«E lei come ha trovato il biglietto per l’Ariston?». Quando il signore seduto di fianco a me, con la giacca nera che brilla di paillettes nella penombra della galleria, mi pone questa domanda, faccio un breve ripasso mentale. A indurlo alla confidenza, sono sicuro, è stata l’ovazione per Salvatore Michael Sorrentino, in arte Sal Da Vinci. Nel momento in cui il cantante napoletano, con decenni di consumato mestiere canoro alle spalle saggiamente tramutati in refrain e coreografie leste e pronte all’uso per la viralità formato Tik Tok, aveva sbattuto il pugno sinistro sulla sua mano destra per poi mostrare la fede all’anulare – “Saremo io e te! Accussì! Sarà per sempre sì!” – un autentico boato di entusiasmo all’unisono si era sollevato dal pubblico in teatro, dalle prime file di dirigenti, assessori e soubrette fino alle profondità della galleria. Il tormentone era nato all’istante, davanti ai nostri occhi, nulla l’avrebbe più fermato, avremmo scoperto nei giorni a venire, da qui all’eternità. Ed eccoci dunque, io e il signore paillettato, affratellati dallo sguardo d’intesa per Sal Da Vinci, accomunati dall’appartenenza a quello strano esperimento sociale denominato “pubblico dell’Ariston”, curiosi l’uno dell’altro. Mi riconosce subito come neofita, sarà per il modo curioso in cui mi guardo intorno, sarà perché qui in galleria sembra di stare in uno di quei villaggi vacanze dove è tutto un «che bello rivedervi!» e un «anche voi di nuovo qui!». Sì, per me è la prima volta. Lui, mi spiega, è al suo sesto festival. Ogni anno una fatica e un salasso trovare i biglietti, ma ne vale la pena. Si sale tutti insieme, da Grosseto, con moglie, mamma e papà. Quest’anno ci si è potuti permettere una sola serata ma il primo Amadeus – che ricordi! – prendemmo il carnet per tutte e cinque. Il pacchetto, all inclusive, ormai lo si acquista direttamente tramite hotel. Poi magari una puntatina al casinò, ci sta… E lei, come lo ha preso il biglietto? Mentre penso a come rispondere, mi torna in mente la carica motivazionale dello “scaldapubblico” della galleria dell’Ariston prima dell’inizio della diretta televisiva, tutta incentrata sull’odio sociale. «Ricordate, in platea ci stanno i ricchi, i raccomandati, qui ci siete voi, la gente vera, vi hanno pure fatto entrare dal retro, ma adesso allora urlate, battete le mani, fatevi sentire!». L’ascensore sociale, anche qui, una chimera difficilmente raggiungibile. «Lo sapete che dove siete seduti voi un anno fa c’era pure il presidente della provincia di Belluno, poi quest’anno ci sono state le Olimpiadi a Cortina e ora lo hanno messo pure lui in platea». E così decido, con il mio vicino di galleria, di essere laconico ma sincero. «Sa, lavoro in Rai». «Ah, lavora in Rai… e da quando?». «Beh, ormai sarà più di dieci anni che collaboro…». Si volta soddisfatto verso la moglie: «Hai sentito? Il signore lavora in Rai da dieci anni e solo quest’anno è riuscito a venire a vedere il festival!».

In effetti, il pubblico pagante dell’Ariston, che sospetto essere una minoranza come quella dei regolari pagatori di tasse, è l’unico che, in questa grigia settimana di febbraio, è felice di essere qui, e soprattutto non si vergogna di dirlo. Per il resto dell’universo – giornalisti, influencer, tecnici, maestranze, personale di produzione, uffici stampa, discografici, cantanti, forse anche lo stesso Carlo Conti – è tutto un lamentarsi di essere qui, in questa cittadina ligure di palme, mestizia, alberghi decadenti, focacce a dodici euro, morti di fama, gadget degli sponsor, karaokisti disposti a tutto, stuoli di sosia sopravvissuti ai loro doppi, come Luciano Pavarotti, Liz Taylor e Papa Francesco. L’essere esattamente nel mezzo tra il desiderio e il disprezzo di esserci è forse il segreto di questa manifestazione incredibilmente longeva, che risorge dopo ogni insuccesso, sopravvive indifferente sia alle rivoluzioni che alle restaurazioni, e sparge su ogni ferita un balsamo di nostalgia. I fantasmi dei Sanremo passati aleggiano in ogni angolo di questo teatro, nei suoi corridoi illuminati da neon patibolari, tra l’effige di Iva Zanicchi su un Tv Radiocorriere degli anni Settanta e un Massimo Ranieri che trionfa perdendo l’amore, Anna Oxa che balla vestita da cabaret punk e Pippo Baudo che benedice una spaesata e giovanissima Laura Pausini. C’è in fondo un Ariston tirato su negli anni del boom con la moquette, i velluti rossi e i camerini angusti e impolverati, che sopravvive più o meno in ogni provincia. Ma tutti gli altri possono solo sognare di trasformarsi in un reame principesco per una settimana, baciati dal destino o dai soldi della tivù, come le eroine delle favole. Il proprietario dell’Ariston più famoso d’Italia, Walter Vacchino, che lo ha ereditato dal padre e lo gestisce insieme alla sorella, racconta che una volta le scenografie del festival erano montate dagli operai comunali e al termine dell’edizione le rimanenze venivano riutilizzate dal parroco di Sanremo per allestire la processione del giovedì santo.

Fuori dal teatro la città sembra una nave da crociera che avanza indifferente alle tempeste del mondo, e infatti si specchia nel suo doppio sponsorizzato, una vera gigantesca nave da crociera che sta ferma in mare, proprio davanti alla città, all’interno della quale migliaia di persone guardano il festival e si collegano con esso in diretta televisiva, simulando a loro volta un proprio festival galleggiante, con i suoi cantanti, i suoi presentatori, i suoi ospiti e il suo pubblico in abito da sera. Già agli inizi degli anni Sessanta del Novecento, lo scrittore Dino Buzzati paragonava la kermesse alle fiere campionarie di una volta, con gli stand di chi vendeva dentifrici, un baraccone che evocava in lui una sensazione di decadenza, coi fiori (i famosi fiori di Sanremo!) che addirittura gli parevano finti mentre le dive, i divi, i cantanti e le cantanti gli sembravano coperti di polvere. E forse – diceva – l’incantamento, la bellezza, la poesia andavano cercate altrove, lontano da quella ridente città dove il festival vive e origina, ricca e riposante come un “fatato cimitero in anteprima”, ma nelle case degli italiani, nei focolari di provincia, nei sabati del villaggio dove l’immaginazione poteva volare. «Dovevo andarla a cercare nella cantoniera della Val Padana assediata dalle nebbie, nei due locali più servizi alla periferia di Ancona dove si è appena sistemata la coppia di sposini, nel salone del diruto castello siciliano dove il settuagenario duca paralitico chiede al video un supplemento di vita continentale, nella casa parrocchiale della Gallura, il cui prevosto indulge, tre sere all’anno, alle peccaminose propensioni delle sue pecorelle. Laggiù sì, il festival può diventare una cosa grande». Non poteva immaginare, il povero Buzzati, il tempo in cui ciascuno di loro avrebbe preso le ferie, bruciato i risparmi o forse il reddito di cittadinanza, scassinato la canonica, pur di mollare il divano ed essere qui, a Sanremo, per afferrare la propria fetta di evento, ognuno pronto ad aspettare chissà chi, non importa chi, con la telecamera del telefono puntata in faccia e il gadget di qualche brand nell’altra mano. Consumare prodotti ed esprimere opinioni sono le attività, gratuite, su cui si basa l’economia contemporanea, non solo festivaliera.

La maggior parte delle persone che sta a Sanremo nella settimana del festival non mette piede nel teatro Ariston. Tutto ruota attorno a questo campo magnetico, transennato, assediato, perennemente ripreso e fotografato, governato da una rigida gerarchia di pass, ricoperto di neon, dagli interni labirintici. Per entrarci sfodero un completo simile a quello indossato in un gruppo d’ascolto convocato qualche anno fa in casa di amici a Roma, in cui il dress code previsto era appunto “pubblico dell’Ariston”, con la sola eccezione del collo di volpe e del fiore finto all’occhiello. D’altronde le pellicce sono ormai estinte, e la signora in fila per l’ingresso davanti a noi elenca alla sua vicina il numero di kimono (sette lunghi, quattro corti) di cui dispone nel suo guardaroba. Un’altra, elegantissima, sfoggia due orecchini a forma di monoscopio Rai a colori. Tutti, appena entrati, scattano la foto ricordo davanti al punto esatto della balconata della galleria che andrebbe ribattezzato, “balconata Pino Pagano”, in onore del disoccupato aspirante suicida “salvato” da Pippo Baudo davanti a 17 milioni di telespettatori durante l’edizione del 1995. «Pippo, Pippo… mica mi fai arrestare?». Negli intervalli pubblicitari gli spritz al bar del teatro costano meno che al Pigneto. Mentre siamo qui, un ronzio di meme, post, tweet, podcast, talk, reel, adv, backstage e backstories, si dipana per cerchi concentrici, rumore che si aggiunge a rumore, alla nervosa ricerca di un barlume di interesse, di un frammento di attenzione. Sembra, quest’anno, che il palco, lì al centro di tutto, ingigantito dalle luci e dai grandangoli, sia il luogo dove accadono meno cose. Come se anche il festival – pure lui – finisse stritolato dall’ansia, fagocitato da troppi impulsi. Fino a quando potrà durare questa recita collettiva? Fino a quando avrà senso questo sforzo costante e titanico di tenere insieme un pubblico, o una società, ormai irreparabilmente spezzettata in mille gruppi, ognuno ignorante dell’altro? Se bastasse una sola canzone, cantava quello. Le canzoni non ci entrano in testa, e si ci entrano poi ne escono, tranne quella di Sal Da Vinci, ovviamente. Sarà forse l’unico al mondo a poter ancora dire “per sempre” senza un’ombra di dubbio, un presagio di pentimento. Ma noi, stasera, siamo solo un puntino in galleria. Come l’impresario Danny Rose di quel vecchio film di Woody Allen: «Quello è Frank, è Frank. Siamo Frank, Tony Bennett e io, una gran serata. Mi vedi quassù? Questa macchia che sembra un’impronta digitale? È la mia testa. E qui sono con miss Judy Garland, mai esistita una donna più cara di lei». Potrebbe dirlo chiunque di noi, solo con Sal Da Vinci al posto di Frank Sinatra.
