Dacce nu sciuscio

Tutto quel cantare a squarciagola, tutto quel rumore di legno e di chiodi, di tamburelli e di trombette e di zampogne, per molti gaetani è sempre stato e sempre sarà il suono dei pomeriggi del 31 dicembre, quando l’anno che veniva era solo un numero a piacere con cui giocare a palla nei sogni da bambino. E si poteva passare il giorno, con gli amichetti, a elemosinare strenne cantando canzoncine di poveri pellegrini che venivano, chissà perché, da Casoria e Messina chiedendo una bottiglia di vino, e cantarle ai nonni che le avevano cantate uguali uguali pure loro. Le note di un gruppo vicino si mescolano a quelle di un altro che suona più in là. «O padron Gaeta dacce nu sciuscio annanze che s’ammoscia dacce quatt fiche moscie…».

Alle prese con gli auguri dialettali da cantare l’ultimo giorno dell’anno, accompagnati da strumenti musicali sgarubbati tipo urzo, martello, rattacasa, putipù e perfino pentoline, caffettiere e bottigliette in stile maracas, racimolando soldini in giro per case e strade e negozi, ci sono passati più o meno tutti i cittadini gaetani, da tempo immemorabile. Verrebbe da chiedersi come abbia fatto una tradizione così allegramente pacchiana e demodé a sopravvivere indenne al boom economico, al twist, al rock, al sessantotto, al punk, alla disco music, alla televisione, alla trap, ai social network… Come è possibile che gruppi di ragazzi e ragazze, senza nessun comitato che li organizzi o li foraggi, si mettano tutti contenti a provare cose tipo «Ohi padron Tore dacce nu sciuscie, annanze che s’ammosce dacce quattro fiche mosce»?

Negli ultimi anni sullo sciuscio gaetano sono state scritte tesi di laurea, si sono pronunciati antropologi, musicologi, sociologi. Ambrogio Sparagna, maestro della musica popolare e originario del golfo di Gaeta, ne diede questa definizione: «Si tratta di una speciale forma di rassicurazione culturale che riesce a coinvolgere giovani e anziani in momenti di vita comunitaria, dove la musica svolge ancora la funzione di garante della coesione sociale fra i vari gruppi». Infatti “glie sciusce” non sono come gli zampognari, non richiedono una particolare specializzazione, non esigono una tecnica musicale specifica. In un certo senso, sono una specie di Corrida ante-litteram, e forse sta lì il segreto del loro lungo successo. Si potrebbe anche buttarla sull’antropologia, per sentirsi tutti dei piccoli Levi-Strauss, e pensare che pure le stralunate serenate del borgo di Gaeta rientrino nella millenaria tradizione pagana del solstizio d’inverno, «la cacciata dei demoni con colpi di gong, di cembali o di tamburi». Difatti, fin dalle società primitive e comunque preindustriali, i riti del sovvertimento dei ruoli, del travestimento e della questua rappresentavano dei miti fortissimi: modi diversi di entrare in rapporto con gli spiriti dei morti, ambigui dispensatori di prosperità. È lo scatenamento rituale per ingraziarsi le forze ultraterrene, così da favorire il buon esito dei raccolti e, dunque, la sopravvivenza della comunità.

C’è pure chi sostiene, come la studiosa Paola Polito in un suo volume del 2000, che lo “sciuscio” degli ultimi anni altro non sia che un «revival consumistico», sempre più inserito in una logica da varietà televisivo per gli appetiti dei turisti. D’altronde i testi degli sciusciaioli incorporano sempre la loro dose di identità sgangherata e nostalgica: «chesta Gaeta nun l’amma scurdà / chisto fulklore è la felicità / o’ sciuscio ce fa ‘nnamurà! / Zum-pa-pa zum-pa-pà». E nonostante tutto bisogna avere proprio un cuore di pietra per non sorridere e non emozionarsi di fronte a uno spettacolo così. Che lo si viva da attori o da spettatori.

Come quando si aspettava che il 31 dicembre nella piazzetta del borgo facesse la sua apparizione Nino Granata, in arte Cocchetto, “il re dello sciuscio”. Con le mantelline e le mossette, le nacchere sulle mani e il codino nei capelli, tutti che aspettavano di vederlo nella piazzetta del borgo, «Chissà comme s’è cunciato chist’anno». È un tipo po’ strano, si diceva senza mai dire, ma poi arrivava l’ultimo dell’anno e si fermavano tutti a sentirlo, come un giullare, come un oracolo. Faceva il fotografo, da giovane era stato pure calciatore. Per una notte diventava re, e nessuno osava dirgli nulla. Mascherandosi si rivelava.

Erano le regole della comunità: il ruolo a cui aggrapparsi per salvare se stessi, il modo per trasformare la debolezza in una forza, la solitudine in una compagnia. Una volta lui candidamente confessò di non avere mai letto uno spartito musicale in vita sua: «Allora arrivano questi ragazzi, io gli do la cassetta, loro sentono, la la la la, e ci fanno do, mi re, hai capito? E così mi fanno la musica, le parole ce le metto io». Una delle ultime volte se n’era uscito tutto di bianco, con un tocco di rosso a ricordare i colori della città e un largo mantello di stoffa azzurra sulle spalle. E mentre da dietro lo si vedeva incedere solitario e a passo lento sul ciottolato di via Indipendenza, in mezzo alle lucette e ai tricchetracche di fine anno, col mantello svolazzante, i capelli setolosi sicuramente tinti e le vecchiette dei vicoli che se lo rimiravano, una sciarpa usata un po’ come talismano e un po’ per proteggersi dal freddo e dagli anni, sembrava quasi una Madonna in processione. Pare di vederlo ancora, mentre un nuovo anno sta per aprirsi e, come al solito, ci si illude che tutto possa rinascere.