Il collezionista di santini

Pubblicato sulla Gazzetta di Gaeta – Numero 5 – Comizi (marzo 2022).

Già da piccolo sapevo quando le elezioni stavano per arrivare. Mio padre varcava la porta di casa e posava sul tavolo, insieme al suo cappello da vigile urbano, pacchi alti così di carta sottilissima, tanti fogli attaccati uno sopra l’altro che a srotolarli tutti ci si sarebbe potuto forse avvolgere l’intero palazzo. Avremmo passato sere intere, insieme a mia madre, a staccarli pazientemente uno per uno, facendo attenzione a non strappare lungo i bordi, poi a dividerli leggendo gli indirizzi stampati sopra, per ogni strada la sua pila di foglietti messa in ordine sul tavolo del salone. Viale America, viale Asia, viale Australia, viale Africa erano i nomi dei continenti di recente costruzione, i nuovi quartieri che avvolgevano la città, voti che erano diventati case che ora ridiventavano voti. Il certificato elettorale, la cartolina precetto della democrazia, sottile come carta velina, arrivava casa per casa portato da un vigile nelle ore di straordinario e da un bambino al quale le elezioni sembravano già un gioco, serissimo ma pur sempre un gioco, che apparteneva al mondo dei grandi. Da piccolo avrei voluto farmi eleggere presidente del mondo, da grande ho capito di essere un vero provinciale perché per me le elezioni comunali a Gaeta, solitamente una volta ogni cinque anni, sono come i mondiali di calcio. Una festa mobile, un gioco di ruolo, un rituale collettivo e talvolta sacrificale, una lotta senza quartiere, un ufficio di collocamento, un gioco barocco dove nulla è mai come sembra, un circo felliniano, un duello rusticano, una ragione di vita oppure una malattia, un gran carnevale in cui sfogarsi, un esercizio di libertà nonostante tutto, questo sono le elezioni comunali. Sempre tenendo a mente che tutto in questo Paese, e primariamente la politica, oscilla tra i nostri due caratteri nazionali: il melodramma, come già scriveva Antonio Gramsci circa un secolo fa, e la commedia. Nei momenti di massimo affollamento, quando la luce del tramonto la coglie di sbieco, passeggiare sulla piazza del municipio gaetano in tempo di votazioni è un’esperienza a metà tra la polis ateniese e la filodrammatica dell’oratorio. I candidati, quando li incontri per strada nel resto dell’anno, hanno sempre quell’aria mogia e riflessiva, quell’indecifrabile sorriso un po’ triste e un po’ no, li saluti e loro rispondono senza rallentare, con quell’alacre andatura di chi sta andando a un appuntamento importante. Poi eccoli, in campagna elettorale, di nuovo sorridenti, grintosi, prodighi di pacche sulle spalle e strette di mano, come risvegliati da un letargo, come avessero appena risposto al richiamo della foresta.

Di tutto questo agitarsi cosa resta, a distanza di tempo, se non una pletora di carte ingiallite, facce sbiadite, slogan e simboli consumati dal tempo? Non si sa quando e con quale iniziale dose di ironia il termine “santino” sia scivolato dall’oggettistica religiosa, per indicare piccoli cartoncini su cui era riprodotta l’effige di una figura sacra insieme alle necessarie invocazioni e preghiere, alla pubblicistica elettorale, ugualmente avida di miracoli. Ci sono, anche nella nostra città, insospettabili collezionisti di santini elettorali. La loro passione è spesso gelosamente custodita, per avvicinarli occorrono passaparola e lunghi corteggiamenti, richieste di massima discrezione, infine li vedi arrivare con sottobraccio cartelline, faldoni e schedari, prima di aprirli si guardano attorno con aria quasi da cospiratori e poi finalmente svelano davanti agli occhi la fantasmagorica mercanzia. Ecco le facce, volti mineralizzati dal tempo. Sullo sfondo ci sono quasi sempre panorami del golfo, cieli sgombri di nuvole. Molti guardano in camera, dritto negli occhi, come a voler dimostrare di non avere nulla da nascondere. Alcuni invece guardano verso l’infinito, e forse oltre, a voler simboleggiare l’ambizione di mirare lontano, di pensare in grande. Altri hanno lo sguardo laterale, di sguincio, presagio forse della disponibilità a non lasciarsi sorprendere da nessuna evenienza. Ecco i simboli, via via sempre più colorati, alcuni indecifrabili come geroglifici di una civiltà estinta, quasi tutti col tempo indistinguibili. Nel complesso l’effetto ha qualcosa di funereo, cimiteriale, una sorta di Spoon River della politica cittadina. Le varie elezioni scandiscono lo scorrere del tempo, le chiome si diradano e si ingrigiscono, i volti invecchiano oppure riacquistano levigatezze da servizio fotografico di nozze con Photoshop, alcuni sguardi sembrano farsi più spenti oppure all’improvviso svelano guizzi diabolici. Sempre presente è infatti la figura del candidato seriale, che non si perde un giro: c’è quello che ad ogni elezione conserva la stessa imperturbabile faccia ma cambia lista e partito (con motivazioni politiche spesso discusse come nel film di Monicelli Parenti Serpenti: «Lo vedi l’assessore? Faceva tanto il comunista, poi la moglie gli ha messo le corna ed è passato al Partito Socialista»); c’è quello invece sempre fedele allo stesso simbolo, che sia lo scudocrociato oppure la fiamma oppure la falce e il martello, e tuttavia si tratta di una specie in via di estinzione. Oggi, si sa, sono tutti civici, tutti “in movimento”, tutti “oltre”.  

Vincenzo Lieto

Come e prima delle questioni di genere, la politica – nazionale e locale – ha fatto della fluidità la sua bandiera. Nessun accoppiamento è illegittimo o deve destare stupore, non ci sono limiti alle trasformazioni, nessuna appartenenza può essere definitiva, le identità binarie, compresa quella destra-sinistra, sono ormai da considerarsi superate. Sinceri democratici vanno a braccetto con ardimentosi leghisti che tuttavia si rivelano ex democristiani in transizione, pensosi cattolici conservatori se la intendono con arguti post-comunisti segretamente nostalgici, vigorosi grillini fino a ieri pronti a giurarti che destra e sinistra non esistono più e la casta politica va abbattuta senza fare prigionieri ora cinguettano amorosi con vivaci berlusconiani mai pentiti. E tutti che, nel dubbio, si dichiarano “civici”. La fluidità in politica non è solo una questione ideologica, riguarda anche lo spazio e il tempo, la progressiva indistinzione tra ciò che è pubblico e ciò che dovrebbe essere privato. Un oppositore della vecchia scuola, come il consigliere comunale Franco De Angelis, se ne lamenta come un lavoratore che improvvisamente scopra le croci e le delizie dello smart working: «È incredibile, non si stacca mai. Io mi sveglio alle sette di mattina e già trovo sul cellulare decine di notifiche su WhatsApp: hai visto cosa ha postato quello? Hai letto il commento che ha lasciato quell’altro? Hai guardato chi ha messo like al post del sindaco? Ma cosa si fa, dico io. Ci provo a convincerli, soprattutto i più giovani: la politica non è questo, ma non c’è niente da fare». Nell’anno elettorale 2022 i gruppi WhatsApp sono in effetti diventati le nuove sezioni di partito, i nuovi circoli politici: ogni coalizione e ogni lista ha il suo, con possibili sotto-gruppi riservati per alcuni membri. L’abbandono oppure l’espulsione dal gruppo WhatsApp rappresentano il massimo affronto possibile, l’equivalente di una scissione nei vecchi partiti. Ma il comando più usato e più temuto è senza dubbio il pulsante “inoltra”: il messaggio, di testo o vocale, come una freccia dall’alto schiocca, vola veloce di bocca in bocca, di smartphone in smartphone, con effetti talvolta deflagranti. Tenere un segreto in politica è una virtù più fuori moda che arrivare vergini al matrimonio. E pensare che ancora oggi ci sono vecchi iscritti al Pci, ormai novantenni, i quali alla richiesta di informazioni sulle divergenze politiche all’interno della vecchia sezione di Gaeta, a trent’anni dalla scomparsa del partito, oppongono un fermo diniego: «Di questo non posso parlare». D’altronde, ogni luogo ha i suoi significati. Le vecchie sezioni di partito, con le loro bandiere, i ritratti dei padri fondatori appesi alle pareti, le mura impregnate dal fumo di mille sigarette, erano come chiese laiche, ispiravano timore reverenziale. Oggi al massimo ci si riunisce nei bar che da sempre sono il luogo della rilassatezza, del pettegolezzo, del mercanteggiamento. Tra i tavolini del Caffè Cavour, sotto la galleria sul Corso, da anni il Pd svolge i suoi direttivi e i congressi. Al bar Platani, sul lungomare, Lega e Fratelli d’Italia hanno prima stipulato e poi infranto il loro patto politico. Al bar Chiar di luna, sotto Monte Orlando, un fumantino consigliere di Forza Italia aveva abbandonato la maggioranza di centrodestra a colpi di “porco questo” e “porco quello” finiti il giorno dopo sui siti internet. Più furbo il giovane consigliere civico che ora ammortizza la sua candidatura col fatto che i caffè da offrire sono tutti nel centralissimo bar di famiglia. Sbaglierebbe però chi pensasse che tutta quest’aria fluida e pettegola renda la contesa politica locale più cortese e amichevole. A differenza di un tempo, quando distanze ideologiche abissali non impedivano il mutuo riconoscimento e rispetto tra avversari, nella politica di oggi le idee sono sfumate e indistinte mentre assistiamo ad una ininterrotta catena di acredini, ruggini, vendette, sgambetti, ripicche, vittimismi. 

Eppure vedendo i più giovani tra i candidati di oggi, quelli a loro agio con i filtri di Instagram e perfino con i balletti di Tik Tok, così precisi e iperconnessi, perfino un po’ secchioni, viene sempre il dubbio: come se la caverebbero sopra un palco dei comizi? Il rituale dell’arringa nella piazza del paese, che poteva essere piena e rumoreggiante oppure (peggio ancora) scettica e semivuota, era per ogni candidato la prova del fuoco, da affrontare ricorrendo a tutti i trucchi dell’arte oratoria, sempre in bilico tra la roboante volgarità e la pennichella metafisica. È difficile oggi, nell’era della comunicazione digitale e del distanziamento pandemico, far rivivere le atmosfere di allora. Ci riesce il compianto Antonio Riciniello nelle pagine del suo libro Il sindaco: «Piazza Roma, oggi piazza della Libertà, piazza Cantiere, l’attuale piazza Mazzoccolo, Calegna, piazza Traniello e Villa delle Sirene erano i luoghi prescelti dagli oratori per esporre alla folla eccitata ideologie politiche e programmi, rampogne e consensi. Un’atmosfera pregna di passionale partecipazione, sull’onda della quale anche il più umile dei cittadini si sentiva protagonista delle sorti del proprio paese». Sembra di vederli in lontananza, nei toni seppiati delle vecchie fotografie, i giganti, i padri ormai sepolti: il comunista Mariano Mandolesi, nelle cui parole a molti sembrava di avvertire quasi l’accento del nord dove aveva combattuto da partigiano, il monumentale socialista Archita Denaro, il rampante democristiano Pasquale Corbo, il professore di inglese che già sognava una nuova torre civica ispirata al Big Ben di Londra, il compagno Mario Giordano dalla parola più tagliente di una rasoiata, il sindacalista Gigino Dell’Anno che arrotolandosi nel suo pittoresco linguaggio italo-gaetano dipanava le problematiche contrattuali dei lavoratori. «La folla era una marea fluttuante, un fiume in piena che si spostava da un punto all’altro dove si tenevano i comizi, per ascoltare le ultime rauche, afone parole, nell’oratoria infuocata dei protagonisti della politica». Pure qualche nome altisonante del Parlamento non disdegnava di fare una capatina a Gaeta, feudo della Democrazia Cristiana ma anche zoccolo duro della sinistra. Anche se i grandi politici, da queste parti, venivano perlopiù in vacanza: De Gasperi al Grande Albergo Miramare per riposarsi dopo le elezioni del ’48 (si narra che il presidente lasciò la sua firma sull’albo degli ospiti e, rifacendo il verso del motto civico di Formia Post Fata Resurgo, scrisse Post Comitia Resurgo!), Nenni che giocava a bocce con Saragat nel suo buen retiro a Vindicio, Moro in giacca e cravatta sulla spiaggia di Terracina, Ingrao che si spingeva verso sud dalla sua Lenola, Andreotti e Craxi ospiti in riservatissime ville vista mare. Tuttavia con il passare dei decenni, e soprattutto con lo sfumare delle ideologie, il format del classico comizio non bastava più e i politici, nel frattempo accompagnati dagli immancabili consulenti d’immagine e spin doctor, si sono dati da fare per arricchirlo, per renderlo più brillante, più spettacolare, più pop. 

Erano gli ultimi fuochi che illuminavano le piazze prima della grande crisi e dell’epoca della smaterializzazione. Tutto ciò che è solido stava per dissolversi nell’aria, come già aveva profetizzato, pensando a tutt’altro, Karl Marx. La battaglia politica si trasferiva sugli schermi che all’epoca erano ancora quelli della televisione. Per i “faccia a faccia” tra candidati trasmessi in diretta dall’emittente paesana Tele Monte Orlando si fermava la città come per una finale dei mondiali. Il giovane Damiano Ciano si dava da fare per tenere il piglio dell’anchorman serioso, del conduttore d’assalto alla Santoro, ma pure lui dovette cedere di schianto quando, sul finale del duello tra i candidati sindaco Antonio Raimondi e Leandro La Croix, la vaporosa giornalista del Tempo Anna Galise se ne uscì con la più inaspettata delle domande. Vetreria? Autorità portuale? Traffico? Macché. «Questa volta vorrei porre una questione un po’ più… come dire?… frivola: di che segno siete? Avete qualche amuleto portafortuna?». Ciano la fulminò con uno sguardo ma il dado era bello che tratto: uno tirò fuori un rosario dalla tasca, l’altro citò il braccialetto che una fantomatica sacerdotessa gli regalò su una spiaggia brasiliana. 

Nel 1994, alla prima campagna elettorale per l’elezione diretta del sindaco, fu Antonio Cesarale, saggio preside della sinistra gaetana, a consigliare il giovane candidato del Pds Silvio D’Amante di lasciar perdere i comizi e dedicarsi invece agli incontri a tu per tu con gli elettori. «Mi disse: mettiti con un tavolino davanti al cinema Ariston e parla con la gente. Io ero preparato su tutto ma la prima a fermarsi fu una signora che mi fece una domanda sul cimitero, e io rimasi di sasso: non sapevo cosa rispondere». Il giovane e belloccio dentista, che le signore dei vicoli si rimiravano come fosse Bill Clinton, era riuscito, l’anno prima, anche a finire sulla prima pagina del Corriere dello Sport come protagonista dell’articolo Festa dell’Unità batte Beautiful 2 a 0, dopo che un dibattito politico in piazza da lui organizzato seguito da un audace spettacolo di ballerine brasiliane aveva surclassato in presenze un evento allo stadio comunale con i protagonisti della celebre soap opera americana. Sedurre gli elettori si è fatto via via più difficile. La virata verso la spettacolarizzazione si compie con i primi anni del nuovo secolo. Alle comunali del 2002 il candidato di centrodestra Massimo Magliozzi (slogan: “Vai al Massimo!”) allestì un torneo di calcetto in piazza, mettendo in palio per la squadra vincitrice un weekend a Rimini (non quello delle elezioni, si immagina). Il candidato di centrosinistra Damiano Di Ciaccio rispose con la manifestazione “Gaetano è bello”: testimonianze di “gaetani orgogliosi”, concerto di un cantante del posto, degustazione di prodotti tipici. Niente a confronto di quello che accadde nella campagna elettorale successiva, anno 2007. Campagna che – il lettore perdonerà la parentesi autobiografica – fu aperta dagli stralunati manifesti del finto candidato Luca Di Ciaccio: “Un marziano? – si chiedevano – Non lo so però ci sto”. Candidatura del tutto situazionista, da cui fu ricavato un documentario, che per un paio di mesi fu quasi presa sul serio, nonostante o forse grazie al video della discesa in campo in puro stile di parodia berlusconiana («Gaeta è il paese che amo») e allo spot in cui forse profeticamente venivano annunciate «le primarie per la first lady». A dimostrazione che realtà e parodia sono ormai indistinguibili, la vera campagna elettorale fu chiusa dal candidato civico Antonio Raimondi, totale outsider sconosciuto fino a pochi mesi prima, che sul palco di Molo Santa Maria si pittò gli zigomi di blu immedesimandosi in Braveheart e incitando la folla a sollevare le braccia e gridare «Libertà! Libertà!». Lo stesso Raimondi, in quella che fu la contesa elettorale più pazza e americana della nostra storia cittadina, aveva già, nell’ordine: dato dei numeri al lotto in suo evento elettorale, poi effettivamente usciti; improvvisato una gag con il conduttore televisivo Flavio Insinna; diffuso foto di lui che visitava villaggi africani in compagnia di Claudia Koll; fatto stampare la maglietta per bambini “Se potessi voterei Raimondi”; omaggiato di rose rosse le signore in piazza per un suo comizio. Il sindaco uscente Massimo Magliozzi per reagire tentò invano di giocarsi l’ultima carta: il concerto in piazza di Anna Tatangelo e Gigi D’Alessio, al quale non contento promise l’assessorato ai grandi eventi.

Nonostante gli effetti speciali e le mode mediatiche, i voti, soprattutto in un centro abitato medio-piccolo quale è Gaeta, si raccolgono sempre alla stessa maniera, con un lavoro certosino e capillare di famiglie, amicizie, piccoli e grandi favori, rapporti lavorativi, blocchi di interesse. Resta sempre valida la lezione del sindaco democristiano Damiano Uttaro quando alla fine di ogni giornata interrogava il suo giovane portaborse Felice D’Argenzio: «Quante mani hai stretto oggi? Chi erano? Che lavoro facevano? Avevano famiglia?». In campagna elettorale questa ricognizione diventa ancora più complicata. A ogni elezione la platea di candidati, tra aspiranti sindaci e aspiranti consiglieri comunali, si allarga sempre di più, e forse prima o poi si arriverà al paradosso di avere più candidati che votanti. Un fratello, una sorella, un amico, un collega, un cognato o perfino un’ex fidanzata belli pronti a chiederti il voto ce li hanno tutti. Il candidato di paese, come un amazzone pronto a fendere la giungla, dovrà districarsi tra una miriade di rapporti parentali, amicizie a rischio, legami inconfessabili. Come quell’aspirante sindaco di centrosinistra che, all’ultimo venerdì prima del voto, nel solito negozio fallito trasformato per un paio di mesi in sede elettorale, mentre tutti gli chiedevano come si sentiva, e quali numeri sarebbero usciti da quel seggio, e quale direzione avrebbero preso quegli altri pacchetti di voti, lui si alzò in piedi e davanti a tutti proclamò: «I voti, signori miei, si sudano uno ad uno, tu vai a piedi da qui al barbiere Benedetto e sono cento voti, vai a piedi da qui al tabaccaio donna Rosa e sono duecento voti». Poi, schiantando sulla sedia e accendendo un sigaro, sospirò soltanto: «Questa è l’immensità». Un’altra volta, in piedi sui gradini della scuola elementare, un candidato consigliere comunale di centrodestra contava e ricontava i suoi voti, quelli che erano passati a salutarlo e quelli che avevano fatto finta di non vederlo, quelli con sguardo sincero e quelli che dicono sì a tutti, e capiva che questa volta i conti non tornavano, non ce l’avrebbe mai fatta a essere rieletto, come infatti accadde: «Io tengo un elettorato troppo anziano, i voti miei li ho presi tutti, solo che i quindici che mi mancano sono proprio quelli che so’ morti». La verità è che le campagne elettorali costano: in denaro ma soprattutto in tempo. Il senatore gaetano post-missino Erasmo Magliozzi, intervistato dal giornalista Saverio Forte, diceva già anni fa che «un politico se vuole servire compiutamente il suo territorio, la sua comunità, non deve e non può avere un difetto: l’orologio». Tutto giusto ma non è un caso se l’impegno politico sia diventato soprattutto un affare per pensionati, dipendenti spesso pubblici con orari concilianti, giovani studenti non ancora costretti ad emigrare per lavoro, in generale più uomini che donne. Come si è sempre fatto nelle famiglie “bene”, se il figlio non riesce negli affari lo si manda in politica.

In questo grande spettacolo che sono le elezioni comunali il ruolo più ingrato, talvolta incomprensibilmente più ambito, è quello del venerabile capo d’armata, l’aspirante primo cittadino, insomma il sindaco. Sono passati trent’anni dall’approvazione della legge sull’elezione diretta dei sindaci – doppio turno, premio di maggioranza e limite di due mandati consecutivi – la legge elettorale più duratura in circolazione nella penisola. La sua approvazione, nel lontano 1993, segnò la fine della Prima Repubblica dei grandi partiti: fino ad allora si votavano solo i consiglieri e il sindaco era un Re Travicello, scelto di volta in volta dal consiglio comunale, destinato a durare anche pochi mesi. Con la nuova legge il sindaco diventa il dominus dell’assemblea, benedetto dall’unzione popolare, legato a doppio filo al consiglio: se va a casa lui, vanno a casa tutti. Il ruolo del sindaco diventa protagonista, si prende il centro della scena. E però piano piano questi sindaci che parevano Superman hanno scoperto la solitudine del loro ruolo. Con le risorse in bilancio sempre più inadeguate, le nuove tasse imposte dallo Stato dopo averne fatto riscuotere altre, i rischi giudiziari altissimi per ogni firma, i compensi inferiori a quelli di un qualunque parlamentare il cui massimo rischio è schiacciare un pulsante sbagliato al momento del voto, i partiti ridotti a scatoloni vuoti, l’opinione pubblica che oscilla tra l’indifferenza e l’isteria, in molti hanno cominciato a chiedersi: ma ne vale la pena? I partiti, in passato, operavano ed erano presenti sul territorio. E, in questo modo, selezionavano i candidati. Gli amministratori locali divenivano così la “base del partito” che formava i gruppi dirigenti e arava il terreno del consenso. Perché i sindaci contavano, spesso ben oltre i confini del territorio. Il cursus honorum di un politico partiva da consigliere comunale per poi salire, un passo alla volta, sindaco, consigliere o presidente di provincia, poi la Regione, infine per alcuni il Parlamento, il Governo. Oggi i partiti sono emanazioni dei loro leader nazionali, club di fedelissimi del potente di turno, esposti alle oscillazioni continue dei sondaggi, discese ardite e risalite. Forgiati nel mito, figlio degli anni di Tangentopoli, della presunta riscossa della “società civile” contro i vituperati “politici di professione”. È questa l’epoca in cui uno sconosciuto avvocato, casualmente in vacanza con i piedi a mollo nel mare di Gaeta, viene convocato all’improvviso in un hotel di Milano dai leader dei due partiti di maggioranza per comunicargli che sarà lui il prossimo presidente del consiglio.

I sindaci, e gli aspiranti tali, hanno reagito mimetizzandosi. «Partito? Macché! – ti dicono – Il mio è un movimento civico, contano le persone». A Gaeta nella Prima Repubblica i partiti maggiori erano le grandi chiese e le prime liste civiche nascevano come momentaneo rifugio per eretici e dissidenti. A Gaeta c’è ancora chi ricorda il mitologico Galeone Crociato, la lista del democristiano e sindacalista Cisl Angelo Barattolo che a metà degli anni Sessanta contribuì a dare l’assalto al regno del sindaco Pasquale Corbo, suo compagno di partito. Circa un quindicennio dopo, nel 1981, furono proprio i due ex nemici, Corbo e Barattolo, a riunirsi in una memorabile lista civica, la Pro Civitate, che costò loro l’espulsione dal partito dopo qualche decina d’anni di militanza. Ma la Democrazia Cristiana, la cosiddetta Balena Bianca, si sa, era il partito-madre, per quasi mezzo secolo ininterrottamente di maggioranza, capace di contenere nel suo grembo gli opposti, stratificati in correnti e sotto-correnti che si combattevano ferocemente. Dalla Dc veniva anche Elvio Di Cesare, che a metà degli anni Settanta approdò in consiglio con una lista dal nome inquisitorio: Centro di Moralizzazione Pubblica. Oggi Di Cesare è conosciuto da tutti come uno dei più integerrimi esponenti della società civile antimafia, con la sua Associazione Caponnetto. «La lista civica – scriveva un severo Gaetano Andrisani sulla Gazzetta di Gaeta del 1975 – reca disturbo allo svolgimento corretto della battaglia, perché defrauda l’opinione pubblica dello scontro politico diretto e masturba il discorso elettorale». Oggi, in effetti, ci sembra di essere diventati ciechi e per trovare il simbolo di un partito sulla scheda elettorale occorre munirsi di lente di ingrandimento. Sono due le tipologie di civismo che vanno per la maggiore nella politica comunale di oggi. La prima è il neofita della politica, animato da un vero fuoco di Sant’Antonio si convince (e a volte convince gli altri) di essere l’unico in grado di salvare la città, pur non avendo nemmeno mai fatto l’amministratore di condominio. La seconda è il riciclato, ha già esperienza politica alle spalle ma per qualche disaccordo decide di correre da solo, è un candidato previdente, non scoprirà mai tutte le sue carte né userà mai tutte le sue armi, la sua filosofia è il “non si sa mai”. Tuttavia, se c’è un aspetto comune alla quasi totalità delle liste civiche è la loro breve durata: soprattutto quando perdono le elezioni. La loro essenza naif emerge già dai nomi che si danno: il Quadrifoglio, il Gabbiano, la Torre, l’Orizzonte, o anche semplicemente quella “per Gaeta” (e ci mancherebbe fosse contro). Simboli con cui neppure l’elettore più malfidente potrebbe dirsi in disaccordo. Nel 1949 la lista civica, una delle prime della storia cittadina, fondata dal sindaco uscente Giovanni Cesarale che aveva appena rotto con la Democrazia Cristiana, sfoderò come simbolo addirittura il campanile della Cattedrale e la sacra effige dei santi Cosma e Damiano. Nel 1994 ecco spuntare la lista W l’Italia, d’altronde si era all’indomani del trionfo di Forza Italia alle elezioni e alla vigilia dei Mondiali di calcio. Nel 2007 arrivò la lista Forza Gaeta, pubblicizzata con le bandiere e l’inno della squadra di calcio cittadina, e non a caso capeggiata dal suo presidente, allora fratello del sindaco in lizza.

Scomparse le vecchie e rigide categorie politiche, di questo passo, si potrebbe tornare alla divisione dell’inizio del Novecento quando nel Comune di Elena, l’antico Borgo gaetano fuori le mura elevato per qualche decennio a municipio autonomo, i due gruppi politici che si contendevano l’amministrazione cittadina erano denominati Maumme e Luppe Lappe, due voci onomatopeiche, una a simulare l’inghiottire e l’altra il divorare famelicamente. E qui si entra in un territorio che meriterebbe un capitolo a parte, astenendosi da facili battute, ovvero il particolare rapporto della politica con il cibo. L’atavico rito della condivisione della tavola trova il suo culmine nelle cene elettorali, che mettono a dura prova la salute fisica di ogni candidato. Ecco la leggendaria pasta e fagioli della trattoria La Spera, cucinata dal mitologico Stanislao Mitrano in arte Silano, assessore alla Cultura in quota Partito Repubblicano negli anni Ottanta (nonché autore di uno dei più belli slogan elettorali di sempre: “Se vuoi Gaeta come Milano vota Silano”). Ecco le succulente fritture di paranza del mitico Mario Di Lorenzo detto La Saliera, dal nome del suo omonimo ristorante con cui nel 2017 voleva ribattezzare proprio una lista, Lista La Saliera. Alla vigilia delle comunali del luglio 1949 fece discutere la delibera comunale n. 102 che liquidò ben 10mila lire di spese ad una pasticceria per la fornitura di «paste e liquori» per il ricevimento dell’onorevole Giulio Andreotti e dei vip al seguito. Alle elezioni successive, nel 1953, il giornalista Nicola Magliocca si scagliò di nuovo contro Andreotti il quale «speculando sulla miseria e sulla fame che non è poca, si è fatto precedere da tonnellate di pasta che sono state distribuite nella cooperativa dei pescatori, nelle varie parrocchie e nel negozio Cervone». Come se non bastasse «sempre a spese del Comune sono state accese migliaia di lampadine e un gran numero di fuochi d’artificio; dulcis in fundo un lauto pranzo è stato consumato al ristorante Salute da ben cento invitati». Sapeva dunque di solleticare corde ancestrali il furbo candidato sindaco civico Antonio Raimondi quando, nel 2007, diede il là alla sua campagna elettorale facendo affiggere per le strade della città due manifesti: uno con l’immagine di un fumante piatto di spaghetti al pomodoro e lo slogan “Basta mangiare da soli!”, l’altro con una serie di pesci attaccati all’amo e l’altrettanto fulminante slogan “Non abbocchiamo più!”. Nel tempo degli slogan tutto fa brodo, e infatti resta memorabile la sfuriata che il sindaco Massimo Magliozzi fece al suo povero addetto stampa colpevole di avergli infilato una citazione in latino in un discorso: «Lo vuoi capire o no? Io agg’ parla’ come magno!». Il passo finale è l’antropofagia: il candidato che si offre egli stesso in pasto ai suoi elettori. A compierlo, nella campagna elettorale 2017, fu l’imprenditore Antonio Salone, candidato al consiglio comunale, che in un ristorante di Gaeta presentò la sua enorme torta che riproduceva, in un tripudio di creme e panne, l’esatta effige, con tanto di foto e fac-simile, del suo santino elettorale.

E così è di nuovo al caro vecchio santino che torniamo. Ormai trasformato in torta, in bustina di zucchero, in dvd, in autoritratto dipinto a mano, in cartellone 6×3, in vetrofania, in fumetto, in codice QR tipo green pass vaccinale. Una novità recente, in grado di unire la necessità della legge elettorale che prevede la doppia preferenza di genere alla virtù del risparmio di carta, sono i santini “di coppia”, con i due candidati – uomo e donna – uniti nella richiesta di voto ma esposti al rischio del “divorzio da santino”: come nei migliori matrimoni la coppia elettorale scoppia e uno dei due si ritrova costretto col pennarello a cancellare da tutti i santini già stampati l’altrui nome. Sono lontani i tempi in cui ci si accapigliava di notte con i pennelli e i secchi di colla davanti ai tabelloni più ambiti dove attaccare i propri manifesti. Nel 1962 l’ambizioso sindaco in carica Corbo, alla vigilia delle elezioni, sfoderò addirittura un libricino intitolato Quattro anni di progresso per Gaeta e distribuito alla cittadinanza, anticipando senza saperlo il libretto Una storia italiana che nel 2001 Berlusconi fece recapitare nelle cassette postali di mezza Italia. Da qualche anno sono molto in voga le “vele” pubblicitarie a quattro ruote che portano in ogni quartiere il faccione pellegrino dell’aspirante primo cittadino, talvolta si incrociano sul lungomare – un faccione verso sud e un faccione verso nord – e gli autisti si salutano con una strombazzata di clacson. E pensare che alle comunali del 1980 il comunista Gino Valente, dal palco del comizio, tuonò contro chi aveva osato pubblicizzare la sua candidatura manco fosse la pubblicità di uno shampoo, e ce l’aveva con il giovane democristiano Roberto Mari che per primo aveva osato stampare la sua foto su un santino elettorale, addirittura aggiungendo un dépliant a tre ante con cenni biografici e messaggio agli elettori. Chissà come avrebbe reagito di fronte al santino a tiratura limitata del candidato consigliere Raffaele Matarazzo, da lui distribuito alle ultime elezioni, che lo ritraeva seminudo a bordo di una canoa. Lui fu eletto, e forse lo sarebbero stati anche gli involontari protagonisti dei santini fake che certi buontemponi si divertivano in passato a far circolare per la città: ritraevano quasi sempre personaggi eccentrici o mattacchioni di paese affianco a simboli inventati di liste, come il “Partito della Pagnotta per Filone Sindaco”, il “Partito della Mattonella”, oppure il “Partito col Cervello – Vota Cianiello”. Oggi, nell’era di internet, i santini sono già pronti a farsi meme, a moltiplicarsi viralmente sui social, a capovolgersi di significato. Quanto vorrei rincontrare il dottor Giacomo Bonelli – troppo presto ci ha lasciato pochi mesi fa – che una volta s’era fatto stampare un paio di santini con la sua faccia davanti all’immancabile panorama del golfo e li mostrava a tutti, con trionfante ironia. Il simbolo: “Partito dei Non Candidati”. Lo slogan: “Non votatemi, ma non chiedetemi di votarvi”. Sarà che più passa il tempo e più mi viene da dare ragione allo scrittore Paolo Nori quando dice: «Uno che non si presenta, lo potrei forse anche votare, se uno ha la faccia tosta di presentarsi non ci penso minimamente, a votarlo».

Abbiamo tutti un santino animato attivo 365 giorni all’anno, possiamo fare un comizio a qualsiasi ora del giorno e della notte affacciandoci sul palchetto dello schermo di un telefonino, siamo perfettamente allenati all’autorappresentazione di noi stessi, alle tecniche della messa in scena. Chi oggi voglia lanciarsi in politica o addirittura candidarsi sindaco deve rendersi conto che dovrà essere un po’ attore, un po’ istrione, un po’ personaggio. «Io sono il testimonial della città» disse una volta di sé Cosimino Mitrano, sindaco dal 2012 al 2022, così attento alla comunicazione da aver creato negli ultimi dieci anni un’orchestra di addetti stampa, agitatori social e media amici pronti a rilanciare ogni suo pensiero, ogni sua trovata, ogni suo sospiro. La campagna elettorale non è più quella cosa che dura un paio di mesi ogni tot anni per poi ripiombare nel consueto tran tran della normale amministrazione. Il giorno dopo l’elezione comincia già la corsa per la successiva. «La campagna elettorale permanente», definizione coniata ben quarant’anni fa dal consulente politico americano Sidney Blumenthal, è «l’ideologia politica della nostra epoca». Ma essere perennemente in campagna elettorale non vuol dire fare un’intervista al giorno, un annuncio al giorno, un tweet o un post pungente al giorno, ma vuol dire garantire la stessa capacità di risposta, l’ascolto dei cittadini, la volontà di farsi carico dei problemi oppure spiegare che non tutti i problemi possono essere risolti, 365 giorni l’anno, e non solo sotto elezioni. Poi alla fine – in una domenica di tarda primavera o di inizio autunno – si udiranno grida e squilli di tromba, e tutti tappandosi il naso andranno a votare. Così andranno le cose, perché alla fine così vanno sempre, e tutto il mondo è paese. Pare di sentirli i candidati che occhieggiano dai manifesti e dai santini, come se parlassero a ognuno dei passanti, come se elemosinassero un po’ della loro attenzione, «Dai, in fondo ci assomigliamo, tu sei come me».