Santi e patroni

A qualche santo bisogna pure votarsi, a Gaeta c’è l’imbarazzo della scelta. Se Dio è lontano il santo è vicino, è di casa, è il mediatore ideale, un po’ come il parente importante che va a Roma a trattare direttamente con il potere, è a lui che ci si raccomanda. I santi modellano il calendario e spartiscono i quartieri in una lottizzazione che non ammette sconfinamenti. Per una strana coincidenza a Gaeta i santi più venerati vanno in coppia, come i carabinieri in processione.

Nella vecchia fortezza medievale che fu di re, papi e militari, ecco Erasmo e Marciano, primi patroni della città, due austeri vescovi di origine turca: della coppia Erasmo è chiaramente il protagonista, il primo attore, Marciano è la spalla, il comprimario, quello che se andasse in giro la gente lo fermerebbe solo per sapere come sta l’altro e se glielo può salutare. Come per Adamo ed Eva una mela incautamente colta fu la causa della cacciata dall’eden, così le spoglie di Sant’Erasmo, trasferite da Formia a Gaeta nell’anno 842 con la scusa di salvarle dall’invasione saracena e mai più restituite, sono il peccato originale alla radice dell’eterna rivalità tra le due città confinanti. Le reliquie di San Marciano invece arrivarono più tardi, sponsorizzate dai mercanti gaetani che le acquistarono da Siracusa. Sarà per questo che non si contano in città le persone che di nome fanno Erasmo e di diminutivo Mamuccio, Mamuciegl’, Raijm. Di bambini chiamati Marciano invece non se n’è mai visto e sentito nessuno.

Ancora oggi il 2 giugno a Gaeta la vera festività non è quella della Repubblica ma quella ben più antica dei patroni, e il sindaco con fascia tricolore va a omaggiare i due busti di bronzo (che negli anni Ottanta rimpiazzarono le due statue d’argento, rubate e mai ritrovate) portando ceri e fiori in Cattedrale e invocando la benedizione sulla città.

Nel borgo che fu di pescatori e contadini, nella parte di Gaeta che per qualche decennio si chiamò Elena, ecco un’altra coppia di santi: Cosma e Damiano. Due fratelli siriani di origine romana, facevano i medici e curavano la povera gente senza chiedere niente in cambio. Anche loro finirono uccisi, martirizzati con crudeli torture. Ogni 26 settembre le loro statue povere, di legno e non di bronzo, vengono portate in spalla per i vicoli e per il lungomare e le persone si fermano commosse a toccare e accarezzare quei mantelli verdi e rossi, verde come le campagne coltivate dall’alba al tramonto dai nostri nonni contadini, rosso come il sangue che buttarono a mare i nostri nonni pescatori.

Cosma e Damiano non sono due divi; sono due persone alla mano, due vicini di casa a cui chiedere la grazia. Cosma, per gli amici Cuosm’ oppure Mimino, potrebbe essere uno che vende il pesce o la frutta alla Peschiera, uno di quelli che si spazientisce facilmente ma se hai bisogno ti dà una mano. Damiano, per gli amici Mianino, si potrebbe trovarlo su una panchina di Montesecco a discettare di questo mondo e quell’altro pensando di avere sempre ragione.

Della processione dei Santi Cosma e Damiano esiste anche una versione gemella americana che ogni anno, la prima settimana di settembre, si svolge tra Somerville e Cambridge, due cittadine vicino Boston piene di emigranti gaetani e loro discendenti. Lì le statue sono ricoperte, come segno molto americano di devozione, da strisce lunghissime di banconote di dollari ma i canti, le parole, le tielle dei nostri lontani cugini sono più vere delle nostre, loro sono lo specchio dove ancora si riflette quell’Italia così come la lasciarono tanti anni fa e che ormai non è più la stessa.

Tutti i fili, religiosi e sociali, che tramano il variegato tessuto identitario convergono al passaggio di una delle processioni dei santi. Ogni processione è un rito di riconoscibilità sociale, prima ancora che un evento puramente religioso. Infatti c’è chi ogni tanto se le rivede, su vecchie videocassette o in qualche video pubblicato su internet, non tanto per pregarci sopra quanto piuttosto per conservare un ricordo dei passanti, dei parenti e del paesaggio cittadino, «Guarda là, la zia Concettina come stava bene», «Guarda là il compare Peppe che saluta».

I moderni piani regolatori non badano ai santi. I prati verdi diventano boschi di palazzine, le campagne finiscono abbandonate, i quartieri storici si spopolano e lasciano il posto ai bed & breakfast per i turisti, e intanto certi santi e certe madonne finiscono sotto chiave in qualche cappella dimenticata, alcune feste diventano solo un’eco lontana di quello che furono. Come le vecchie Madonne rionali: Longato, la Catena, il Colle, Conca, il Rosario. E le edicole sacre in ogni vicolo del Borgo, che più nessuno addobba nei sabati di maggio. O come certi santi minori stipati in Cattedrale, alcuni addirittura formalmente “co-patroni” di Gaeta, eppure dimenticati da quasi tutti: San Biagio, San Vincenzo, Sant’Innocenzo, San Filippo Neri, San Montano Martire, San Probo, San Teodoro, Santa Lucia… chi li ha visti?

Succede che ogni tanto qualche sacerdote con spirito da impresario si inventi qualche nuova processione, ripescando un santo o una beata vergine di nicchia e tentando di imporli sulla piazza. Magari facendo le cose in grande, tirando fuori i fuochi d’artificio, le bande musicali, le majorettes, le suore canterine, i monsignori e gli onorevoli, i buffet e i concerti, i collier in oro zecchino per la statua, il luna park con l’autoscontro e l’ottovolante. Ma senza un filo che la leghi alla terra, alle origini, ai dolori e agli affetti, la devozione è una pianta che non cresce. Lo sanno bene i fedeli, lo sanno sicuramente pure i santi; a volte gli unici a non saperlo sono i preti.