Borbonico, parola che in tutta Italia è sinonimo di retrogrado e arretrato, a Gaeta assume un significato dolce e nostalgico, come un vecchio corredo ricevuto in eredità dalla nonna. All’ombra della fortezza decaduta che fu la “fedelissima” è ancora consentito fare notte fonda a discutere se l’Unità d’Italia fu un’inevitabile chiavica o una barcollante impresa. O se, per esempio, fu un’innocente coincidenza oppure lo fecero apposta gli amministratori di inizio Novecento a intitolare all’eroe Garibaldi proprio la via che porta al cimitero.
Il borbonico di razza gaetana non appartiene alla categoria degli storici paludati, rinchiusi nelle biblioteche, chini sulle sudate carte. Egli è storico ma di natura verace e popolare, le sue lezioni risuonano di termini desueti come “onore” e “dignità”, il suo metodo è lo studio ma la sua arma è l’accetta con cui tagliare i fatti e le ideologie. Spesso è il fedele di una grande chiesa che senza rinnegarla incontra un nuovo Vangelo. Come don Paolo Capobianco, decano dei borbonici di razza gaetana, parroco amatissimo nel Borgo ma venerato pure dai nostalgici del Regno delle Due Sicilie che ogni anno si ritrovavano ad ascoltare le sue omelie pronunciate come fiumi in piena, nel tempio di San Francesco o nella cappella ferdinandea a picco sul mare nella Montagna Spaccata. Diceva di essere figlio dell’ultimo gaetano nato sotto il re Borbone. Morì quasi centenario nel 2006 sull’isola di Ventotene, in una sorta di esilio ecclesiastico, convinto di essere stato un buon cristiano proprio perché borbonico. Anche Antonio Ciano, tabaccaio comunista convertito dopo la caduta del Muro di Berlino alla causa sudista, autore di libri e invettive contro I Savoia e il massacro del Sud, pronunciate dentro convegni di revisionisti o direttamente sul bancone tra i pacchi di Marlboro e i biglietti del gratta e vinci, ha sempre pensato di essere restato l’ultimo vero comunista su piazza proprio riscoprendosi borbonico, difensore non del re ma dei briganti. Tutti insegnamenti del suo nonno contadino che quando bestemmiava diceva sempre «Mannaggia a Garibaldi». Per questo tutti ci rimasero un po’ male quando, nel corso della cerimonia in piazza che nel 2011 celebrava i 150 anni dell’unità d’Italia, il povero Antonio (uno che avremmo visto, come Mario Brega in Un sacco bello di Carlo Verdone, urlare a braccia spalancate la frase «Io nun so’ borbonico così, io so’ borbonico cosììì!») si ritrovò contestato da alcuni sedicenti “fondamentalisti duosiciliani” in quanto assessore comunale del Partito del Sud da lui fondato e dunque collaborazionista dello Stato unitario. Il fatto è che l’essere borbonico a Gaeta è più uno stato dell’animo che una dichiarazione politica, è un confortevole rifugio della storia: un po’ come sentirsi ghibellini a Siena, papalini a Roma, mitteleuropei a Trieste.
I vecchi spalti di Monte Orlando, ora tristemente divorati dalle erbacce, ancora conservano memoria della giovane regina Sofia che passava le lunghe giornate dell’assedio del 1861 a incoraggiare gli artiglieri, curare i soldati feriti, spesso traditi dai loro stessi generali, confortare i civili devastati dalle bombe e dalle epidemie, e pure a fare le corna alle truppe piemontesi stipate dall’altra parte del Golfo. Mentre dal cielo di questa Italia così faticosa da unificare piovevano migliaia di bombe e proiettili.
Furono giorni tremendi, quelli tra il novembre 1860 e il 13 febbraio 1861: sessantamila colpi furono sparati dai piemontesi sulla Gaeta assediata, altri quarantamila furono sparati dai borbonici asserragliati, case distrutte dalle bombe, abitanti del borgo usati come scudi umani, carcasse e cadaveri da seppellire sotto le piazze, focolai di tifo e di colera. Un giorno di gennaio i piemontesi colpirono la polveriera Sant’Antonio, vicino la spianata di Montesecco. Lo scoppio fu tremendo, la terra tremò, si alzarono colonne di fumo che oscurarono il cielo. Il bastione e le vicine case del borgo furono polverizzati. Al loro posto un’enorme voragine piena di cadaveri, macerie, brandelli umani e feriti urlanti. Soccorritori che correvano sotto i tiri del fuoco nemico.
Rileggere i diari dell’assedio è come assistere alle più truci cronache delle guerre di oggi, tutte le Damasco e le Saigon di ogni tempo. Cambiano le tecnologie, i confini e le artiglierie ma sempre rimangono gli stessi istinti in fondo all’animo degli uomini.
In verità la città che fu chiamata “la fedelissima” nei secoli si è data a chiunque la prendesse. Saraceni, bizantini, angioini, aragonesi, pontefici, borbonici. Nuovi padroni da ignorare – o da spolpare, se è il caso. La storia è un percorso a ostacoli che si ricostruisce a ogni tappa. Chi è sopravvissuto sa, chi viene dopo distorce la memoria, se ne appropria. Gli psicoanalisti inducono a riesumare il passato, fanno scrivere quadernetti di esperienze perché nulla vada perduto. E se succedesse? Se non ci fossero più monumenti ai militi ignoti, ossari dei caduti, cimiteri dei nostri e altrui smarriti amori? Se tutto questo sparisse nell’imbuto del lavandino dove ci sciacquiamo la faccia prima di affrontare una nuova giornata?
Dal molo di Gaeta partivano gli sconfitti, all’alba di giorni ignoti. Un dogmatico Papa nel 1849, dritto verso le turbolenze della storia. Una coppia di sovrani umiliati senza aver perso l’onore, nel 1861. Un Duce carico di disastri e tradimenti in una mattina di fine luglio del 1943. I gaetani alle finestre ricordano tutto, seppelliscono le umiliazioni col disincanto, l’onore con l’astio, ma forse meriterebbero di dimenticare. «Preferisco i miei infortuni ai trionfi degli avversari» disse il re Francesco II di Borbone, detto Franceschiello, in uno dei suoi ultimi proclami.
Una storia che capita di sentirsi raccontare, qui a Gaeta, è quella dei morti sotto la scuola, ma nessuno è in grado di dire con assoluta certezza se e quanto sia vera. Sta di fatto che nel 1961, coi soldi del centenario dell’Unità d’Italia, quando si polemizzava meno e si badava più al sodo, si costruì la scuola media intitolata a Giosuè Carducci. Mentre scavavano per buttare giù le fondamenta venne fuori una fossa enorme, piena di vecchi cadaveri, molte ossa. Erano soldati dell’esercito borbonico e civili probabilmente fucilati. Qualcuno racconta che da ragazzino andava a rubare i bottoni di quelle vecchie divise, senza nemmeno sapere che erano d’argento, e li scambiava con le figurine dei calciatori.
Non si sa molto della verità di questa vicenda, anche se c’è chi la racconta convinto che sia una metafora potente, un’immagine che spiega tutto. Sotto terra i vinti della storia, i dimenticati senza onore, nascosti in fretta e furia; sopra la scuola, dove insegnare la storia scritta sempre dai vincitori. Ma la storia ha mille facce e oggi tra tutti quei fantasmi sotto terra o sopra i bastioni si fa fatica a riconoscere i vincitori e i vinti, appaiono tutti sconfitti che combattono contro sconfitti, come Garibaldi, come le legioni piemontesi, come i soldati straccioni di Gaeta.
