Pubblicato sulla Gazzetta di Gaeta – Numero 11 – Guerra e pace (settembre 2023).
Olena è in guerra dal 24 febbraio 2022 anche se vive in un paese in pace, dove ognuno è perso dentro i fatti suoi. «Quella mattina, prima dell’alba, i telefoni hanno cominciato tutti a squillare. Sono arrivati messaggi, telefonate, ognuno è andato a controllare dove poteva, sul computer, alla televisione, alla radio. Nessuno di noi ci credeva, fino alla sera prima. È vero, c’erano i soldati vicino al confine ma pensavamo che volessero mettere un po’ paura, un po’ pressione, come al solito. Tu vuoi sapere se ero pessimista oppure no, ma io non lo so come ero. Ero scioccata, ero proprio impossibilitata a ragionare, a fare qualunque cosa, erano pianti e basta. Lo vedi? Ero e sono ancora in lutto. Nel giro di un paio d’anni ho perso prima mio papà, mia mamma, mio marito, un uomo meraviglioso che l’Italia mi aveva regalato. C’è stato il covid, poi la guerra. Una persona quella mattina mi aveva chiamato e mi aveva detto: Olena, come ti posso aiutare? E io: puoi far finire la guerra? No, e allora come mi puoi aiutare». Olena Chernenko ha 58 anni, è nata e vissuta a Leopoli, è venuta per la prima volta in Italia alla metà degli anni Novanta, vive stabilmente a Gaeta dal 2000. In Ucraina, a Leopoli, vivono i suoi due figli avuti dal primo matrimonio, con i loro coniugi e due nipoti, mentre quattro nipotini sono rimasti con l’altra nonna vicino Kherson, in un piccolo villaggio sul lato sinistro del fiume Dnipro che un anno e mezzo fa si è risvegliato occupato dai russi e da cui fuggire senza rischiare la vita è praticamente impossibile. Con lei siamo seduti in un bar sul lungomare, è una tiepida sera di fine estate, sentiamo il tintinnare dei bicchieri degli aperitivi, il vociare delle persone di ritorno dal mare, la vita che scorre nel traffico e nei negozi, viviamo un’ordinaria giornata di un paese in pace eppure la guerra è qui, è seduta di fianco a noi al tavolo di questo bar, come una scissione tra mondi vicinissimi che sembrano universi distinti, nel telefono cellulare che Olena mi porge. «Io ho due patrie, l’Italia dove sto e l’Ucraina che sta qui dento. Tutti noi qui viviamo attaccati ai telefoni, aspettiamo le notifiche di Viber o di Telegram per leggere e vedere quello che sta succedendo, dove è arrivato, dove non è arrivato, dove hanno sparato, dove non hanno sparato, dove ci sono combattimenti, se almeno qualche metro, qualche chilometro quadrato è stato liberato. Si vive con il telefono, ci si sveglia e si comincia a leggere tutte le notizie, lo stesso prima di andare a dormire. Qualcuno si sveglia e continua pure di notte. All’inizio anche io ci stavo tutto il giorno, non riuscivo a staccarmi, poi mi sono detta così impazzisco. E non posso impazzire, sennò chi aiuta i miei figli e nipoti lì?». L’ultima volta che Olena è crollata, ha pensato di non farcela più, è stato il giorno dell’esplosione della diga di Kakhovka, il 6 giugno scorso. Diciotto chilometri cubi di acqua riversati in un’area di chilometri e chilometri, abitata da paesi e villaggi. «Con i miei figli ci sentiamo tramite internet. Io scrivo, poi aspetto. Con i miei nipotini nelle zone occupate nei primi tempi passavano giorni e giorni, anche settimane. Quando è scoppiata la guerra pure io dicevo a mia figlia: vieni, cosa resti a fare lì? I maschi tra i 18 e i 60 anni non possono lasciare il paese ma mia figlia e i miei nipoti che avevano la possibilità da Leopoli sono venuti a Gaeta. Abbiamo ospitato tanti profughi in quei mesi, ma quasi tutti sono ripartiti». Mi viene in mente una frase che aveva detto Victoria Amelina, una poetessa che nell’anno e mezzo di guerra era diventata molto conosciuta all’estero e che alla fine di giugno è rimasta vittima di un missile russo precipitato a Kramatorsk, sopra il ristorante in cui stava pranzando in compagnia di una delegazione di giornalisti e scrittori colombiani. È difficile – diceva – stare lontani dall’Ucraina adesso, sembra di fuggire. «La prima volta che sono tornata è stato ad agosto, per due settimane e mezza. È stato un viaggio lungo, strano, passando in treno dal confine polacco. Appena arrivata vedevo la gente che camminava tranquilla, come se niente fosse, solo qualche sirena in lontananza. La seconda notte mia figlia mi dice: hai sentito stanotte? Ci sono stati arrivi… Poi c’è stato l’episodio che mi ha scioccato. Stavamo facendo la spesa in un supermercato, all’improvviso suona la sirena, dicono che è un allarme per l’arrivo di missili perché si sono alzati gli aerei da un certo aeroporto in Russia e loro calcolano un tempo breve in cui puoi solo pagare la spesa, uscire e scappare. Tutti cominciano a correre, io prendo per mano i nipoti, mia figlia con il carrello della spesa, corro e la seguo senza sapere dove andare. Chi si rifugia nelle cantine, chi come i miei figli si mette in corridoio tra i muri portanti, sperando che passi presto. Un altro giorno invece ho detto ai miei: ho bisogno di camminare nel centro di Leopoli, devo respirare l’aria della mia città. Siamo andati una domenica. I negozi erano aperti, le persone camminavano, e però vedere i monumenti, le chiese, i primi piani dei palazzi ricoperti di sacchi di sabbia mi ha fatto impressione. Chi vive lì però che può fare? Deve adattarsi, per forza».
Per capire quanto la guerra sia un veleno che penetra sotto pelle, da cui è difficile liberarsi, basterebbe rivedere i video della prima manifestazione convocata dalla comunità ucraina di Gaeta nella piazza sotto il Municipio, pochi giorni dopo l’invasione. La manifestazione era finita quasi in una rissa, tra una signora ucraina ma delle regioni russofone del Donbass e le altre donne ucraine ma per comprensibili motivi ostili alla Russia, mentre tutte e tutti urlavano a modo loro di volere la pace. Ed è facile parlare per noi che a stento fino a due anni fa avremmo saputo trovare l’Ucraina sulla carta geografica, che nulla sappiamo di quello che almeno dal 2014 si sono fatti gli ucraini/filoucraini e i russi e ucraini/filorussi se non che si sono massacrati a vicenda, così come nulla sappiamo di altri più lontani ma non meno catastrofici conflitti, che non vogliamo più credere alle distinzioni nette tra buoni e cattivi, che proviamo dolore per gli ucraini che a costo della vita difendono il loro paese ma pure per quei soldati russi mandati a crepare in un altro paese senza probabilmente neppure sapere contro chi stanno combattendo. «Quando i primi tempi organizzavamo le raccolte di beni di prima necessità da mandare in Ucraina venivano anche molte persone di origine russa che vivono a Gaeta o Formia ed erano le prime ad essere solidali. Io stessa sono figlia di papà ucraino e di mamma russa. Mia madre, ai tempi dell’Unione Sovietica, era venuta a studiare a Leopoli, dove con mio padre si sono conosciuti e sposati. È la storia che accomuna molte famiglie ucraine e russe. Certo, da giovane non ti rendi conto che devi mantenere i rapporti, molti parenti che vivono in Russia li ho persi di vista. Ma se li risentissi oggi? Mi viene in mente la storia di una ragazza che conosco, suo padre dopo il divorzio si era trasferito in Russia, così quando è successo tutto quanto lei ha cominciato a scriverne sui social, e un giorno suo padre al telefono le ha detto: ma che stai raccontando? Ma perché dici queste bugie, scrivi queste schifezze? E lei: ma papà, ci stanno sparando addosso, ci stanno bombardando la casa. Il padre non ha creduto alla figlia. E la zia pure, la stessa cosa. È tutto a posto, stanno liberando il popolo dai nazisti… Tante famiglie si sono rotte per questo». Anche agli amici o ai parenti più lontani che ha lasciato in Ucraina, Olena dice di non avere il coraggio di chiamare: troppa è la paura di una brutta notizia, di qualcun altro morto al fronte o in città sotto una bomba, senza sapere poi cosa dire, sentendosi anzi in colpa per essere lontani, al sicuro, in un paese in pace. Mentre invece serviamo noi, serve che continuiamo a guardare, ad ascoltare, ad informarci, anche quando la misura ci sembra colma.
