Pubblicato sulla Gazzetta di Gaeta – Numero 6 – Stessa spiaggia stesso mare (luglio 2022).
Dovrebbe essere come un bonus della vita, un diploma o una laurea aggiuntiva: crescere in un paese di mare. Nello specifico in una città balneare. Il primo effetto e forse il primo trauma che viene in mente è il non dover essere assillati dall’immancabile domanda che arriva all’approssimarsi di ogni estate: «Dove vai in vacanza?». Aver sempre vissuto in un posto con cotanta bellezza di spiagge e di mare condanna infatti ad un sottile senso di colpa ogni volta che si debba prenotare una vacanza al mare d’estate altrove, come se in fondo uno stesse sprecando dei soldi, come se non potesse mai provare la stessa fame di mare di un abitante dell’entroterra o di città. E allora, pur di non sprecare la vacanza e farne una intelligente, si finisce a vagare affranti e sudati per città d’arte canicolari e deserte oppure freschi ma noiosissimi sentieri di montagna o ancora mercati orientali con cavallette fritte e tassi di umidità al duecento per cento, rimpiangendo infine, in un perfetto circolo vizioso, l’avito ombrellone in prima fila tramandato di generazione in generazione. È un senso di colpa del tutto provinciale e presuntuoso, direbbe l’uomo scafato prima di partire per le Maldive, per Mikonos o per la Sardegna, anche perché non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume e figuriamoci nello stesso mare, chioserebbe Eraclito prima di noleggiare una barca e veleggiare – beato lui – verso Capri.
La scrittrice Chiara Valerio, che è di Scauri, dice che noi gaeatani ci «aggiriamo sempre con l’aria dei lupi di mare». Noi, vanitosi come siamo, fingiamo di crederle ma sappiamo che ormai si tratta di lupi addomesticati. Città di mare, da tempo, non è più un concetto associato alle fatiche dei pescatori, alle avventure e alle lunghe assenze dei marinai, alle attese nei porti, alle madonne cui affidarsi prima di partire per mare. La mutazione è avvenuta. Dici città di mare e oggi pensi ai bagnini, alle spiaggette organizzate tutto compreso, al mare come bagnarola in cui mettersi a mollo nei mesi estivi, alle madonne da invocare rigorosamente in mezzo al traffico. «Abbiamo scoperto un paese godereccio e pieno di soldi, abbiamo scoperto che c’era il mare, prima il mare non lo guardava nessuno» disse una volta Rodolfo Sonego, principe degli sceneggiatori della commedia all’italiana. E tuttavia, che si tratti di levante o di ponente, l’unica costante è che le città di mare desiderano la terra, comprano la terra, si snaturano e si sviliscono sulla terra, che è comunque ferma e sicura come la rendita, di fronte a quel mare agitato e mosso come il rischio di impresa. Mi volto a osservare le belle spiagge di Gaeta e le vedo tutte uguali: una lunga trafila di ombrelloni stipati, di pali piantati pure di notte, recinti di stabilimenti sempre più larghi, brandelli di spiaggia libera occupati o svenduti senza pudore, beni pubblici – come lo sono le spiagge – avidamente trattati come possedimenti famigliari ed ereditari. Questo lo sa, chi cresce in un paese di mare perché da giovane ha fatto quello che è una sorta di servizio militare, di tappa fondamentale di formazione: ha trovato lavoro in uno stabilimento balneare, come bagnino (casta superiore) o spiaggino (casta inferiore). E mentre sudava sotto il sole con i lettini sottobraccio pensava: se rinasco voglio rinascere concessionario balneare, quattro mesi di lavoro, i restanti otto a godermi la rendita, cazzeggiare o fare politica.
Io, per esempio, confesso di essere un gaetano anomalo. La mia famiglia non ha mai avuto il segno distintivo di ogni paesano di mare che si rispetti: l’abbonamento per l’ombrellone a Serapo, al centro cittadino, stesso stabilimento e stessa fila tramandata generalmente per via ereditaria, con movimenti dal purgatorio delle file retrostanti verso il paradiso della prima regolati da rigide regole di casta non scritte, scalate sociali inequivocabili o decessi improvvisi. Andavamo invece all’Ariana, per via dei miei nonni che avevano una campagna proprio lì, una spiaggia incantevole che all’epoca della mia infanzia era considerata esotica, periferica. Avendola vissuta fin da piccolo ne ho visto davanti ai miei occhi la trasformazione: da luogo ameno, con pochi sparuti ombrelloni quasi sempre popolati da marescialli in pensione e professori formiani, ad autentico carnaio del turismo di massa. Si cresce in un paese di mare e si diventa con l’età reazionari e sempre meno democratici anche così: rimpiangendo quando la bellezza era un benefit per pochi privilegiati, deprecando l’arrivo delle masse sulla scena.
Sempre la spiaggia dell’Ariana è per me legata al grande salto economico-sociale che la mia famiglia avrebbe potuto fare e invece non ha fatto: mio nonno per decenni, e i suoi avi prima di lui, avevano sudato le più atroci fatiche zappando e coltivando i terreni che davano sulla spiaggia, e poi li avevano persi con atavica noncuranza, rendendosi conto troppo tardi che erano seduti sul pozzo di petrolio del turismo di massa senza accorgersene, senza probabilmente all’epoca nemmeno immaginarlo. Poteva in effetti venire in mente a chi aveva vissuto la propria vita come una serie irredimibile di fatiche e soprusi pensare invece che bastasse posare la zappa e piantare, proprio lì, un ombrellone e un chioschetto per le gazzose, che quello sarebbe stato il futuro?
Dei paesi di mare si dice che siano aperti alle novità, alle influenze che chi arriva da fuori porta con sé. Ma ogni luogo fa storia a sé e i gaetani, pure quelli del duemila, si portano ancora dietro mentalità antichissime. Molti indigeni vivono i tre mesi dell’affollamento estivo con la stessa rassegnazione con cui il popolo della vecchia fortezza, per secoli, sopportava di tanto in tanto i tre mesi d’assedio della soldataglia avversaria, sperando nel frattempo di scucire il più possibile dall’invasore di turno, con esose gabelle che in tempo di pace si chiamano affitti o tariffe, autovelox o strisce blu. Il sogno proibito del vero abitante del paese di mare è il villeggiante che manda il bonifico (anzi, meglio, la busta con i contanti) e poi non si presenta. Nemmeno ha mai attecchito l’ambizione, essendo il nostro un turismo prettamente popolare, di conquistare ricche straniere o ricchi stranieri per sistemarsi e non tornare mai più a lavorare, una volta finita l’estate.
Il rapporto con il turista, per gli abitanti del paese di mare che pure dai turisti in molti casi dipendono economicamente, è quasi sempre problematico. Turista che quasi sempre per ovvia vicinanza geografica in questi lidi è di provenienza napoletan-casertana (chissà perché il “turista romano” viene invece, ancora oggi, rimpianto e immaginato come una specie di raffinatissima chimera fuori dal tempo, metà Alberto Moravia metà Alberto Sordi, saranno forse le reminiscenze inconsce di tutti quei pontefici in fuga ospitati nei secoli passati, da Leone IV a Pio IX). Per rendere l’idea basterebbe passare in rassegna la varietà semantica dei termini con cui i gaetani definiscono gli incolpevoli turisti estivi di estrazione più popolare: zulù, mau mau (dal nome di gruppi etnici africani razzisticamente indicati come sinonimo di selvaggi), pier’ scaurat’ (piedi scaldati, evidentemente sulla sabbia delle spiagge), fagottari (per l’abitudine di portarsi al mare da casa il “fagotto” con il cibo), fravaglia, mazzame (dal nome di piatti realizzati con gli scarti e i rimasugli di pesce da friggere). Forse subiamo il fatto, come afferma il disegnatore Makkox, pure lui cresciuto tra Formia e Gaeta, di essere «l’interspazio tra Roma e Napoli, nell’esatto punto di gravità zero tra le masse delle due culture»?
Per me l’esotico della novità, della libertà dei costumi, è condensato in un’immagine della mia infanzia. La signora romana che ogni settembre affittava con il marito la casa dei miei nonni all’Ariana e scendeva in spiaggia in topless, e avanzava tra i campi con l’incedere spedito delle forze laiche e liberali di fronte al mondo rurale, il passo sicuro della buona borghesia di città, i seni nudi di una Marianna tornata vittoriosa dalla presa della Bastiglia per conquistare il meritato posto al sole in spiaggia, con la copia di Repubblica sotto braccio dal cui risvolto spuntava seminascosta una copertina di Novella 2000 o Eva 3000, e le facce allibite, curiose e interdette insieme, di questi vecchi contadini che sollevavano lo sguardo dai campi.
Che poi, a parte questi brividi piccolo borghesi (o quelli più hardcore della spiaggia dell’Arenauta, dove non pochi gaetani si appostavano coi binocoli sui pedalò per scorgere a riva i famigerati “nudisti”), a Gaeta d’estate si rischiava di annoiarsi moltissimo. Negli anni Novanta, ormai pure quelli rimpianti, gli stabilimenti balneari sprangavano tutti porte e terrazze alle sette di sera e le discoteche più ambite erano sempre fuori dai confini comunali, pur nella città che ha dato i natali a Claudio Coccoluto.
In tanti saranno invidiosi di chi è cresciuto in un paese di mare. In tanti proveranno antipatia. Eppure dovrete avere un po’ pietà di noi. Siamo quelli che restavano mentre tutti andavano via, tornando verso gli amici e i legami di città. Siamo quelli che «io ti scrivo, tu mi scrivi, poi resta tutto come prima». Siamo quelli che abbiamo visto mostri marini morenti e poveri annegati sotto un lenzuolo bianco sulla sabbia. Siamo quelli che nel tempo dilatato delle spiagge non ci rendiamo conto se siamo invecchiati oppure no.
