Ludik

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Fino a qui

Come siamo arrivati fin qui? Me lo chiedo guardando i balconi, fino a ieri da lì si cantava, ora si lanciano urla contro gli incauti passanti. Le strade vuote che parevano una poesia in potenza anche per i meno ispirati ora sembrano vialoni in attesa di cortei lugubri. L’uomo accanto in fila al supermercato non sorride più complice ma scruta con sospetto. Siamo arrivati qui un passo alla volta, e ogni passo è stato più incredulo, più scettico, ma che sarà mai, ma non staremo esagerando, e invece eccoci qui. La porta alle nostre spalle era già aperta da tempo, il virus si era già insinuato. Ci dovevamo fermare, dicono adesso i poeti? Non fermiamoci, dicevamo tutti all’inizio. Per tutta la vita ci era stato detto di fare così: reagire alle minacce senza cambiare di una virgola le nostre vite, attestati sulla trincea dei nostri piaceri, armati di menefreghismo. Attentati terroristici, tracolli economici, minacce fondamentaliste, l’imperativo era sempre lo stesso: guai a dargliela vinta, li sconfiggeremo uscendo nelle piazze, andando al ristorante la sera, a ballare in discoteca, abbracciando sconosciuti.

Che ne sapevamo noi? Non avevamo mai visto battaglie per cui valesse la pena chiuderci in casa. Le nostre vecchie paure adesso dobbiamo spedirle a un indirizzo nuovo. Davvero eravamo arrabbiati, circondati da nemici, nemici noi stessi, certi di dovere essere risarciti di non si sa cosa e da tutti. Eravamo impegnati a odiare tutto quello che ora ci manca, perfino la folla in metropolitana ogni mattina. Eravamo impegnati a odiare tutto quello che ora potrebbe salvarci: gli stranieri e i cinesi, i volontari e gli ospedali, i professoroni e i governanti. Mica potevamo sapere che un virus, una particella microscopica, ci avesse studiati così bene, ci conoscesse meglio di noi. Non conta quello che ci si aspettava ieri, quello che si aspettavano tutti, conta imparare oggi, prendere appunti, ascoltare noi stessi come un notiziario.

Che potevamo farci? Avevamo giocato, certamente, con la nostra apocalisse, l’avevamo evocata, inconsciamente prefigurata. Sapevamo che non sarebbe stata una guerra come per i nostri nonni, nemmeno il lampo di una bomba come per i nostri padri. Sarebbe stata una catastrofe personale, una distopia da vivere ognuno per conto suo, nella sua stanza, dentro il suo schermo. Un’apocalisse onnisciente e invisibile, come un algoritmo, come un cambiamento climatico, come un virus. I bambini avevano cominciato a farsi saggi come vecchi, lanciando profezie, e ora i vecchi che si credevano giovani ritornavano vecchi, facendo i conti con la loro fine. Non possiamo fare nulla, e questa adesso è la più inaspettata delle scoperte. Persone che credevamo forti e sicure di sé all’improvviso cedono, persone che credevamo deboli insospettabilmente si adattano. I medici che sembravano freddi e algidi ora scrivono lettere e confessano a tutti il loro dolore, a volte piangono. Io che per giorni ho pensato “quello che sta davanti a me sarà mica contagioso?” all’improvviso mi ritrovo a pensare “e se fossi io quello contagioso?”. Non so come siamo arrivati fin qui ma so che passerà, com’è passato tutto, il peggio e il meglio. Forse stiamo morendo, ma stiamo anche guarendo.

coronavirus

Avatar Luca Di Ciaccio • 22 Marzo 2020


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