Pubblicato sulla Gazzetta di Gaeta – Numero 4 – È qui la festa? (novembre 2021).
Quando a Gianni Rodari, intervistato nel 1979 da Nico Orengo, viene chiesto cosa vorrà fare “da grande”, una volta riposta per sempre la penna dello scrittore, lui risponde senza alcuna esitazione: voglio fare il burattinaio. «Ho un progetto sicuro, molto serio, importante: la prima cosa sarà di farmi crescere una grande barba bianca, e se non sarà bianca la tingerò di bianco, ma lunga, molto lunga e voglio fare il burattinaio», annuncia alle telecamere della Rai, pochi mesi prima di compiere i suoi sessant’anni (e della sua scomparsa nel 1980). «Cioè voglio andare a lavorare con una compagnia di burattinai e scrivere storie solo per burattini, storie di qualsiasi tipo, anche avventure fantascientifiche, storie dell’orrore, di vampiri, ma tutto con i burattini». Il nostro burattinaio invece non ha la barba lunga e bianca ma un viso liscio, tondo e gioviale. Eppure tutti a Gaeta, fin da piccoli, abbiamo sempre saputo che quando arriva lui, Antonino Mercurio da Sorrento, con il suo furgoncino pieno di testoline, stoffe, fili, bottoni, pezzi di legno scheggiati e storie da raccontare, sta per iniziare davvero l’estate, e quando lui si mette a smontare il suo teatrino di legno e di cartone ecco che l’estate è ormai finita.
«Non c’è estate della mia vita, da quando sono nato, che non abbia passato a Gaeta. D’inverno, per arrangiarsi, mio padre Ciro andava a dare una mano al mercato in piazza a Salerno, al banco di sua madre che vendeva frutta e verdura, poi quando nonna morì cominciò ad andare a Capri dove da ambulante vendeva orologi, radio, televisioni. Ma quando arrivava l’estate pigliava il teatrino e ci portava tutti a Gaeta. Più passa il tempo e più queste forme di teatro popolare vengono apprezzate, ma all’epoca se dicevi faccio il burattinaio e non tenevi nemmeno un secondo lavoro ti ridevano in faccia».
Dal 1964 il teatrino dei burattini della premiata ditta Fratelli Mercurio è una presenza fissa sul lungomare Caboto dove, dalle sette alle undici di sera, mette in scena la vecchia commedia dell’arte partenopea con le sceneggiature di Antonio Petito e Eduardo Scarpetta ma anche con storie adattate ai tempi, tipo Pulcinella e Sandokan. Cinque spettacoli al giorno, per una durata media di circa 30 minuti ciascuno, uno ogni ora, mentre dalla macchinetta lì accanto sale il profumo dello zucchero filato.
«Tante volte mi chiedono perché non metto un tendone tutto attorno per recintare il teatrino e far vedere lo spettacolo solo a chi paga e si siede, come fanno tanti altri, ma io non posso tradire l’insegnamento che lasciò mio padre: i burattini sono un patrimonio di tutti diceva, e teneva ragione. Se ci sta un bambino che appartiene a una famiglia che non ha possibilità, e ti posso assicurare che ce ne sono tanti, tu non gli puoi togliere mezz’ora di risate. È vero che questo è un lavoro e lo facciamo per tirare avanti le nostre famiglie ma lo facciamo soprattutto con passione, con amore, e i bambini sono al di sopra di tutto. Oppure dobbiamo lasciarli davanti alla televisione o a giocare con il telefonino in mano?». A proposito di telefonini, riesci a tenere l’attenzione dei ragazzini oppure li vedi smanettare sullo schermo durante lo spettacolo? «Ci riesco ancora di più, perché i bambini nascono semplici e di questo io me ne accorgo tutti i giorni. Li stiamo complicando noi, per farli poi adeguare alla massa, e a furia di complicarli magari pensiamo di tenere dei figli che non sono validi quando invece è tutto il contrario. Proprio questa estate si è avvicinata una signora con l’accento del nord, con un burattino in mano che aveva acquistato il giorno prima da noi, e mi ha detto: ieri ci siamo fermati cinque minuti per caso dietro le sedie, mia figlia poi si è voluta sedere e ci siamo seduti, ha voluto comprare un burattino e oggi mi ha costretto a ritornare. E questo che ci fa capire? Che i bambini vengono sempre affascinati, attratti dalle cose semplici, pure, non dalle cose sofisticate». Un bambino del 2021 non è così diverso da un bambino del 1964? «Assolutamente, siamo noi diversi». Tu che infanzia hai avuto? «Molto serena, nonostante ci fossero dei momenti in cui a casa non si mangiava neanche, spesso andavamo dal salumiere a fare debito. Eravamo in undici, sette maschi e quattro femmine. Nonostante tutto all’ombra del teatro dei burattini quale bambino non sarebbe felice? Il mio primo teatrino l’ho avuto a sette anni, portato dalla Befana. Se i miei fratelli non mi facevano aprire e chiudere il sipario scoppiavo a piangere. Mia madre sapeva che bastava mettermi un burattino in mano per farmi stare tranquillo». Sei rimasto bambino? «Per forza, se in una giornata sei circondato in prevalenza da bambini non dico la mente ma il tuo cuore rimane bambino. Ma bisogna fare attenzione perché ogni bambino è fatto in un modo, va preso per il verso giusto, bisogna entrare nella loro psicologia, siamo in un’epoca in cui per una parola sbagliata magari poi arriva il genitore e ti fa una tragedia».
Noi adulti non sempre desideriamo buttarci dentro questo mondo fantastico fatto di piccole e semplici cose. Eravamo piccoli, diciamo, e quella frase alza una barriera, un muro tra il nostro io infantile e il bisogno di sentirsi grandi, uguali, perbene. «Dei miei fratelli e sorelle solo io sono rimasto a fare i burattini. Degli altri chi fa il caposala all’ospedale di Salerno, chi l’operaio in una fabbrica di calcestruzzo, chi l’avvocato, chi l’impiegato comunale. Ma ancora oggi quando li chiamo per registrare le voci per gli spettacoli nessuno si tira indietro». Il burattino non ha gambe, eppure, questo essere di legno ritorna, si muove, salta tra i ricordi familiari e le pagine di storia. Mani che sbucano da teatri improvvisati, nelle strade e nelle piazze, e che parlano ai piccoli ma anche ai grandi. «Mio padre, insieme ad un suo amico, faceva varietà e teatro per le feste di paese, giravano soprattutto nel Cilento. Molte volte li pagavano con le castagne, con le noci, e loro dovevano portarsi questa mercanzia appresso fino a Salerno e poi rivenderla al mercato per vedere finalmente un po’ di soldi. La passione per lo spettacolo l’avevano ereditata: mio nonno, che di mestiere era pescatore, e il padre di questo signore già a fine Ottocento improvvisavano gli spettacoli dei burattini con la loro baracca. Nel 1947 cominciarono mio padre e il suo socio: arrivavano nei paesi ancora distrutti della guerra, aprivano il loro teatrino in piazza e la gente accorreva». La forza dell’arte dei pupazzi è sempre stata nel suo essere fortemente popolare. Basta poco: pura creatività, fantocci costruiti con materiali semplici e di recupero, l’abilità delle sole mani, niente palchi altisonanti ma teatrini di legno posti alla stessa altezza del pubblico a cui si rivolgono. «Mio padre e mio nonno i burattini se li facevano da soli, non c’erano le risorse di oggi, non c’era neanche quella sapienza di argomenti che ti davano poi la possibilità di un confronto, si faceva e si andava avanti». Secondo alcuni, quella dei burattini è da sempre un’arte schietta e libera, in qualche modo anarchica. «Prima il burattinaio era visto come il giostraio, il circense, gente da tenere a distanza, di cui fidarsi poco nella vita fuori dal palco. Io non mi sono mai sentito un ribelle, un rivoluzionario, un alternativo. A dirla tutta io mi considero un conservatore. Altro che anarchico, io vado a messa tutti i giorni, c’è una morale fortissima che mi guida in ogni cosa che faccio». Anche i burattini hanno una morale? «Certo, prendi lo spettacolo Lo scongiuro dei diavoli, quando dice: il denaro non sudato tutto in crusca finirà. Questa è una morale enorme per i bambini, contro la disonestà, le scorciatoie, i soldi facili. Oppure in Una tragicomica cinquina al lotto, lì c’è Pulcinella che fa arrestare un usuraio». A pochi metri dal teatrino dei fratelli Mercurio il pittore Domenico Purificato aveva immaginato una folla fatta di commedianti, regnanti, popolane e popolani che si accalcava intorno al corpo senza vita di Pulcinella, sotto i bastioni dell’ultimo assedio di Gaeta. «Pulcinella è uno che fa lo stupido per non andare in guerra, uno che sa il fatto suo ma quando trova un antagonista che va oltre i limiti gli dice fiermt nu moment, vulimm pazzia e facimm gli sciem ma poi basta. Ecco, io ragiono come Pulcinella, non è Pulcinella che ragiona come me». Che rapporto hai con i gaetani, è vero che siamo avari di applausi, che ci lasciamo andare poco? «Il gaetano nella storia della sua città è stato sempre invaso e quindi una forma di diffidenza ce l’ha nel dna. Dopo tutti questi anni il primo a sentirmi gaetano ormai sono io. Per me è fondamentale costruire un rapporto con il pubblico, conquistare la fiducia, farmi apprezzare non solo come artista ma anche come uomo».
Lo sceneggiatore Cesare Zavattini diceva che nei volti dei burattini riconosceva i personaggi del suo paese, che vedeva là le facce della sua gente. Qual è il tuo burattino preferito? «Pulcinella perché è quello che mi dà da mangiare. Ma a me piace anche Borobomo Corbolone, che sarebbe quello con la ciste in fronte, Felice Sciosciammocca, Papilluccio Naso di cane, Trapolino il siciliano, Gerardo Codapelosa il brigante». Perché i burattini sono sempre un po’ matti? «Cocozza è un matto ed è bello proprio per questo. Poi ci sta zia Teresa Malaspina che mentre scherza dice il vero… Io sono legato a tutti, lo dico sempre a mia moglie: se non fosse per loro noi non mangeremmo neanche, chissà cosa avrei dovuto inventarmi». Il burattino diventa uno di famiglia? «Sì, e per fartelo capire ti dico una cosa che mi fa ancora piangere. Quando mio fratello, l’unico che si era messo a lavorare nel teatrino con me, è morto nel 1996 aveva solo 35 anni, e nella bara insieme a lui ci abbiamo messo Pulcinella e Felice Sciosciammocca». Per te è importante essere credente? «È la prima ragione di vita. Non abbiamo esami di riparazione, come dice il mio padre spirituale, non c’è la replica per rifare meglio lo spettacolo».
Il pubblico dei burattini è fatto di bambini e di adulti, a volte figli che poi diventano i genitori che accompagnano i loro figli. «Frequentemente mi capita di scorgere negli occhi degli adulti che accompagnano i loro piccoli ai nostri spettacoli una particolare spensieratezza, forse è il ricordo dei loro pomeriggi d’infanzia». Durante lo spettacolo non vedi il pubblico? «Non lo vedo ma lo sento: i respiri, le risate, i silenzi. Per me lo spettacolo è una fatica incredibile, devo stare mezz’ora con le braccia alzate, dei burattini il più leggero pesa un chilo e due». Come lo tieni? «Così: l’indice nella testa, il pollice e il medio nelle mani, come un tre». D’inverno o quando il teatrino chiude dove vanno i tuoi burattini? «Ogni inverno vengono ristrutturati, questi in legno li fa un intagliatore della provincia di Caserta ormai molto anziano, uno dei pochi rimasti». Succede mai durante uno spettacolo che i burattini si rompono mentre si prendono a testate? «Come no, io ne ho rotti infiniti. Ma con l’esperienza sempre meno, impari a fargli dare le capate finte, come gli schiaffi e i pugni finti al cinema». E tu dove vai quando arriva l’inverno? «Spesso vado nelle scuole, non solo per fare gli spettacoli ma per insegnare ai bambini a fabbricarsi i loro burattini e a muoverli, a costruirsi le baracche, a preparare le scene, a inventare le storie. Altre volte facciamo degli spettacoli, com’è successo a Gaeta negli ultimi anni nel periodo di Natale, pagati dalle amministrazioni comunali e resi quindi gratuiti per la popolazione. C’è chi ha da ridire ma secondo me i soldi sperperati sono ben altri». Sulla tua carta di identità cosa c’è scritto alla voce professione? «Burattinaio, il mio lavoro è questo. Sono iscritto all’Ordine dello spettacolo viaggiante, fino a prima della liberalizzazione delle licenze per diventare burattinaio dovevi avere un attestato da un altro burattinaio che per dieci anni eri stato da lui a imparare. Oggi in tutta Italia siamo rimasti una decina di famiglie a farlo come professione, quasi tutte da più generazioni». I tuoi figli faranno i burattinai come te? «Per ora sia mio figlio più grande che mio nipote mi aiutano. Questa è un’arte che se non gliela insegni da bambini non la imparano più, poi un domani faranno quello che vogliono, l’importante è che facciano una cosa onesta». Mentre il sipario sta per aprirsi mi tornano in mente tutte le discussioni tra Pulcinella e Capa Rosicata, la tesi e l’antitesi, per conquistare Rosella e prenderla finalmente come fidanzalata. Le liti accese con Felice Sciosciammocca, intrise di mannaggia alla morte ‘mbriac e aspetta un monumento. L’odore dello zucchero filato che si appiccica alle mani. Antonino, hai mai immaginato una vita senza i burattini? «Mai, e ora che ho quasi 51 anni se ci penso mi viene pure un po’ di paura».
