Io avevo otto, dieci, dodici anni, però mi ricordo. Mi ricordo dei drogati, li chiamavano così, mi ricordo che si potevano vedere, anche in provincia, su certe panchine, parchi, muretti, marciapiedi, con i giubbotti di jeans un po’ laceri, gli occhi persi, i capelli spettinati. Erano quasi sempre dei solitari, al massimo li vedevi girare in coppia sulla spinta di un impulso telecomandato. Le persone li scansavano per timore di prendere l’Aids, figuriamoci stringergli la mano. Non erano alieni arrivati da chissà dove. Avevano attraversato una porta da cui poteva passare chiunque, il figlio dell’avvocato o quello che veniva dalle case popolari, la ragazza che fino all’anno prima prendeva tutti dieci a scuola e il tipo che era sempre stato un bambino cattivo. Le loro madri, i loro padri erano guardati con compatimento, poveretti, risucchiati nel gorgo della disperazione, delle nottate senza sonno, con i gioielli e i soldi che scomparivano dai cassetti, le crisi, i pianti, le urla, quei momenti in cui i loro figli diventavano irriconoscibili, peggio che estranei, a chiedersi intanto di chi fosse la colpa. Quelli di estrazione umile si tradivano subito: rubacchiavano per sfamare la scimmia, entrando e uscendo di prigione sempre più scavati e cogli occhi spenti, il cuore e la testa su un altro pianeta. Figli che all’improvviso diventavano alieni piombati da un altro mondo. Chi era di buona famiglia godeva di una copertura più ampia, iniziava squagliando braccialetti e collanine delle cerimonie, passava alle gioie della madre… fino all’inevitabile scoperta, e anche quando la verità veniva a galla si faceva di tutto per spingerla sotto, si formavano improbabili gruppi di preghiera, si tentavano disperati esorcismi, tutto per non ammettere “mio figlio è drogato”.
Mi ricordo che se ne parlava, coi grandi a tavola, ogni tanto a scuola, spesso nei telegiornali mentre esplodevano bombe, arrestavano politici, eleggevano pornostar. “Attento alle siringhe”, si raccomandava mia madre prima di uscire, la città-giardino era diventata un campo minato. Pure di quell’omone coi baffi si parlava molto, mentre veniva osannato in televisione e poi però associato a notizie e sospetti sempre più inquieti, oscuri, paurosi. Giurerei di averlo sentito dire sottovoce, in qualche riunione di famiglia, che quel ragazzo perso lì forse bisognava solo mandarlo a San Patrignano, anche se c’era la fila, anche se non sarebbe forse più uscito da lì. L’ignoranza e la disinformazione avevano creato un nuovo untore, rispondendo all’atavico bisogno di qualcuno contro cui difenderci. Mi ricordo, forse perché all’epoca la bolla, anche quella in cui crescevamo noi bimbetti, non era così impermeabile come adesso, le cose del mondo in qualche modo passavano, quelle brutte non si potevano cancellare, si infilavano addosso, restavano da qualche parte, per fortuna.
