Qualche anno fa cominciammo a buttare giù delle idee per un documentario su Tinto Brass. La scena iniziale il regista la immaginò così: in un salotto pieno di quadri e libri, un uomo è seduto di spalle alla sua scrivania, sta fumando un sigaro. Dietro di lui, dieci donne che lo guardano come durante un’inquisizione. Chi in piedi, chi sul divano, sulle scale, completamente nude. L’uomo che fuma pensa, e il suo pensiero si fa voce. Dice che il corpo a differenza della mente non inganna. Che scandagliare l’universo erotico significa inoltrarsi nell’abisso dei propri fantasmi, facendo tabula rasa delle gerarchie, dei valori consacrati, delle virtù inventate dal potere. Brass si gira e le donne sono sparite come dei fantasmi, la macchina da presa entra nel fumo bianco del sigaro, fade to white, sigla.
C’era già stato il Me Too, la ridefinizione dei confini del desiderio, la decostruzione dello sguardo maschile sul corpo della donna, la riscrittura delle regole della seduzione. Molte sarebbero state le domande da farsi. Ci sarebbero stata da raccontare le due anime di Brass, quella impegnata, espressione di un’arte libertaria a tratti sperimentale, e quella più di successo commerciale, imperniata di un erotismo più nazional popolare, gli elogi e le contestazioni. La sua era un’arte sovversiva e anarchica o una semplice espressione del potere maschile? Quelle donne che nei suoi film si prendevano il piacere che desideravano, ridendo in faccia a uomini ossessionati, erano lo specchio del suo desiderio o un qualcosa che assomigliava ad un auspicio? Il sesso lo aveva liberato dai suoi fantasmi o è il sesso stesso ad averlo intrappolato nel suo personaggio? È stato il più cineasta degli erotomani o il più erotomane dei cineasti?
Tinto Brass viveva in campagna alle porte di Roma e aveva una preoccupazione che accompagnava il suo tramonto: la scomparsa del desiderio. Per noi, ragazzini degli anni Ottanta e Novanta, era una presenza riconosciuta questo attempato erotomane dannunziano col sigaro in bocca e gli occhiali a specchio, circondato da donne dai fondoschiena prominenti, sempre disposto a raccontare l’aneddoto leggendario dei provini in cui chiedeva alle attrici di raccogliere una monetina da terra, dandogli le spalle naturalmente. Lui era partito da un desiderio, e lo aveva sparso per il mondo. Il primo istinto, forse, fu la gonna della cameriera di casa. Fu Venezia, la sua città, «puttana che fa commercio della propria bellezza e città d’acqua che rimanda rovesciata ogni prospettiva». Fu quel nonno pittore, che al piccolo Giovanni lo ribattezzò Tinto come Tintoretto, trovando così non solo il nome giusto, ma presagendo anche il gusto figurativo, l’estetismo. Fu lo scontro edipico con un padre fascista. Furono la Cinémathèque di Parigi, l’India di Rossellini in una sala di montaggio, Sartre e Jean Renoir al Café de Flore, fu Eliogabalo e fu Marx, il marziano di Flaiano con Sordi e la Vitti e un’Arancia meccanica offerta e poi mancata. Fu una libidine che lo portava a frequentare i margini della società senza pregiudizio alcuno, là dove nudi siamo forse ineluttabilmente uguali. Fu la moglie Carla, che tutti ribattezzarono Tinta, complice perfetta perché non giudicante. Vediamo un primo piano di Tinto frontale, dietro di lui le ragazze, completamente nude, lo stanno fissando minacciosamente schierate come un plotone di esecuzione. Vediamo gli occhi in primissimo piano delle singole ragazze. Avrebbero infine meritato di ricambiare il suo sguardo e di giudicarlo.
