Epidemie

Andando in Cattedrale basta alzare gli occhi accanto all’ingresso della cripta. Ecco una lapide con lo stemma cittadino e i caratteri dorati sul marmo nero. «Ad Erasmo, martire illustre, eccellente protettore, avendo preservato dalla peste la regione e la città, la città di Gaeta adempì al voto con il denaro pubblico nell’anno del Signore 1666». È un ex voto al santo patrono per aver preservato Gaeta dall’epidemia di peste di dieci anni prima, che fece strage nel Regno di Napoli e a Roma. All’epoca si usava fare così dopo le grandi epidemie: si ringraziavano le autorità divine, si erigevano targhe, monumenti, opere pubbliche che ricordassero a perenne memoria il flagello subìto, il sacrificio dei morti, il pericolo scampato dei vivi.

Per una città di mare, piena di soldati e marinai, il rischio di epidemie era continuo. La chiesa del quartiere Piaja, nel Seicento, fu intitolata non a caso al milanese San Carlo Borromeo, ritenuto protettore dalla peste. Proprio lì, dove oggi c’è quel trafficatissimo incrocio di semafori, si trovava il primo presidio sanitario per controllare gli ingressi in città. Anche la famosa scalinata che porta alla Chiesa dei santi Cosma e Damiano, nel cuore del borgo, fu costruita per onorare un voto pronunciato dalla popolazione in occasione della pestilenza del 1656. Erano conosciuti come i santi medici, quelli che curavano i poveri senza chiedere soldi in cambio, i primi a cui si pregava quando c’era qualche problema di salute. Fino a metà Ottocento di loro a Gaeta c’era solo un dipinto che ogni anno veniva portato in processione. Le statue furono donate nel 1837 dal benestante Raffaele Albani come ringraziamento per la guarigione della propria famiglia dal colera che imperversava in città. Ogni anno, ancora oggi, quando esce la processione, le due statue sostano qualche minuto davanti al Palazzo Albani.

Forse oggi è troppo presto o troppo tardi per dire quale opera resterà a ricordarci della pandemia del 2020, quel coronavirus che per lunghi mesi ha bloccato il mondo e anche Gaeta. Sarà forse un ospedale, una struttura sanitaria pubblica, a perenne monito della loro importanza dopo gli anni incoscienti in cui si parlava di medici e ospedali come costi da tagliare? Oppure sarà qualcosa nel segno dell’effimero, vera malattia della nostra epoca, e di tanto dolore resteranno solo le luci tricolori proiettate sui palazzi, le mascherine firmate del sindaco, il gel igienizzante griffato “Acqua di Gaeta” come il profumo, e qualche video struggente di strade vuote?

In realtà quando si esce da un’epidemia i più vogliono solo voltare pagina, dimenticare. Per questo le storie delle epidemie passate sono poco conosciute; eppure, a rileggerle, è facile trovare somiglianze, ripetizioni, ricadute. I contagi sulle navi, per esempio. Nel 1575 un vascello mercantile fu messo in quarantena al largo del porto di Gaeta. Proveniva da Livorno con un carico di pesce essiccato. A bordo due marinai presentavano segni bluastri sul corpo, febbre alta e sudorazione continua: i sintomi della peste. L’attracco era impedito e nessuno poteva sbarcare. Acqua e viveri venivano portati sotto bordo e caricati su una barca di appoggio badando a evitare ogni possibile contatto con la ciurma. Trascorsero lunghi giorni di apprensione. Entrambi i marinai a distanza di poche ore morirono. Per ordine del Medico Deputato di zona i corpi non furono, come l’usanza del tempo avrebbe voluto, gettati in mare. Tutto rimase immobile per un tempo indefinito. Poi, trascorsi i quaranta giorni d’attesa, i componenti della ciurma, ‪comandante, nocchiero e timoniere compresi, vennero considerati immuni dal contagio e trasportati finalmente in porto, dove trovarono acqua, sapone e vesti pulite. Il vascello venne incendiato insieme alle salme dei due sfortunati marinai.

Durante la peste del 1657, invece, giudici e governatori della città stamparono un lasciapassare dove si attestava che i marinai provenienti da Gaeta non erano contagiosi per grazia dei Santi Erasmo e Marciano e potevano recarsi a Napoli e in qualsiasi altro porto. Oggi si porterebbero dietro la ricevuta del test sierologico, nell’identica e spesso vana speranza: la presunzione di essere immuni, di continuare la vita di prima.

La paura è sempre la stessa: quella di oltrepassare il confine, finire dall’altra parte, tra i malati. Per secoli il lazzaretto di Gaeta, dove i colpiti dalla peste o dal colera o dal vaiolo venivano rinchiusi, si trovava nei pressi dell’ex convento dei Cappuccini, proprio dove oggi è situato il vecchio ospedale. Da lassù, da quelle finestre, si vede tutto il borgo, la penisola che fu fortezza, il mare a perdita d’occhio.

Anche chi per vocazione e per mestiere deve curare i malati può avere paura: riporta l’Annuario Storico del Regno delle Due Sicilie che durante la tremenda epidemia di colera del 1836 tre medici di Gaeta furono sospesi provvisoriamente dall’esercizio della professione per aver negato assistenza ai loro concittadini, nel timore del contagio, e arrivarono altri da fuori a sostituirli. In quell’anno funesto il lazzaretto fu individuato ancora più lontano dal centro, sul vecchio monastero di Colle Sant’Agata. Oggi, dietro i nuovi palazzi, restano solo rovine e alcuni sprofondi nel terreno: sono le vecchie cisterne dove furono gettati i resti delle tante vittime di quell’epidemia di colera. Fino agli anni Settanta del Novecento la sera del primo novembre una processione saliva fin qui dal quartiere della Piaja per rendergli omaggio.

Nel 1885, durante l’ennesima epidemia di colera, i lazzaretti divennero le navi ancorate nel golfo, cariche di marinai malati e in quarantena. Al medico e deputato Giuseppe Buonomo che coordinò i soccorsi nella zona il re diede una medaglia e i gaetani intitolarono il corso della città appena edificato.

Nel 1919, per la terribile influenza spagnola, il lazzaretto era ancora più lontano. In bici, in carriola, a spalla, decine di malati, a volte abbandonati dai parenti, furono trasportati dai Carabinieri alla stazione ferroviaria dove treni speciali li aspettavano per trasferirli a Napoli.

Ogni volta sembra impossibile, eppure succede. Pure nel 1973, quando nessuno ci avrebbe scommesso, il colera tornò. L’epidemia partì da Napoli e si pensò che a essere contaminati dal vibrione fossero i frutti di mare. A Gaeta si diede ordine di smantellare gli allevamenti di cozze che allora stavano nelle acque davanti al quartiere medievale, vicinissimi alla costa. Pochi mesi dopo, sotto il Comune, davanti alle scuole, tutti si misero in fila per il vaccino. Migliaia di dosi e decine di speciali siringhe a pistola furono messe a disposizione dai militari americani: anche grazie a loro quell’epidemia fu sconfitta.

Quasi mezzo secolo dopo fu proprio un militare americano, mentre tutta la città era sigillata e si illudeva di essere al sicuro, uno dei primi casi di contagio da coronavirus a Gaeta. I negozi chiusero, le strade si svuotarono, decine di sarti e sarte si misero a cucire mascherine altrimenti introvabili, i farmacisti nei loro retrobottega prepararono boccette di disinfettante.

Via Indipendenza è deserta, desolata, spettrale, coperta da uno strato lattiginoso di disinfettante, che sotto il sole scintilla sinistramente. Privi dell’animazione abituale i vichi si rassomigliano tutti. Si ha l’impressione di un paese irreale, di cartapesta, che debba crollare al solo rumore di un passo. L’eco stessa della propria voce incute paura. Si sente quanto sia precaria la propria sopravvivenza. Tutto vi è infido: l’aria che vi si respira, lo stralunato passante che si incontra, la porta di casa che si tocca nell’atto di aprirla.

È un articolo di giornale della primavera 2020? No, sono parole tratte da Gaeta d’altri tempi di Pasquale Di Ciaccio, scritte nel 1968, raccontano i tempi del colera del 1911. Ogni volta sembra la prima, eppure la storia si ripete. Ogni volta sembra la fine del mondo, ma poi come sempre passa.