Bastò un trasmettitore, un’antenna, un mixer, un monitor, e il segnale partì. Era la notte della vigilia di Natale del 2001 e assieme a Gesù Bambino nascevano Tele Monte Orlando e le telestreet. Tv di strada le chiamarono, un po’ perché bastava poco per farle e un po’ per il loro ruolo di “altoparlante” delle esigenze del quartiere. Proprio del quartiere, perché il raggio d’azione delle telestreet in genere non andava oltre il primo incrocio stradale; dipendeva dalla posizione dell’antenna, dalla frequenza scelta, dalla potenza dell’amplificatore.
A Gaeta Tmo, ovvero Tele Monte Orlando, fece tutto per bene tanto da riuscire a coprire quasi tutta la città per circa un decennio. Consigli comunali, processioni, partite di calcio, dirette, talk show politici, eventi culturali, sempre mantenendosi sul confine, in equilibrio sulla linea sottile che separa la legalità dall’illegalità, o meglio quelli che una concessione ce l’hanno da quelli che non ce l’hanno. In quegli anni Tmo divenne un vero fenomeno di culto, se l’Auditel si fosse preso la briga di misurare lo share nella sola Gaeta avrebbe scoperto che quell’emittente di contrabbando arrivava in certe sere al 60 o 70%, come minino. Chi avrebbe mai pensato di comparire sul piccolo schermo mentre cammina con le dita nel naso o mentre si ingozza di tiella alla sagra di paese?
Ad avere l’intuizione da cui tutto iniziò fu Antonio Ciano, tabaccaio mezzo comunista e mezzo borbonico che si guadagnò sul campo l’appellativo di “brigante dell’etere”. Mise il primo trasmettitore sotto il letto matrimoniale e cominciò a trasmettere le sue lezioni di storia sul Risorgimento dal tinello di casa. Via via, attirati da un passaparola irresistibile, si aggiunsero studenti, antennisti, deejay, professori in pensione, musicisti, negozianti con il pallino delle riprese, reduci delle prime radio e tv libere, cronisti locali, agitatori ed esagitati di vario tipo. Fu fondata un’associazione, aperto un conto corrente per raccogliere le donazioni dei cittadini. Lo studio allestito nel garage di via Rimini divenne il centro della vita cittadina. Ogni evento, dalla processione del santo alla recita delle scuole elementari, dal consiglio comunale all’inaugurazione di una macelleria, era il pretesto per puntare l’occhio della telecamera non tanto sui protagonisti quanto sul pubblico, sui passanti (Antonio, a volte, con particolare attenzione sulle passanti), sulla gente comune. Ogni angolo di strada poteva ritrovarsi in primo piano, ogni balcone, ogni parente, ogni amico.
Il fatto di vedersi tutti in video sembrò ricreare uno spirito comunitario che si pensava scomparso: bastava sintonizzarsi sul canale per vedere quello che succedeva dall’altra parte del borgo, le facce impresse sul video potevi chiamarle una per una. Si crearono personaggi: la nonnina che “sciuculava” il vicolo e cantava, il bagnino Pauluccio Pataté con le sue storie di salvataggi, la signora Scialdone che preparava le tielle e regalava consigli d’amore, il contadino del Colle con le zucchine e le melanzane sformate a suo dire dalle antenne dei cellulari, il professor Cardi che raccontava la storia, l’allenatore del Gaeta che commentava le partite, il sindaco che si credeva di essere su Rai 3 da Michele Santoro.
Per gli uomini e le donne di Tele Monte Orlando scattò una scintilla. Ecco il barista che li riconosce. Il vicino di casa che gli chiede la videocassetta. L’amico che vuole fare un programma. L’assessore che vuole parlargli, forse è arrabbiato, forse no. Sul fenomeno di questa tv di paese furono scritte tesi di laurea, fu girato addirittura un film da una regista tedesca. «Una volta» raccontò in seguito Antonio Ciano, «stavo a riprendere la processione di Portosalvo e mi accorsi che la gente, per strada, guardava più me che la Madonna, lì ho capito che con questo mezzo in mano avevo svoltato».
Le cose cambiarono dopo che Tmo decise di buttarsi in politica. Il suo fondatore si candidò alle comunali, un suo parente si candidò sindaco, altri due parenti candidati consiglieri, e tutti dalla stessa parte. Vinsero. Nessuno può mai dire se quel risultato elettorale influenzò Tmo, e anche viceversa. Tuttavia quella che era la voce di tutti i gaetani finì per diventare la voce di una parte sola. Chi ha le televisioni non dovrebbe scendere in politica e chi scende in politica non dovrebbe avere televisioni, piccole o grandi che siano; ma questa è un’altra storia.
Vista appena a qualche anno di distanza, la tv di quartiere con le sue precarie antenne e la polizia postale in agguato pare già antichissima rispetto al turbinio tecnologico che arrivò subito dopo, lo streaming e i social network, YouTube e Facebook. Ma forse senza l’esempio di Tmo non ci sarebbe stata l’ondata di emittenti, video-blogger, dirette web, cloni dai nomi inquietanti come Gaetaspia o Gaeta News 24, telefonini d’assalto che rende, non si sa perché, Gaeta il paese a più alta densità “mediatica” della provincia, forse del mondo in proporzione al numero di abitanti. Mentre le pile di vecchie cassette VHS di Tmo che giacciono impolverate da qualche parte sono già storia.
