Pubblicato sulla Gazzetta di Gaeta – Numero 12 – Vicini e lontani (dicembre 2023).
Quando tra l’estate e l’autunno del 2023 si è ricominciato a parlare della terra che tremava tra Pozzuoli e Napoli, nella zona dei Campi Flegrei, qualcuno che c’era o che ha memoria, a Gaeta, avrà sicuramente pensato: ecco, sono giusto quarant’anni. L’avrà pensato ma sicuramente si sarà ben guardato dal dirlo perché noi gaetani, che pure siamo generosi in fatto di memorialistica, di quella pagina di storia risalente all’autunno del 1983 non amiamo parlarne. Eppure nella lunga storia che abbonda di assedi, invasioni, dominazioni, l’unico caso vero e proprio di rivolta popolare attuata dal popolo gaetano – con tanto di manifestazioni in piazza, blocchi stradali, cariche della polizia, assalto al Municipio – avvenne quella volta, e avvenne per un solo motivo: difendere le proprietà, difendere le case, difendere “la roba”. Perfino davanti al dramma degli sfollati e dei terremotati.
Ma andiamo con ordine. Il 1983 è uno di quegli anni in cui a Pozzuoli la terra comincia a muoversi: si solleva piano piano di oltre un metro e mezzo, poi brontola, si scuote, emette vapori mefitici oppure trema ripetutamente, e all’improvviso fortissimo, lesionando gli edifici, terrorizzando gli umani, mentre qualche chilometro sotto il livello del suolo c’è la lava incandescente che risale, con la terribile minaccia di venire fuori ed esplodere, come avvenne più volte in passato, l’ultima nel 1538. È il fenomeno che i geologi chiamano bradisismo. Il 4 settembre alle ore 13,32 arriva la scossa di terremoto più forte. Si innalzano le prime tendopoli, si evacuano ospedali e carceri, si fermano le fabbriche, centinaia di famiglie fuggono con le proprie auto verso destinazioni di fortuna, lontano dalla loro terra diventata un incubo. Un mese dopo, il 4 ottobre, alle 8 e 10 di mattina di nuovo un boato e un’altra scossa, ancora più violenta. Il governo decide di predisporre un piano di evacuazione forzata, più grande di quello che appena tredici anni prima, nel 1970, portò a svuotare e chiudere il rione Terra, il più antico di Pozzuoli. Viene stabilito che per ospitare gli sfollati si potranno requisire abitazioni ed alberghi delle località costiere nelle province campane di Napoli, Caserta, Salerno, e anche nel Lazio, in provincia di Latina.
A Gaeta questa ricostituzione di fatto, in nome della solidarietà, dei confini dell’antico Regno delle Due Sicilie non fa piacere. I proprietari di case temono di fare la fine del litorale domitio dopo il terremoto di tre anni prima, con gli appartamenti prima requisiti nel giro di una notte e poi occupati a tempo indeterminato da famiglie che nessuno riesce più a sfrattare. Intanto però Pozzuoli è diventata una città fantasma, con 25mila abitanti su 75mila che hanno abbandonato alloggi e attività, mentre i cittadini occupano il Comune chiedendo case, tende, letti. Il ministro per il coordinamento della Protezione Civile, il democristiano Vincenzo Scotti, tuona: «Manderemo l’esercito. Ho deciso di requisire a tappeto le case da Salerno a Roma. Ci sono i terremotati da sistemare e l’interesse privato deve piegarsi all’interesse della comunità». Il prefetto di Latina Angelo Barbato riceve dal ministro l’incarico di reperire le abitazioni che servono: si otterrà la disponibilità delle case sfitte tramite accordo con i proprietari, ma se le abitazioni saranno in numero insufficiente si procederà alle requisizioni. In ogni caso, si dice, lo Stato rimborserà l’equivalente dell’affitto secondo le norme dell’equo canone. Requisizioni, la sola parola non fa dormire la notte i proprietari di seconde e terze case, vuote in attesa dei villeggianti della prossima estate o di qualche figlio che sta per sposarsi, oppure affittate comodamente in nero.
Le prime tre famiglie sfollate da Pozzuoli entrano nel Lazio alle quattro del pomeriggio di martedì 11 ottobre. Vengono accolte al centro operativo allestito dalla Prefettura presso uno stabilimento balneare di Scauri, dove prendono consegna delle chiavi di tre appartamenti sul lungomare, dati in affitto spontaneamente dai proprietari. «Tre milioni anticipati!» fa scrivere sui manifesti a caratteri cubitali il sindaco di Minturno Francesco Rossillo, cercando di convincere i suoi concittadini a fidarsi della promessa del ministero per la Protezione Civile per chi voglia dare la propria casa sfitta agli sfollati. Anche a Formia l’amministrazione del sindaco Tommaso Parasmo tenta la tecnica del bastone e della carota, proponendo ai “pluri-proprietari” questa alternativa: se hai venti appartamenti, o ne offri dieci, o saremo costretti a segnalarti per la requisizione di tutti. Ma i cittadini non si fidano e tra Minturno e Formia le case recuperate “spontaneamente” sono in totale un centinaio, poche rispetto al migliaio chiesto dal governo. Tirate le somme, il prefetto ha allargato le braccia: «D’accordo, se le buone maniere non sono sufficienti dobbiamo riprendere con le cattive». Gian Antonio Stella, allora giovane inviato del Corriere della sera, racconta: «Da Terracina a Scauri, quando cala la sera, sembra che tutte le case della costa, appartamento per appartamento, siano illuminate. Per paura delle requisizioni, ogni proprietario si è precipitato a far la guardia alla sua casa. Sono venuti da Roma, Frosinone, Latina, Napoli, Caserta. Chi si è messo in ferie ed è accorso di persona, chi ha spedito il figlio studente dicendogli che se vengono i Carabinieri deve rispondere che vive lì per preparare un esame, chi i suoceri o addirittura qualche vecchia zia. Negli alberghi invece qualcuno ha riempito i fogli delle presenze con nomi presi dall’elenco telefonico».
Come di fronte a una marea che lentamente sale, l’allarme per l’arrivo dei profughi di Pozzuoli e per le requisizioni delle case arriva a Gaeta. Il tam tam della protesta comincia a rullare minaccioso e il sindaco Quirino Leccese, anche lui democristiano, ha un’idea per respingere l’assedio, o almeno per guadagnare tempo: fa ricorso al Tar contro la minaccia di requisizione. In pratica, invece di collaborare come i colleghi delle città vicine, fa ricorso contro il suo stesso governo. Finché il prefetto di Latina, forse indispettito dal gran rifiuto gaetano, non ha dato l’ordine: peggio per loro, requisite. Secondo gli ispettori della Protezione Civile gli appartamenti sequestrati sono stati 9, secondo il sindaco 14. Un’operazione comunque leggera, con lo scopo di convincere i pluri-proprietari ad offrire le case. Franco De Angelis, oggi consigliere comunale, allora funzionario dell’ufficio anagrafe del Comune, ricorda: «Facemmo un controllo incrociato tra catasto e anagrafe, se nell’appartamento nessuno aveva la residenza allora veniva inserito in un elenco di case disponibili. Molte di queste case erano nella zona di Serapo. Ricordo anche che il ministro Scotti arrivò di sera tardi in Comune e lavorammo tutta la notte. Ci fu una riunione nell’aula del consiglio comunale, voleva sapere di quante case poteva disporre».
La rivolta, la sera di quel giovedì 13 ottobre, esplode istantanea. Lo racconta il Corriere della sera, nell’articolo che uscirà due giorni dopo: trecento persone danno l’assalto al Municipio in piazza XIX maggio, dove all’epoca aveva sede anche la Pretura. Sfondate le tre porte a calci e spintoni, una cinquantina di giovani fanno irruzione nel palazzo. Allontanati dalla polizia, i manifestanti bloccano la via Flacca, dopo tre ore di trattativa il reparto celere della Polizia fa partire la carica, distribuendo nella calca parecchie manganellate. La mattina dopo a Gaeta si respira aria di sommossa: i negozianti hanno abbassato le saracinesche, le mamme hanno tenuto i bambini a casa da scuola, gli studenti delle superiori hanno scioperato, i turisti estivi venuti “a fare la guardia” ai loro appartamenti si sono mobilitati. Centinaia di persone hanno “assediato” il palazzo comunale. Parola d’ordine: «Giù le mani dalle nostre case». È ancora l’inviato del Corriere Gian Antonio Stella a registrare gli umori della piazza. C’è chi dice: «Siamo sempre stati una pattumiera. Camorristi in soggiorno obbligato, terroristi, americani della Nato. Quando non sanno dove mettere qualcuno lo mandano qui». Sotto sotto però si insinuano anche paure razziste: «Questi non sono friulani, e neppure napoletani, sono puteolani», «Sono sporchi, accendono il falò in casa», «Ad un mio amico hanno già rubato la radio in macchina, ieri». La domenica, dal pulpito della Cattedrale, l’arcivescovo Luigi Maria Carli invita i gaetani alla solidarietà. Ma il gesto più forte lo fa don Cosimino Fronzuto, parroco della centralissima chiesa di San Paolo, quando una sera a Messa si rifiuta di dare la comunione ai fedeli, dicendo che i cristiani che davanti ad un’emergenza negano l’accoglienza ai fratelli in difficoltà non sono degni di definirsi cristiani.
Mercoledì 19 ottobre il Tar accoglie il ricorso del sindaco di Gaeta contrario alle requisizioni di alloggi per i terremotati. I giudici danno ragione agli avvocati del Comune: le case vanno trovate in Campania, in zone più vicine e con altrettanta disponibilità di immobili. «Il clima di tensione – scrive il quotidiano L’Unità – è destinato dunque ad attenuarsi nelle prossime ore. A Gaeta i proprietari di case che presidiano permanentemente la piazza del Comune hanno commentato positivamente l’ordinanza. Tutti temevano che stamane, allo scadere della tregua, i militari sarebbero nuovamente intervenuti con la forza». Il sindaco Quirino Leccese, uscito intanto indenne da una crisi di giunta e intervistato su La Stampa del 20 ottobre, dice che il problema non erano i terremotati ma il metodo usato dal governo e dal prefetto: «Qui esiste un tipo di realtà e di economia e noi volevamo spiegare alla gente i tempi, gli impegni, la durata delle requisizioni, volevamo dialogare con i proprietari degli appartamenti da requisire tra residenti e non residenti. Il problema è una cosa se a Gaeta vengono dieci famiglie, altro se ne vengono 300-400, dobbiamo tenere conto dell’economia della città, delle strutture, dei servizi di cui disponiamo».
Alla fine di tutto il bilancio per la città di Gaeta sarà di appena una decina di appartamenti requisiti e nessuno assegnato. In tutta la provincia pontina, secondo i dati del Viminale, saranno circa 400 gli appartamenti reperiti di cui 311 offerti dai proprietari, ma i nuclei famigliari che dalla zona di Pozzuoli hanno accettato di trasferirsi nel Lazio risultano soltanto 291 per complessive 1268 persone. Il sospetto che la rivolta di Gaeta, oltre che sproporzionata, sia stata addirittura immotivata viene dal consistente numero degli alloggi che gli stessi sfollati rifiutano perché troppo lontani dalla loro città d’origine dove avevano il resto della famiglia o il luogo di lavoro. Come due universi vicini ma separati, da un lato c’era il mondo degli abitanti di Pozzuoli esasperati dalle scosse e dalla mancanza di chiarezza sul proprio destino; dall’altro c’era il mondo dei proprietari di case di Gaeta, indisponibile soltanto a concepire ogni idea che mettesse nel mirino il loro sudato o agognato o speculato patrimonio. La scia di attività bradisismica continuò ancora nel 1984 per poi attenuarsi e rifluire. Molti puteolani finirono in un altro quartiere dormitorio costruito in quegli anni, in località Monterusciello, dove le case subito invecchiate hanno richiesto incessante manutenzione. L’attuale Piano Nazionale di Protezione Civile, da poco aggiornato, prevede in caso di allerta rossa nell’area flegrea un’evacuazione di massa di circa 500mila abitanti da realizzarsi in 72 ore verso diverse regioni d’Italia “gemellate”, anche se diverse “vie di fuga” individuate quarant’anni fa sono rimaste incompiute. Quelli destinati a trasferirsi nel Lazio, così si dice, saranno gli abitanti di Fuorigrotta.
