Anche io vorrei l’elezione diretta del Presidente della Repubblica però sempre fatta così. Tutti e quarantasei milioni di italiani elettori, il presidente fa l’appello in ordine alfabetico, entriamo uno alla volta nell’aula di Montecitorio, passiamo sotto i catalfalchi di legno ora molto più ariosi, infiliamo la scheda nell’insalatiera di vimini foderata di raso verde, e poi via. Invece di tanti scrutini a vuoto un unico lunghissimo scrutinio. Nessuno si sentirà escluso dal grande spettacolo del nostro sfacelo. Le dirette tv eternamente collegate con Montecitorio, gli inviati esausti che cercano metafore nuove per dire che è tutto immobile. Ogni sera i talk show faranno il punto sulla lettera del cognome raggiunta: “Oggi siamo arrivati alla R”, e da casa milioni di italiani controlleranno se manca poco al loro turno, come si fa con i pacchi in consegna. Il più votato vincerà, ma nel frattempo i sette anni saranno già volati.
