Tra le cose che non si dimenticano, almeno per me, c’è dov’ero il giorno in cui la Lazio vinse lo scudetto. Alle ore 18 e 04 minuti del 14 maggio 2000 ero a Terracina. Quel giorno con i miei amici eravamo andati lì a vedere l’arrivo della seconda tappa del Giro d’Italia. C’era Mario Cipollini in maglia rosa, Marco Pantani che non si sarebbe ripreso mai più, Ivan Quaranta che vinse in volata, il telecronista Adriano De Zan alla sua ultima edizione. Era una giornata di stupenda primavera, sole e caldo ovunque tranne – scoprimmo poi – a Perugia. Nel villaggio del Giro, sul lungomare, tutti si erano fermati davanti il tendone che faceva da studio al Processo alla tappa di Rai3 condotto dal giornalista Claudio Ferretti, figlio del mitologico radiocronista Rai Mario Ferretti, colui che nella tappa Cuneo – Pinerolo del Giro d’Italia 1949 annuncio dalle radio dell’intera penisola che c’era “un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi”.
Ma ora di questa tappa di mare e pianura non importava più a nessuno. Dai televisori si guardavano le immagini dell’Olimpico di Roma fermo e silenzioso, praticamente in preghiera, dopo il triplice fischio, e quelle dello stadio Curi di Perugia dove l’arbitro Collina, con un ombrello nero sotto il diluvio, lanciava il pallone sul terreno di gioco per vedere se rimbalzava di fronte agli attoniti ospiti juventini sotto di un gol. Un punto e molta pioggia bastarono a quello scudetto inaspettato come un biglietto della lotteria, meritato come la giustizia divina. Quando alle 18,04 si sentì il fischio finale e la Lazio fu campione d’Italia il primo che mi ritrovai ad abbracciare, laziale e incredulo pure lui, fu Claudio Ferretti.
