L’Ariston più famoso d’Italia resterà per sempre quello di Sanremo, cittadina ligure sede del festival della canzone italiana, ma per noi subito dopo viene l’Ariston di Gaeta, cinema e teatro in esercizio dal 1954. È andato in pensione l’omino che ogni notte cambiava a mano le lettere dell’insegna con il titolo dello spettacolo del giorno, come a Broadway, e anche il soffitto che si apriva tra il primo e il secondo tempo, prodigio meccanico dei tempi del boom economico e del fumo libero, non c’è più. Rita Simeone, erede della famiglia di proprietari che lo fondò, sottile e tenace come un fil di ferro, ogni giorno apre e chiude le serrande pensando che i titoli di coda scorreranno domani, oggi ancora no.
Ultimo sopravvissuto di vari cinema e teatri tutti irrimediabilmente chiusi, oggi l’Ariston di Gaeta segna il “tutto esaurito” solo per pochi selezionati eventi: gli spettacoli teatrali soprattutto se con comici napoletani, i film di Checco Zalone, la matinée dell’Epifania con le scuole di danza e – negli ultimi tempi – le prime visioni dei film girati a Gaeta. Immancabilmente sono presenti il regista, un assessore, due o tre attori non protagonisti, il presidente di una locale associazione che ha in tasca il mazzo di chiavi di qualunque edificio, chiesa, castello, location sul territorio cittadino. Ogni volta, pur apprezzando i panorami più belli, gli scorci più suggestivi, le cornici più splendide, sempre si resta delusi dalla trama. Perché i gaetani in sala sono convinti che la sceneggiatura migliore fosse già lì, a chilometro zero, servita su un piatto d’argento.
Soggetto: un paesone di mare che all’improvviso si scopre stregato dal cinema, quattro film e tre serie tv girati uno appresso all’altro, annunci per la ricerca di comparse pubblicati sul sito del Comune, incolpevoli cittadini che fanno slalom tra i set per tornare a casa («Di là non si può passare, sta girando Alessandro Gassmann», «Pure di là è bloccato, ci sono Abatantuono e Salemme che guidano un trenino sul lungomare», «Vabbe’, riprovo domani», «Occhio che domani sera c’è un inseguimento sul corso con Luca Argentero»), amministrazioni comunali limitrofe che litigano a colpi di film commission, Saverio Costanzo e Alba Rohwacher che mangiano le calamarelle alla votapiatto al ristorante Masaniello, un’alunna del liceo che propone al comune di innalzare una grande scritta “Gaeta” su Monte Orlando, tipo Hollywood, sentendosi ricevere come unica obiezione: «L’impatto ambientale sarebbe troppo forte». Il sindaco dà suggerimenti di inquadratura al povero regista («Sposta un po’ l’inquadratura, non si vede il gonfalone») e poi si sbraccia felice proclamando: «Siamo la Cinecittà del Tirreno!», chiara citazione della scena di Caro diario di Nanni Moretti con il sindaco di Stromboli che si immaginava di chiedere al grande direttore della fotografia Storaro di curargli la luce e i tramonti dell’isola e al grande compositore Morricone di scrivergli una musica da diffondere per tutto il giorno come colonna sonora del paese, «Come quel western, come fa? Scion scion! Scion scion!». Entra qui in scena l’assessore al Turismo del vicino Comune di Formia, già attore e regista in piccoli film autoprodotti, tra cui il memorabile Chi ha rapito Leonardo Pieraccioni, in cui si immaginava la misteriosa scomparsa del comico toscano mentre girava – pure lui – un film a Gaeta. Appena nominato stanzia quindicimila euro per il film in cambio, si legge nella delibera, di una citazione di Formia nei titoli di coda. Immediatamente il sindaco di Gaeta fa sapere a mezzo stampa di aver preteso dalla produzione del film che nel film non vengano mai citati i nomi di altre città oltre Gaeta. C’è già tantissimo materiale, potremmo forse rivendercelo a qualche piattaforma modernissima, tipo Netflix. Il sogno del cinema come nel neorealismo ma pure la delusione delle luci della ribalta. Come nella scena finale: sotto Natale, nella nuovissima saletta riservata ai film d’essai del nostro Cinema Ariston, alla proiezione di un raffinato film d’autore si scoprì che le scene girate a Gaeta con gran uso di comparse erano state tagliate, ma pochi furono i testimoni diretti in grado di confermarlo. Dopo il primo che sparse la voce, nessuno ebbe più voglia di sorbirsi le due ore di pellicola sulla liaison di una pastora analfabeta con l’artista forestiero per verificarlo.
