Il primo pallone rotola sulla grande spianata di fronte al mare dove appena cinquant’anni prima volavano i proiettili e le palle di cannone dei piemontesi e dei borbonici. I ragazzini gaetani, vestiti di stracci e con le scarpe vecchie, guardano con occhi carichi di meraviglia i giovani marinai con le loro bluse ben stirate scesi da un incrociatore inglese che corrono dietro una palla di cuoio sulla distesa di Montesecco, la vecchia piazza d’armi. Loro fanno da pubblico, e quando il pallone finisce fuori dal campo fanno a gara a chi lo recupera per primo. Ma non c’è raccattapalle che non sogni di diventare pure lui un campione. Bastano poche occhiate, qualche gesto fondamentale per capirsi, le urla che escono fuori da sole quando la palla oltrepassa quella linea invisibile, superando i piedi dei difensori e le mani del portiere.
I giovani abitanti del borgo hanno scarpe vecchie e rattoppate ma imparano presto le regole del gioco. Se necessario sanno usare le mani, i gomiti, le ginocchia, i chitemmuort. Ogni nave all’orizzonte è una partita da vincere. Ogni divisione è una scusa per lanciare una palla in mezzo al campo e vedere quale squadra è più forte: elenesi contro gaetani, vicoli di terra contro vicoli di mare, figli di zappatori contro figli di pescatori, parrocchiani di San Giacomo contro parrocchiani degli Scalzi. Basta finire prima che faccia buio, perché nei primi anni del Novecento la città non ha ancora un moderno sistema di illuminazione pubblica. Arriverà l’elettricità, arriverà il primo campo da calcio, costruito dai militari, arriverà pure, nel 1931, la gloriosa Polisportiva Gaeta, quella che per quasi novant’anni sarà la prima delle tante squadre della città, con i suoi colori bianco e rosso.
Ma i gaetani, nonostante gli investimenti, le fortune, il Totocalcio e il calciomercato, l’erba sintetica e le scarpe ultimo modello, in cuor loro una cosa l’hanno sempre saputa: non saremo mai gli inglesi, non saremo mai come quei marinai perfettini pronti a colonizzare il mondo e calciare la palla con l’eleganza spietata dei lord. Avremo i nostri alti e bassi, le promozioni e le retrocessioni, gli eroi rimasti impressi nella memoria e le meteore subito dimenticate, eppure resteremo i figli e i nipoti di quei ragazzini curiosi e con le scarpe bucate, i raccattapalle disposti a prendersi la palla e fuggire via nei vicoli impenetrabili del borgo, gli imbucati alla festa, quelli che giocano una partita da dio e al novantesimo, per tigna o per rabbia, sono capaci di sbroccare e rovinare tutto. Saremo come la Polisportiva del 1966, la piccola squadra che stava per battere il record europeo di vittorie consecutive, detenuto dai blasonati inglesi, proprio loro, quelli che ancora si vantavano di aver insegnato il calcio al mondo e che qualcuno ancora ricordava sgambettare sul terreno polveroso di Montesecco ormai trasformato in signorile lungomare.
Il Gaeta del 1966 è iscritto al campionato regionale di seconda categoria e ha diciotto giocatori, di cui undici lavoratori e sette studenti. Ci sono un idraulico, due operai, un macellaio, tre impiegati, un rappresentante di detersivi, due macchinisti navali, un marmista, pure un consigliere comunale. L’allenatore è un toscano dai modi bruschi, Farnese Masoni, ex giocatore del Napoli fermato in gioventù da un infortunio. L’Alighieri, la Pro Latina, lo Scauri, la Nuova Itri, il Priverno, il Velletri, la lista delle vittorie si allunga. Domenica dopo domenica i grandi giornali sportivi se ne accorgono, cominciano a parlare di “marcia trionfale”, di “miracolo”. Alla diciottesima vittoria consecutiva arriva anche la televisione: sul campo di Scauri le cineprese della Domenica Sportiva mostrano all’intero Paese le imprese ormai leggendarie della compagine biancorossa. Tutta la città si stringe attorno alla propria squadra in un tripudio d’entusiasmo e di passione. Diciannove vittorie, venti vittorie. Il record inglese da battere è a un passo. Il sabato prima della partita tutte le radio dei bar e delle case sono accese: il mitico Enrico Ameri, il telecronista di Tutto il calcio minuto per minuto, si collega in diretta con Gaeta per intervistare il presidente e l’allenatore della squadra. Il giorno dopo, domenica 27 febbraio 1966, tutti gli occhi sono puntati sullo stadio Riciniello a due passi dal mare di Serapo, per la sfida con il Borgo Sabotino. La partita è in bilico sull’uno a uno quando, al tredicesimo della ripresa, l’arbitro Augusto Costa di Roma assegna un rigore – inesistente, ovvio – alla squadra fuori casa. Lo stadio si infiamma di urla e invettive che fanno tremare i bastioni superstiti della vecchia fortezza mentre il Borgo Sabotino approfitta dell’occasione e tale Signorotto segna il gol fatale. Addio sogni di gloria, addio interviste e servizi fotografici, addio vittoria sugli inglesi.
Al termine della partita accade il patatrac: la folla di tifosi è inferocita, alcuni lanciano sassi, altri tentano di sfondare la rete di recinzione degli spogliatoi. L’arbitro Costa abbandona precipitosamente lo stadio uscendo da una porta laterale scortato dalla Polizia, ma il sangue dei tifosi ribolle, come se tutte le umiliazioni di una cittadella soggiogata dalla storia fossero venute a galla in questo pomeriggio uggioso di febbraio, proprio mentre tutti erano pronti a indossare il vestito buono e cambiare vita. I poliziotti accompagnano l’arbitro alla stazione di Formia, il treno per Roma è sul binario in attesa di partire, gli agenti gli consigliano di salirci sopra, lo salutano e se ne vanno. L’arbitro però non sale sul treno, forse pensa che farà ancora in tempo a prendersi un caffè al bar della stazione. Ed è lì che alcuni tifosi del Gaeta finalmente se lo trovano davanti e, senza perdere tempo, passano dalle parole ai fatti. Pugni, urla, grida, sangue, la vetrata della biglietteria in frantumi, dieci giorni di prognosi all’ospedale, squalifica del campo per due settimane, squalifica del capitano della squadra, sospensione del presidente, dimissioni dell’allenatore. Il Gaeta è di nuovo sporco, brutto e cattivo. I giornali ora attaccano: dove credevano di andare questi? Pensavano di avere la maturità e il self control di una grande squadra? Si illudevano di diventare grandi? Qualche vecchio a Montesecco, seduto ai tavoli del Bar Polisportiva, fu sentito esclamare: «Non gli ho dato abbastanza mazzate a quegli inglesi quando ero giovane».
