Pubblicato sulla Gazzetta di Gaeta – numero 1 – Assedi (febbraio 2021)
«Chiamami brigante, è un onore» è la cosa che ci tiene a dirmi Antonio Ciano. Non gli è mai piaciuto quando lo chiamavano Masaniello, come se volessero assegnargli la parte del pazzo, del rivoltoso senza arte né parte e comunque condannato a fare una bruttissima fine. Non riesce a celare il fastidio quando gli assegnano l’etichetta di borbonico, perché lui tra il re e il contadino sceglierebbe sempre il contadino, quello disposto a combattere per un re che a corte con le sue scarpe sporche di fango non lo farebbe entrare mai. Brigante invece sì. «Anche da malato, sdraiato su un letto, io mi sento un brigante, e intanto scrivo». Cosa scrivi? «La storia della mia vita». Sdraiato su un letto, fermo come non è mai riuscito a stare in vita sua, Antonio ascolta quella canzone di Eugenio Bennato e gli sembra che stia parlando di lui: vulesse addeventare suricillo nennane’, per rusicare ‘sti catene ca me strigneno lu pere ca me fann’ schiav’, vulesse addeventare ‘na tammorra nennane’, per scetare tutta chesta gente ca nun ha capito niente e ce sta a guardà. «Soriciello era il soprannome di mio nonno, Pasquale Sperduto, il socialista. All’epoca si conoscevano tutti a Gaeta, e mio nonno era conosciuto come il socialista. Lui faceva il contadino, zappava la terra con amore. Quando ero assessore a me e al sindaco Raimondi pensavano di offenderci chiamandoci Soricielli ma noi ne eravamo fieri».
Il brigante soriciello li ha fregati tutti, questa è la verità. È scappato da Gaeta per imbarcarsi e girare il mondo, sfuggendo al destino degli obblighi e dei terreni di famiglia. Ha ritrovato la sua Itaca nel negozio di sali e tabacchi più ambito del paese, nella piazza sotto al Municipio. Ha visto la nascita delle leghe nordiste e sudiste prima di tutti, pure prima di Umberto Bossi. Ha fondato una televisione che ha spiegato YouTube e le dirette di Facebook prima che nascessero, mentre gli aspiranti scienziati della comunicazione venivano a fare le tesi di laurea su di lui. Si è inventato un candidato sindaco e una lista civica da zero vincendo le elezioni comunali, lasciando di sasso i politici che disegnavano schemini infallibili sulle panchine di Montesecco. Ha studiato e scritto libri di storia meridionalista stampati in decine di migliaia di copie, riuscendo a diventare lo scrittore gaetano più famoso e più venduto, sotto il naso un po’ arricciato della locale classe intellettuale. Forse, tra mill’anni, ad Antonio Ciano i gaetani faranno un monumento, ma riconoscersi brigante in fondo vuol dire proprio questo: sentirsi sempre dalla parte di chi ha perso, di chi ha lottato contro eserciti troppo grandi e mulini a vento, di chi aveva ragione ma non ce l’ha fatta. «Ho sempre perso. Ho perso con mio padre, con mia madre. Sono morti entrambi. Ho perso con mio nonno, morto nel 1961, forse è morto perché non voleva vedere il centenario dell’unità d’Italia, era socialista e contadino, aveva incontrato Enrico Malatesta quando stava in soggiorno obbligato a Gaeta che girava per la campagna sempre scortato da due Carabinieri. Mio nonno non bestemmiava mai né Dio né i morti, lui bestemmiava solo contro Garibaldi». Ma tu che ne sapevi di Garibaldi quando sentivi tuo nonno bestemmiare? «Ero piccolo, avevo cinque anni o poco più e pensavo che Garibaldi fosse Umberto detto “paposcia”, un suo confinante che gli rubava qualche pigna d’uva e qualche carciofo. Macché, rispondeva il nonno, Umberto ruba solo per sfamarsi, Garibaldi invece ha rubato milioni di ducati e non ha mai fucilato capitalisti o mafiosi, solo contadini e operai».
Dei libri di Antonio Ciano il suo best-seller è “I Savoia e il massacro del sud”, appassionato resoconto dei lati oscuri dell’unificazione d’Italia nelle regioni meridionali, pubblicato per la prima volta nel 1996, di cui non è esagerato quantificare 100mila copia vendute. Ma il libro più bello, a mio avviso, è la sua opera prima, “Per il sangue di Tata”, pubblicato nel 1985. In quelle pagine, un po’ romanzate un po’ autobiografiche, c’è il grande rispetto per la civiltà contadina, per la dignità e i sacrifici di quelli che una volta venivano chiamati zappatori, curvi fino a diventare gobbi sui campi di cui erano al tempo stesso schiavi e padroni. Ma c’è anche la denuncia e la rabbia per tutta la grettezza, la ferocia, l’ignoranza di quel mondo immutabile che «non aveva religione a cui credere o governante a cui obbedire». Un mondo da cui scappare, il mondo dei padri che intanto se lo vedevano scomparire sotto i loro stessi occhi. Dal 1961 al 1966 Antonio frequenta l’Istituto Nautico di Gaeta. «Il Nautico era allora la scuola dei figli dei contadini, dei pescatori e degli operai, i figli della borghesia gaetana invece frequentavano il Liceo Scientifico. Ma proprio in quegli anni il Nautico diventò la fucina e il laboratorio della contestazione giovanile. Il primo sciopero gli studenti lo fecero nel 1962, prendendo a pretesto la pace. Scesero in piazza anche i professori e il preside Giovanni Viola, ma solo per prendere nota e segnare su un taccuino i nomi degli organizzatori della manifestazione. Per Viola quello era un affronto senza precedenti, gli studenti lo chiamavano papà Giovanni, lo rispettavano e lo temevano come un capofamiglia. Il giorno dello sciopero si accorse che i tempi stavano per cambiare: chiamò gli studenti per nome, li implorò di rientrare a scuola, poi passò alle minacce di ritorsione ma non bastò a fermarci». C’è una lettera che fa da introduzione al libro “Per il sangue di Tata”, Antonio la scrive a Franco, il suo compagno di banco, il suo amico di gioventù. «Si chiamava Franco Di Schino, era un ragazzo timido, aveva la faccia bruciata dal braciere per via di un incidente in casa, all’epoca nelle case dei poveri ci si scaldava così». Lottammo per cambiare l’Italia e il mondo – gli scrive Antonio – ma non sapevamo di dover cambiare prima il nostro modo di essere, la nostra cultura millenaria, i rapporti con la famiglia e con l’ambiente che ci circondava. «La gretta mentalità del nostro ambiente è stata la nostra tortura e la nostra croce, questa mentalità che a chi non si conformava, a quelli come Franco, ha negato persino l’amore». Franco si tolse la vita, l’ultima volta che si videro fu a Taranto durante gli anni del servizio militare, Antonio stava sulla nave baionetta, Franco su un dragamine. L’Arsenale con le sue leggi, i suoi sprechi, le sopraffazioni dentro le camerate rappresentava ciò contro cui avevano lottato ma che resisteva. «Alcuni di noi riuscirono a voltare le spalle alla mentalità da cui venivano, altri furono inghiottiti dal sistema, altri vennero turbati da tutti quei cambiamenti, qualcuno si suicidò, qualcuno impazzì».
Il mare è da sempre la via di fuga per i gaetani che si sentono assediati dal loro paese, da un destino che sembra già scritto, dall’angoscia dell’età adulta chiusa nei confini di un appartamento in centro e di un posto in un ufficio o sotto padrone. Antonio, come tanti uomini di quella generazione, si imbarca. «Per dieci anni ho navigato su navi da carico e su petroliere, solcando tutti i mari del mondo, trasportando petrolio da un continente all’altro, ero ufficiale di macchine, un’esperienza meravigliosa. Africa, Europa, Australia, nord e sud America». I gaetani, gli stessi che oggi emigrano nelle città del nord o nelle aule delle università, si perdevano e si ritrovavano lungo rotte oceaniche. «Caricavamo petrolio in tutto il Sud America, andai pure in Venezuela dove c’erano tantissimi compaesani emigrati. I loro parenti mi lasciavano i biglietti con gli indirizzi prima di partire, volevano sapere come stavano, se avevano davvero fatto fortuna oppure no. A Puerto La Cruz incontrai la famiglia Stefanelli, ricchissima. Incontrai anche la mamma di Cosimino Mitrano, l’attuale sindaco di Gaeta. Vivevano in una casa isolata, in mezzo alla giungla, pagai 20 bolivar di taxi per arrivarci, l’indirizzo me lo aveva dato la zia che abitava di fianco a me in via Indipendenza. Cosimino era un bambino grasso, aveva sei anni, la mamma gli stava mettendo il talco mentolato per il caldo». Anche in Nord America, vicino Boston, c’era una folta comunità di gaetani emigrati, compresa una parte della famiglia, tuo cugino Anthony Raimondi che nacque a Somerville, Massachusetts, e pure lui un giorno sarebbe diventato sindaco di Gaeta. «Spesso non mi davano il pass per scendere negli Stati Uniti, la Immigration Card, oppure volevano visitarci ma noi ci rifiutavamo, molti a bordo erano comunisti, iscritti al Pci, come me. Nel 1970 sbarcai da clandestino. Ho lavorato a Somerville, dove praticamente si parlava gaetano, avevo anche la tessera della Social Security, quando mi beccò l’Immigration mi mandarono a scuola a Boston, a Coopley Square, a spese del governo americano. Mi pagarono bus, subway, libri, quaderni, prima colazione e pranzo, e l’imprenditore dove lavoravo mi dava anche la paga». Saresti restato lì? «No, il mio sogno anche quando navigavo era Gaeta, la mia Itaca». Anche perché nel frattempo nella tua Itaca, a Gaeta, avevi una moglie e due figli. «Con Anna ci conoscemmo nella sezione del Pci, lei è una donna speciale, una che nella sua vita ha sempre lavorato. Ci sposammo nel 1972 in Comune e non in Chiesa come facevano tutti». Quando dopo dieci anni passati a navigare per il mondo tornasti stabilmente a Gaeta che città trovasti? Era cambiata nella mentalità o uguale a come l’avevi lasciata? «Gaeta era ed è una città caina».
Nei primi anni ottanta Antonio apre la bottega di tabaccaio di piazza XIX maggio, sotto il Municipio, ma tante mattine ad alzare la serranda c’è solo Anna. «Spesso mi assentavo, prendevo il treno e andavo a Roma, in via Lepanto, in via Castro Pretorio, all’Archivio di Stato, facevo ricerche storiche, fotografai oltre diecimila documenti, volevo sapere tutto del Risorgimento, di quello che avevano fatto a Gaeta, al sud, a noi». La storia è il nuovo mare su cui Antonio si imbarca, l’ancora che lo trattiene alle sue origini, al tormento di sempre. Quando, chino su una scrivania di qualche archivio, scopre un nuovo documento – l’impresa di un brigante senza nome, la storia di un eccidio dimenticato, il dramma di qualche paese decimato – ecco che gli trema la voce, gli si illuminano gli occhi, come il bambino di quinta elementare che per la prima volta contestò il suo maestro di storia. «Me lo ricordo come fosse ieri, il maestro Di Tucci stava spiegando il Risorgimento e l’assedio di Gaeta quando davanti alla classe disse: “noi dovremmo vergognarci di essere gaetani perché abbiamo resistito ai nostri liberatori”. Io mi arrabbiai: “ma quali liberatori, quelli erano ‘nfrancescati”. Allora lui ci fece andare il pomeriggio in biblioteca comunale, e lì ci disse che aveva fatto un giuramento al Provveditorato e doveva insegnare la storia come stava scritta sui libri ma la vera storia non era quella e io avevo ragione. Se non ci credete, aggiunse, andate da don Paolo Capobianco, il parroco di San Giacomo. E siamo andati pure da don Paolo che è stato un’ora a parlarci di Garibaldi, dei Savoia, dei Borbone». La scuola insegnò ad Antonio che dietro la verità ufficiale se ne nasconde sempre un’altra. «All’esame di maturità mi scrutinò il professor De Totto, fascista, veniva da Trieste, aveva una mano mozza col pugno di cuoio. Feci un tema di storia sulla differenza tra Cavour e Bismark. Massacrai Cavour e il Risorgimento. Agli orali il professor De Totto mi interrogò proprio su quello. Apriti cielo: scese dall’alto della sua cattedra, mi ordinò di girarmi, sentii un calcio nel culo, forte, e mi cacciò dall’aula magna. La sera andai al bar Triestina a comprare due sigarette, era lì e mi riconobbe. Mi chiamò, e mi disse: “senti, tu conosci bene la storia, ti ho promosso, per caso sei parente a Galeazzo Ciano?”. “Sì, era della mia famiglia, il nonno era originario di Gaeta ma voi fascisti lo avete fucilato, gli risposi”. De Totto era un deputato fascista, ma onesto». Ancora adesso l’ambiente meridionalista è il rifugio di molte nostalgie andate a male, monarchici, fascisti, cattolici integralisti. Tu da comunista iscritto al Pci non eri a disagio? «Ne parlavo sempre in sezione, io sono sempre stato gramsciano, la famiglia di Gramsci era di Gaeta, il padre fu esiliato in Sardegna per il suo passato da funzionario borbonico, e Gramsci già nel 1920 scriveva che l’unità d’Italia era stata una conquista per asservire l’economia del sud e che dietro i briganti c’era la lotta di classe. Il compagno Mandolesi, che durante la guerra era stato partigiano al nord, mi ascoltava, diceva che forse avevo ragione». Ti sei pentito di essere stato comunista? «No, mai. Anche da comunista ero sempre un perdente, con il Pci ho partecipato alle lotte operaie, lottavo per cambiare il sistema e non vincevamo mai le elezioni, ma c’era fede e speranza».
Quando il comunismo crollò Antonio aveva ormai una fede di riserva, quella borbonica e meridionalista. E la parola “piemontesi” per lui aveva acquisito lo stesso significato del termine “caporali” per Totò: il simbolo della sopraffazione, dell’uomo con più mezzi che approfitta del più debole. Anche superando la connotazione geografica: non erano forse “piemontesi” pure i compaesani gaetani “razza caina”, la gente furba e senza scrupoli che si arricchisce alle spalle della gente onesta? E questa nostra nazione che non aveva il coraggio di affrontare i punti oscuri che l’avevano fatta nascere non aveva la stessa ipocrisia di certe famiglie del Borgo che sapevano solo nascondere la polvere sotto i tappeti? «Gli ultimi a darmi retta sono stati proprio i gaetani, i miei compaesani. Quando ho pubblicato “I Savoia e il massacro del sud” ho venduto decine di migliaia di copie anche se non ci ho guadagnato granché, i miei libri venivano contraffatti, piratati, fotocopiati, venduti pure sulle bancarelle di Napoli. Mi dicevano borbonico ma io non lo sono, io sono anarchico e ateo. Però mi invitavano ovunque, anche all’estero, ho fatto centinaia di conferenze, qualche Comune mi ha dato la cittadinanza onoraria ma c’è stato anche chi mi ha denunciato, per i miei libri ho subìto quattro anni di processi». Quando scrive Antonio lo fa a colpi d’accetta, come se stesse parlando in un incontro nella sua vecchia sezione di partito, in una delle sue infinite discussioni al bancone della tabaccheria, in uno dei suoi focosi comizi.
La prima volta che vidi Antonio Ciano fu alle nove di sera del 25 maggio 2002: lui stava sul palchetto dei comizi di piazza della Libertà, erano le ultime ore della campagna elettorale per le comunali. Ciano era il candidato sindaco per il Partito del Sud che lui stesso aveva fondato. Sopra quel palchetto ci metteva tutta la foga e l’energia, come se quella fosse l’ultima elezione del mondo, come se stesse arringando le masse pronte a seguirlo, quasi che la Bastiglia o il Palazzo d’Inverno fossero lì, dietro il bar Supergelo. «Mi hanno accusato di aver messo troppa storia nella mia campagna elettorale – declamava – ma Gaeta è una città derubata dalla storia! Vedo qui davanti a me Enea, Pitagora, Ulisse, Caboto. E stasera invece ho visto qui le chiacchiere dell’onorevole Fazzone!». Appena sceso dal palchetto si sentì male, forse un calo di pressione, lo vidi avviarsi verso casa sottobraccio a due amici, mentre tutti gli altri correvano famelici alle ultime cene elettorali. «Dalle urne uscii bastonato, presi il 3% nonostante i comizi affollati. Ho sempre perso le elezioni ma la volta dopo no: alle comunali del 2007 finalmente prendemmo la fortezza, con due liste meridionaliste e civiche vincemmo e io andai a fare l’assessore al Demanio». Per cinque anni Antonio si barcamenò tra beni demaniali e casette di campagna, concessioni e strade da intitolare, restauri di edifici storici e cause di risarcimento ai Savoia. Allora la moglie Anna, che ci teneva a non mandarlo in giro come un brigante qualunque, gli approntò un completo come si deve, con camicia giusta e cravatta d’ordinanza. Ma ugualmente a Roma, quando andava alla Regione o in qualche ministero, mentre gli stringevano la mano lo guardavano sospettosi, come se con quella faccia da pirata nascondesse un coltellaccio sotto la camicia.
In quegli anni Antonio vive un’altra delle sue vite, quella da anchorman televisivo di paese. In via Rimini, dove oggi c’è un fruttivendolo, c’era lo studio di quella che, nel primo decennio degli anni duemila, fu la televisione più vista, amata e odiata di Gaeta: Tele Monte Orlando. «I primi tempi avevo il trasmettitore a casa, sotto il letto, la notte faceva un rumore tremendo, mia moglie voleva chiedere il divorzio». Sembra incredibile ricordarlo oggi che chiunque di noi con un tocco sul telefonino può trasmettere in diretta, ma ancora vent’anni fa crearsi la propria emittente televisiva in casa, come fece Antonio, era un reato penale, punibile con il carcere o con multe salatissime. «Davamo voce a tutti, destra, sinistra, centro, parlavamo di storia, riprendevamo i fatti e le persone della città, facevamo vedere i consigli comunali, a Gaeta facevamo più ascolti di Rai e Mediaset messe insieme ma davamo anche fastidio a molti, soprattutto ad alcuni politici. Una volta stavo riprendendo la processione di Porto Salvo e mi accorsi che la gente, per strada, guardava più me che la Madonna, lì capii che con questo mezzo in mano potevo davvero cambiare le cose». A TMO furono dedicati un film, un libro, alcune tesi di laurea. L’errore che molti rimproverarono ad Antonio fu quello di far diventare la sua televisione più o meno inconsapevole spalla di una parte politica, quella dei civici con cui si candidò. «Mi hanno detto: “combattevi Berlusconi e poi hai fatto come lui?” Acca’ nisciuno è fesso, come dicono a Napoli. Ognuno usa i mezzi che ha per cambiare le cose. Solo che io, a differenza di Berlusconi, ho perso tutto: la mia televisione è stata chiusa, ci ho rimesso i soldi e pure la salute, i partiti si sono ripresi il Comune dopo quei cinque anni in cui tutto mi si poteva dire ma non che non fossi stato onesto».
Antonio Ciano non è mai stato uomo da mezze misure. Ora vorrebbe solo stare seduto sotto uno dei suoi alberi d’ulivo, come un capitano Achab, a raccontare le sue gesta al nipote. Gli racconterà delle gambe storte di Garibaldi, delle sessantamila bombe, dei bottoni d’argento rubati dalle divise dei soldati borbonici riesumati sulla spianata di Montesecco, dove ora c’è la scuola media, delle petroliere che solcavano i mari del sud, delle brigantesse brune e della regina bionda che dalla montagna di Gaeta faceva le corna ai nemici, dei manifesti attaccati con la colla sotto le gallerie della Flacca, di quando provò a cambiare la sua città. Gli insegnerà anche quella canzone che fa: vulesse addeventare ‘nu brigante nennane’, ca vo’ sta’ sulo a ‘lla muntagna scura pe te fa sempre paura fino a quanno more.
