Il cantastorie con le ali

Pubblicato sulla Gazzetta di Gaeta – Numero 7 – Santi ed eroi (ottobre 2022).

Seduto dietro una scrivania del palazzo comunale, nella trasandatezza tipica degli uffici pubblici, tra misteriosi faldoni che si affacciano dagli scaffali e foto panoramiche in stile pro loco appese alle pareti, ogni tanto perfino un vecchio fax che misteriosamente si rianima e prende vita, lui sembra un leone in gabbia, un gran follettone che attende solo di essere liberato. «E pensare che entrai in Regione perché cercavano un etnomusicologo, invece mi sono ritrovato dipendente». Invece ogni volta che sale su un palco Ambrogio Sparagna sprigiona energia, salta, cammina, si piega, si solleva, scatta, si ripiega, chiude gli occhi, dà con gli occhi il tempo a tutta l’orchestra e poi al pubblico che incoraggia a battere le mani, cantare, alzarsi in piedi, ballare. «Serve allenamento fisico, è vero, ma in quei momenti mi sento un portatore di energia». Di palcoscenici ne ha visti tanti, ha suonato e cantato ovunque nel mondo, diretto orchestre, si è esibito con artisti di primaria bravura e popolarità, eppure per molti a Gaeta resta sempre “il fratello di don Giuseppe”. «E questo mi onora. Pensa, io sono l’unico di noi cinque fratelli che non è stato in seminario eppure penso di essere un mezzo prete».

Se guarda indietro alla sua vita i suoni si mettono in fila come una partitura, una sequenza che ridisegna il filo della strada. «Quando ero piccolo andavo con mio padre che suonava nelle cerimonie nella chiesa accanto casa, Santa Maria dei Martiri, a Maranola, una frazione di Formia. Mi piaceva tirare il mantice dell’organo per aiutarlo anche se non avevo la forza. Il sacrestano mi reggeva e in quel reggermi c’era tutta la dolcezza, la bontà di un uomo pio, umile, che aveva avuto un sacco di problemi nella sua vita, era un reduce di guerra mezzo zoppo e pieno di traumi, e campava facendo il campanaro, accolto, protetto dalla comunità». Il suono di quell’organo era già il ricordo e la promessa di un viaggio. «Mio nonno Giuseppantonio alla fine dell’Ottocento attraversò tutta l’Italia a piedi, insieme ai suoi due fratelli: voleva emigrare in Francia e lungo la strada, per sopravvivere, suonava. Arrivato a Marsiglia trovò lavoro come sagrestano in Cattedrale, in pochi mesi imparò a suonare l’organo, senza sapere una nota di musica. E diventò più bravo del maestro di cappella, il quale, invidioso, lo fece mandar via. Tornò a Maranola e fece l’organista nelle chiese della nostra zona». Sparagna non ha fatto in tempo a conoscere suo nonno mentre il padre si rifiutò di insegnare a suonare a lui e agli altri fratelli. «Per mio nonno era del tutto naturale che uno potesse suonare l’organo con mani e piedi insieme oppure che appena ascoltata una melodia fosse in grado di riprodurla, non concepiva che gli altri non fossero capaci come lui. Così quando insegnava a mio padre e lui non riusciva a stargli dietro lo pungeva con uno spillo. È uno dei motivi per cui mio padre a noi figli non ha voluto insegnare nulla».

Quando avvenne l’incontro con la musica che poi suonerai e canterai per tutta la vita?  «Al liceo. Io facevo il classico a Formia, altri miei amici lo scientifico a Gaeta, insieme fondammo il nostro primo gruppo di musica popolare: il Canzoniere Popolare degli Aurunci. Eravamo all’inizio degli anni Settanta, gli anni del boom di questo tipo di musica: a Napoli c’era la Nuova Compagnia di Canto Popolare, a Roma c’era il Canzoniere del Lazio». Da dove prendevate i canti? «Allora non c’era internet, non c’era niente, c’era la biblioteca di Formia che aveva qualche testo, e così recuperai il Canzoniere italiano di Pasolini pubblicato nel 1955, e per me diventò una specie di Bibbia. Poi io andavo per le campagne di Maranola, con un registratore Geloso dell’epoca, e facevo cantare i vecchi, i pastori, i contadini». Avevate dei maestri, delle figure di riferimento? «Sarò sempre debitore al professor Ruggiero Di Lollo. Lui stimolò questa avventura facendoci addirittura conoscere un personaggio incredibile, Ignazio Buttitta. Buttitta era un poeta e cantore siciliano, uno che i suoi versi li scriveva per declamarli nelle piazze. Parliamo di un signore – all’epoca già anziano, era nato nel 1899 – che aveva fatto la storia della cultura popolare italiana, e noi ce lo trovammo lì davanti a noi, sulla terrazza del professor Di Lollo. Volle sentire quello che facevamo e gli cantammo un paio di nostre canzoni». Che vi disse Buttitta? «Lo colpì molto il fatto che dei giovani liceali, nel pieno degli anni Settanta, cantassero i canti popolari». Che ruolo avevi in quel gruppo? «Cantavo, ero la voce». E l’organetto? «L’organetto arriva più tardi. Una sera ero a Maranola, a casa dei miei. Bussano alla porta, era un pastore a cui, come accadeva una volta nei piccoli paesi, mio padre aveva dato in gestione tre o quattro pecore, giusto per avere l’agnello a Pasqua. Solo che questo pastore ormai da anni doveva darci le cose e non ci dava mai niente. Così quella sera si presentò a casa e, forse per sdebitarsi, disse a mio padre: qua ci sta ‘sto strumento, tuo figlio sicuramente ne può fare uso. Io l’ho preso, solo una fila era intonata, e subito l’ho suonato. Mi si è aperto un mondo». Oggi siete inseparabili, è difficile immaginarti senza. «Una delle prime volte lo suonai alla Festa dell’Unità a Gaeta. Quella sera tra il pubblico c’era Alessandro Portelli che aveva una casa a Gaeta e mi chiese di fare il corso d’organetto al circolo Gianni Bosio a Roma, che lui aveva fondato a Roma proprio per studiare e insegnare la musica popolare. Così a novembre mentre studiavo Lettere alla Sapienza mi sono trovato ad aprire i primi corsi d’organetto a Roma. Non ero preparato musicalmente, non sapevo fa’ niente, avevo soltanto la follia dei ragazzi. E quell’incontro ha cambiato la mia vita, ma un po’ anche quella dell’organetto, uno strumento che pareva destinato a morire».

Negli anni in cui gli studenti arrivavano nelle grandi città per partecipare all’assalto al cielo fatto di sogni e piombo, un ragazzo arrivava a Roma tenendosi ben stretto il suo paese in valigia. «Le strade pericolose erano tante, vedevo le contestazioni, la droga che circolava, le scritte delle Brigate Rosse sotto la casa dello studente, le pistole che spuntavano fuori nei cortei, le cariche della polizia, ero nella manifestazione quando fu uccisa la studentessa Giorgiana Masi, ho sentito gli spari che hanno ammazzato il professor Bachelet all’università. Ma appena avevo tempo scappavo da Roma e scendevo verso le vallate tra Esperia e Pontecorvo, a cercare i pastori, e all’improvviso mi trovavo in un’altra epoca, come se nemmeno il Novecento fosse mai arrivato. Entravi là e non c’era la luce, non c’era il bagno, erano case di pietra nel cuore degli Aurunci, dove restavo preso dal vortice della musica delle zampogne. Poi, grazie a un mio amico avvocato di Giulianello di Cori, ho conosciuto il mondo degli improvvisatori dei Castelli Romani. Lui di mestiere faceva l’avvocato dei pastori: da quelle parti c’erano un sacco di azioni di abigeato, si rubavano le bestie tra di loro, si rinfacciavano patti di sangue, e lui era riuscito a sistemare questa situazione. Mi chiamava a suonare in questi convivi dove i pastori si incontravano per mettersi d’accordo, i poeti sancivano le compravendite, la musica metteva pace». Città e campagna, modernità e passato, da un lato la parola rivoluzione che rimbombava nei discorsi e nei cortei, dall’altro un’eternità immobile che stava per estinguersi e suonava le sue ultime note. Due mondi destinati a non capirsi. Due mondi, col senno di poi, entrambi destinati alla sconfitta. «Nel ‘78 assassinarono Aldo Moro, morirono due papi, e al cinema L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi vinse il festival di Cannes. Io lo vidi e per me fu una rivelazione. Nell’ambiente che mi circondava fu criticato ferocemente: dicevano che quella rappresentazione del mondo contadino era nostalgica, reazionaria, bigotta. Io a un certo punto esplosi: di che stiamo a parla’? Quello è il mondo che conosco, che ho visto, che ho vissuto. Erano tempi molto ideologici. Quando cercavo i canti popolari a Formia c’era un circolo, La Comune, sopra a Castellone, dove c’erano diversi personaggi che poi sono diventate figure importanti della politica nazionale e locale, loro dicevano che noi dovevamo andare a trovare i canti per la rivoluzione. Ma io trovavo solo canti religiosi, tant’è che poi a un certo punto un canto me lo sono dovuto inventare. Ebbi una sorta di processo politico, davanti a una commissione. Scrissi questa canzone che diceva così: sancirono un agone, miedico e dottore, fammi una grazia sola, famme murire lu padrone. Questa canzone mi ha fatto aprire una strada in quel mondo lì, ma era un falso storico».

Alla fine alla compagnia dei rivoluzionari hai preferito quella dei contadini e dei pastori? «Andavo a registrare i canti in Calabria, in Campania, in Puglia. Partivo con questi registratori che pesavano trenta, quaranta chili. Andavo lì per registrare ma poi registravo poco, perché era talmente tanta la passione dell’incontro con la gente che passavo nottate intere a cantare, suonare, a parlare della vita, della luna, della poesia, del Padreterno. Mi venivano in mente le parole di Béla Bartók, che avevo studiato all’università, e diceva che i momenti più belli della sua vita erano quelli che aveva vissuto con i pastori della Transilvania a cui lui raccontava del valore del tempo, della natura, delle stelle, della bellezza del creato». Come un rabdomante sei andato alla ricerca degli ultimi echi di suoni che stavano per scomparire. «Mi sono sentito il cerimoniere di un mondo che stava per estinguersi». Era un mondo arcaico ma anche feroce, di sfruttamento, di rapporti umani durissimi. Si può rimpiangere quel tempo? «Feroce verso gli animali che si ammazzavano, feroce verso gli umani. La ferocia però era un luogo del male, stigmatizzato, da non realizzare. C’era una cosa che oggi non si vede più: la pietà». C’era il padrone che aveva le terre e i contadini che non avevano nulla. «Gaeta, se ci pensi, è un archetipo del nostro territorio, aveva i servi e i padroni, un equilibrio ingiusto ma funzionale, che riusciva a mantenere un senso di dignità del lavoro, di ritualità comunitaria, attraverso i canti, le feste». Se andassi oggi a cercare quei pastori, quei lavoratori dei campi in giro per l’Italia troveresti soprattutto migranti, stranieri spesso sfruttati ma che facciamo finta di non vedere, o di cui ci dà fastidio parlare. «Quel mondo lì era il nostro mondo, non dobbiamo dimenticarlo. Mio nonno, mio padre, i fratelli e le sorelle di mio padre, sono stati tutti emigranti, anche se non ne parlavano mai di questa storia, per loro non era una cosa bella da raccontare. Io invece l’ho raccontato ai miei figli. Il mondo degli sfruttati era il nostro mondo, è descritto in maniera forte e chiara in tutti i canti: guarda che vita fa lu zappatore, juorno e notte…».

Accanto ad Ambrogio Sparagna, nelle sue orchestre, ci sono ancora vecchi compagni di scuola degli anni formiani e gaetani, c’è Anna Rita Colaianni, sua moglie dal 1989, conosciuta in una delle sue tante scuole di musica, e ci sono ragazzi curiosi di musica trovati nei paesi e nelle campagne, tolti dai bar, dai muretti e dalla noia, assunti per prova e tenuti per sempre a suonare organetti, zampogne, conchiglie. Poi ci sono gli “alberi di suoni”, musicisti-costruttori: molti di loro hanno appreso la loro sapienza dal nonno, altri si sono appassionati per vie autonome e avventurose, pur senza avere un antenato suonatore. 

La musica popolare, negli anni, lo ha avvicinato alla ricerca anche di una spiritualità che si nutre essenzialmente di canti e di note. Per secoli le manifestazioni e i rituali di fede popolare sono stati tenuti a debita distanza dalle gerarchie ecclesiastiche, come se sotto la superficie del sacro ribollisse un fuoco difficilmente controllabile. «In Salento ho incontrato Luigi Stifani, l’ultimo violinista del tarantismo, mi diceva che lui a San Paolo ci credeva, e lui suonava affinché San Paolo riuscisse, attraverso quel suono, a estirpare il male che queste povere donne avevano dentro, provocato dal pizzico del ragno, della taranta. Di fronte a un’osservazione di questo tipo io vorrei parlare con qualunque teologo e chiedergli: dov’è il paganesimo? Non si possono fare i ragionamenti che fanno certi preti, secondo cui il popolo crede ai santi e non crede all’incarnazione di Gesù Cristo, il popolo crede e non fa tutto questo tipo di elaborazione». Vengono in mente certi luoghi in Sicilia dove, quando c’era siccità, si metteva il sale nelle bocche dei santi affinché chiamassero la pioggia. Forse ci viene difficile ammettere, e lo è anche per molti uomini di Chiesa, che per accendere nelle persone l’urgenza e il senso di responsabilità funziona più un rituale come quelle processioni che un trattato scientifico. 

L’ultimo lavoro di Sparagna è la Messa Popolare. «Non è un concerto o un’opera, è una messa vera e propria, fatta con le strutture melodiche, la scrittura, i ritmi del nostro folklore. Ho fatto i canti di ingresso, i canti di comunione, l’Alleuja, il Gloria, il Credo, il Kyrie, l’Agnello di Dio, il Padre Nostro…. Quando un compositore scrive per la liturgia deve stare molto attento, la sua scrittura deve essere subordinata alle esigenze della liturgia. Infatti molti compositori non lo fanno, o lo fanno male». I testi sono rielaborazioni delle Laude cinquecentesche attribuite a San Filippo Neri e degli scritti della venerabile suor Ambrogina. «Si tratta della sorella di mia madre, suor Ambrogina era nata a Maranola nel 1909 ed è morta giovane, nel 1954, tre anni prima che io nascessi, nello stesso paese. Il mio nome l’ho preso da lei». 

La messa dovrebbe essere sempre popolare, scrive il cardinale Matteo Maria Zuppi nell’introduzione all’opera di Sparagna. Ma appartengo a una generazione che è cresciuta con le schitarrate in chiesa, le canzonette, il tamburello, i canti pseudo gospel, così chiedo a Sparagna se quando va a messa in lui prevale il sentimento del fedele o il giudizio dell’artista e del musicologo. «Ti dico la verità: molte volte sono costretto ad andare via perché sennò farei peccato cominciando a imprecare contro chi sta cantando. Io sono musicista sempre. Purtroppo pochi preti sono competenti di liturgia, lo posso dire? Non si può prendere la musica degli Animals e scrivere il Pater Nostro perché non c’entra niente, non si possono fare le cover delle canzoni dei Pooh mettendoci le parole della liturgia. Allora tu chiesa non produci cultura, non sei alternativa al mondo». 

All’età di dodici anni tuo fratello maggiore, Giuseppe, di tredici anni più grande di te, diventa prete. Come hai vissuto quel momento? «È uno dei momenti più belli della mia vita, tra l’altro venne ordinato a San Pietro, da Papa Paolo VI. All’epoca andare in seminario, come hanno fatto tutti e quattro i miei fratelli maggiori, era anche un modo per studiare, Peppino invece ha scelto di continuare. Siamo molto legati, avevamo anche una sorella che morì piccolissima. Diceva mia madre: siete come una mano aperta e poi chiusa. Se non avessi avuto questa dimensione familiare sarei stato un’altra persona». Don Giuseppe appartiene a quella generazione di parroci poco più che quarantenni che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta portarono una ventata di aria fresca nelle chiese di Gaeta. Avevano studiato fuori oppure erano stati missionari, come don Stefano richiamato dal Bangladesh. All’inizio furono accolti con qualche diffidenza ma poi riuscirono a costruire comunità solidissime. «Peppino arrivava a San Giacomo con la sua Vespetta rossa e faceva tutto: l’elettricista se c’era da riparare qualcosa, il professore di latino e greco se c’era qualche ragazzo che aveva bisogno di ripetizioni. Anche adesso, a quasi 80 anni, si mette a lavorare nella chiesa di Trivio, sta lì a fa’ sempre il prete di missione, in un luogo complicato, e riesce ancora a entrare nel cuore delle persone. Il ministero del prete, del sacerdote, del parroco è vissuto fondamentalmente dentro una dimensione di creazione di comunità. E per esserlo devi avere sia una capacità teorica profonda, lui non a caso si è laureato dai gesuiti alla Gregoriana, sia una dimensione pastorale per stare tra la gente, entrare nell’animo delle persone, anche le più semplici». Erano tutti preti post conciliari, figli di una Chiesa che nell’arco di una generazione aveva cambiato pelle, dalle messe recitate in latino dando le spalle ai fedeli ai preti che scendevano in strada, si toglievano la tonaca e indossavano i pantaloni. «Io un po’ quella chiesa là me la ricordo, mi ricordo tutti i cenacoli di questi arcipreti che venivano con le calze rosse… Questo movimento post conciliare non è stato solo quello che ha criticato il potere, ma è stato lì, si è messo a lavorare, si è rimboccato le maniche, ha interpretato il ruolo del sacerdozio veramente come servizio, mentre prima essere sacerdoti era una sorta di dominus, di titolo di potere nobiliare». 

Forse quelli della mia generazione, cresciuti in provincia negli anni Novanta, sono stati gli ultimi ad avere le chiese come parte viva del loro paesaggio sentimentale, il famoso “prete per chiacchierar” della canzone: la parrocchia per tutti era il luogo della comitiva, del pallone e del biliardino, degli amici e dei primi amori, delle gite e perfino degli sfasci. Oggi l’impressione è che non sia più così, o perlomeno non per tutti come lo era prima. E allora come dovrebbero essere i preti che servono al mondo di oggi? «Non è una domanda facile ma mi vengono in mente i preti con cui io lavoro, gli oratoriani, quelli che operano nello spirito di San Filippo, come padre Maurizio Botta. Devono essere grandi intellettuali, l’elaborazione teorica ci vuole perché i preti devono essere capaci di raccontare in maniera semplice delle cose molto straordinarie, molto complicate, di fronte a un pubblico che non si fida, che ha perso la sintonia che c’era prima. Oggi un prete ladro o pedofilo fa più notizia di centinaia di preti e suore che rischiano la pelle, entrano nelle situazioni di disagio sociale dove pure lo Stato preferisce delegare, penso alle tossicodipendenze, all’immigrazione, alla povertà in aumento. Ecco, serve gente che si entusiasma della realtà, che si sporca le mani, che prende le decisioni ma senza essere ideologici, senza mettersi da una parte, senza fare il politico».

Intanto dopo i pascoli, dopo i campi, dopo le case di pietra dei vecchi borghi ora sono le chiese, i conventi, gli oratori che vediamo svuotarsi. E infatti le diocesi sono costrette, a volte con qualche pasticcio, a reinventarsi immobiliaristi per dare nuove collocazioni ai loro patrimoni. «Mi è capitato di suonare in chiese sconsacrate e ogni volta ho provato un forte imbarazzo. Ho sempre cercato di cantarci canti religiosi. Le chiese rimangono chiese, tu le puoi sconsacrare come vuoi ma la loro dimensione rimane nella storia, sono come i canti popolari, puoi trasformarli ma non è la stessa cosa, anche con le migliori intenzioni. Il segno della preghiera non si cancella, lo spirito resta in quelle pietre. Una delle cose che più mi ha sconvolto nella mia vita è un viaggio di studio in Albania nel 1980: trovai queste chiese ortodosse diventate campi di basket, con i canestri davanti agli affreschi bizantini. Mi sono sentito fisicamente male. Il senso del luogo è anche mantenere certi luoghi nel senso che hanno avuto». Nella sua vita Ambrogio Sparagna ha suonato e cantato ovunque, in Vaticano e a Teheran, al Festival di Sanremo e alla Notte della Taranta, con artisti del calibro di Lucio Dalla o Francesco De Gregori, Giovanni Lindo Ferretti o Nino D’Angelo, è stato sul red carpet del festival del cinema di Venezia o davanti al Papa, ma il luogo dove ha avvertito più forte l’emozione è Betlemme. «Lì ho cantato i canti del Natale, sia nella grotta che nella chiesa della Natività. È come se avessi ricongiunto la mia esperienza di uomo e quella di studioso». E quella prima vecchia chiesa, a Maranola? «Ci torno ma è diverso, io nasco lì però sono cittadino del mondo. Il mio paese mi ha dato le ali».