottare ogni giorno, a far sì che questo sacrificio non sia inutile, che nessuno dimentichi anche se siamo esseri programmati per dimenticare. Costruire monumenti e vederli filare via con la coda dell’occhio.

palermo

Avatar Luca Di Ciaccio • 21 Giugno 2015


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