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Sala d’attesa

Forse è davvero l’unica sala d’attesa rimasta tale in una grande stazione italiana. Non un bar, un ristorante, un negozio, una spazio “lounge” o “vip” di una compagnia ferroviaria, un posto dove ti chiedono una tessera prima di entrare o uno dove vogliono venderti qualcosa. Una sala d’attesa con le persone che entrano e che escono, quelli che si danno appuntamento e quelli che aspettano, quelli che non sanno dove andare e forse non hanno un posto in cui stare, quelli che ti guardano e quelli che ti fermi a guardare, immaginando arrivi, partenze, coincidenze. Una sala con le panche dove siedono uomini, donne, vecchi, bambini, coppie, famiglie, persone sole, italiani, stranieri. E davanti a ognuno di loro quel pavimento spaccato, quello squarcio enorme nel muro e nel marmo, quella targa con nomi di uomini, donne, vecchi, bambini, coppie, famiglie, persone sole, italiani, stranieri. “2 agosto 1980, vittime del terrorismo fascista”. Lì fuori, sulla piazza, un orologio è bloccato da quarant’anni con le lancette alle dieci e venticinque eppure segna sempre l’ora giusta.

Avatar Luca Di Ciaccio • 2 Agosto 2020


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