La scoperta dell’America avvenne il 14 dicembre 1966. Alle ore 9 l’incrociatore americano Springfield, agli ordini dell’ammiraglio Ashworth, comandante della Sesta Flotta degli Stati Uniti, gettò le ancore nel porto di Gaeta. Alle ore 10 il sindaco Giuseppe Calise, accompagnato dalle locali autorità militari, salì a bordo della nave per portare agli ospiti il saluto della città. Il giorno dopo il comandante Ashworth ricambiò la visita varcando il portone del Municipio di Gaeta. La nave era enorme, dalla vecchia fortezza, che aveva perduto i suoi bastioni eppure ne aveva visti di bastimenti; sembrava una grande balena metallica appena spuntata dalle acque, un castello costruito in mezzo al mare nel giro di una notte, con la sua mole occupava l’orizzonte. La voce si sparse subito: sono arrivati gli americani, e stavolta sono arrivati per restare. I più informati lo avevano letto sui giornali: il presidente Charles De Gaulle aveva deciso di mandare via le basi della Nato dalla Francia e così il comando della Sesta Flotta di sede a Villefranche, in Provenza, doveva trovarsi in fretta e furia una nuova sede. E cosa ci sarebbe stato di meglio di questo paesino con la vecchia fama di cittadella militare, al centro dell’Italia che stava al centro del Mediterraneo, esattamente in mezzo tra il blocco dell’Ovest e il blocco dell’Est?
Quasi tutti se li ricordavano gli americani, arrivati appena ventidue anni prima con i carrarmati, le caramelle e i viveri nella città distrutta dalla guerra. Gli americani profumavano di progresso, di civiltà, erano alti e avevano le spalle grosse, mangiavano enormi panini pieni di carne, guidavano macchinoni che rombavano senza paura. Pure gli zii e i cugini emigrati che tornavano dall’America avevano un odore e una faccia diversa da come erano partiti, e poi portavano le gomme da masticare, le caramelle di liquirizia, i palloncini colorati, le palline per giocare a “cicc’ in buc”. Stavolta i gaetani non si sentivano più i sottomessi vassalli davanti alle truppe straniere dei secoli passati, e nemmeno i poveri disposti a elemosinare una tavoletta di cioccolato. Avevano seconde case, appartamenti appena costruiti da affittare ai militari con le loro famiglie, vecchie botteghe nei bassi pronte a essere riconvertite in bar, night, sale da ballo, club privati. Mille insegne al neon illuminarono le strade oscure della vecchia fortezza: Red Light, Hideaway, Splash, 8 & 1/2, Bill’s Bar, Monique’s, Casablanca, California, Vic’s…
L’Italia è un paese amico dove al massimo si sparano tra di loro, questo veniva detto ai marines che circolavano liberamente per la città, con le loro divise linde e pulite. Sbocciarono grandi fregature, il più delle volte grazie ai calcoli disinvolti del cambio dollaro-lira e alle mance generose offerte in cambio di qualche chiusura d’occhio, ma sbocciarono anche grandi amori: ragazze gaetane felicemente impalmate da marinai biondi e con gli occhi azzurri oppure da altissimi neri. In un condominio come tanti su Corso Italia c’era la sede del comando di divisione e, al piano terra, lo spaccio alimentare dove, con qualche raccomandazione, si poteva comprare la Coca-Cola americana che, così voleva la leggenda, aveva tutt’altro sapore rispetto a quella italiana. Nella zona periferica di Calegna fu costruita la scuola per i figli dei militari, dove i giovani gaetani scoprirono il basket e il baseball e i giovani americani scoprirono il calcio. Sul lungomare Caboto era tutta una sfilata di Mustang, Corvette, Lincoln lunghissime. Ogni domenica pomeriggio la grande nave apriva al pubblico per le visite, si poteva salire anche sulla plancia di comando dove troneggiava la poltrona con scritto Captain, oppure guardare dentro il potentissimo binocolo da cui le automobili di Formia, dall’altra parte del golfo, sembravano stare a un metro. All’apice della presenza militare nella base c’erano tra i tre e i quattromila americani, tra personale civile, militari e loro famigliari. Tra la base americana, le caserme e il carcere pieni di militari italiani, la scuola nautica della Finanza, Gaeta pareva una specie di West Point.
Un brivido da guerra fredda arrivò un venerdì di dicembre del 1971 quando al largo del golfo, sul limite delle acque territoriali, furono avvistate delle navi sovietiche. Il lanciamissili americano, affiancato da due unità italiane, salpò in tutta urgenza. Tra russi e americani, riferì la stampa dell’epoca, tutto si risolse con «un cortese colloquio».
Si dice che per molti anni gli americani favorirono il controllo sul territorio delle forze di polizia e tennero così lontana la criminalità, ma si dice pure che la presenza di tutti quei giovani militari accelerò la diffusione delle droghe e della tossicodipendenza. C’era pure chi sosteneva, senza prove, che i militari americani che stavano a Gaeta si erano tutti arruolati perché avevano qualche pena da scontare a casa loro, come fosse una specie di legione straniera.
Tutto cambiò dall’inizio degli anni Novanta, quando i mutati equilibri geopolitici convinsero gli Stati Uniti a diminuire la loro presenza nella base di Gaeta e in generale nelle basi italiane. Dopo eventi come la prima guerra del Golfo e soprattutto gli attentati dell’11 settembre, i pochi funzionari che erano restati si blindarono nell’area della base, azzerando completamente i contatti con l’esterno.
Gli americani in giro nessuno li ha visti più. Però durante la pandemia di coronavirus dell’anno 2020 dalla nave Mount Whitney ormeggiata in porto alle sei di pomeriggio partiva l’inno di Mameli e qualche canzone tipo Volare, Azzurro, Con te partirò, e qualcuno si è ricordato che durante l’epidemia di colera negli anni Settanta le siringhe per il vaccino le distribuirono proprio loro. E allora si è capito che gli americani ci sono anche se non si vedono.
