Forse la vera linea dorsale che attraversa il paese a forma di stivale non è quella tra il nord e il sud, ma quella tra l’est e l’ovest. Tirreno e Adriatico. Due mari, due mondi, e ognuno viene da lontano.
Adriatico è il celeste, un mare che è uno specchio e un confine. È Oriente, parti da Trieste e vorresti arrivare fino a Istanbul. Un mare di acque basse, sogliole e triglie. Nostalgia di un luogo, di una storia, delle conquista mancate e di quelle perdute.
Tirreno è il blu, un blu a precipizio. Sono le colonne d’Ercole, è Ulisse che prende e va, nonostante le sirene, le ninfe, le maghe e le creature da un occhio solo. Un mare di acque alte, polipi e tonni.
Forse per questo l’Adriatico è un mare che ricorda e il Tirreno un mare che parte. Uno guarda verso il sole che sorge, l’altro verso l’orizzonte. E l’orizzonte è quella cosa lì, come nei Fabelmans, quando David Lynch, nei panni del regista sul viale del tramonto John Ford, la spiega al ragazzino che vuole fare cinema: “Dov’è l’orizzonte? Ricorda questo. Quando l’orizzonte è in alto, è interessante. Quando l’orizzonte è in basso, è interessante. Quando sta nel mezzo, è una palla mortale”.
