A Gaeta la confondevano con una signora tra tante, una professoressa in pensione, un’attrice del cinema muto, una villeggiante fuori stagione. Chi l’ha conosciuta ripete quella frase tipica del posto, per indicare come l’aspetto dimesso il più delle volte non riveli l’esistenza di un talento: «Non le davi dieci lire, e invece…». La sua casa era come l’abbiamo vista in qualche filmato televisivo: fogli scritti sparsi ovunque, mozziconi di sigarette sul posacenere, e poi il cortile, il balconcino affacciato sul vicolo, le scale ripide, come ci ricordiamo la casa delle nonne nel vecchio borgo. Una mattina stava uscendo con il cappello di paglia, un lungo vestito a fiori, la borsa, le sigarette. La ritrovarono tre giorni dopo.
Da quale vita usciva Goliarda Sapienza? Quante vite aveva lasciato dietro di sé? Siciliana, romana, attrice di teatro, attrice di cinema con piccole parti in film di Visconti, Comencini, compagna d’arte del regista Citto Maselli, figlia di socialisti, comunista, anarchica, militante incapace di essere inquadrata in partiti, organizzazioni, chiese, innamorata di uomini e di donne, accompagnata dalla depressione, inquilina dell’ospedale, del manicomio, del carcere, i luoghi che come diceva sua madre sindacalista bisogna conoscere per capire bene un paese, ospite dei salotti letterari e mondani, insegnante, poetessa, scrittrice, donna che aveva deciso di fare della sua vita una vita interamente dedita alla scrittura, al racconto, al romanzo. Ma nel 1996 non esisteva più neanche una pagina che si potesse leggere di lei, quasi nessuna traccia della sua esistenza di scrittrice. Al momento dell’inumazione nel cimitero di Gaeta, davanti a uno sparuto numero di amici, e poi un mese dopo all’affollata commemorazione in Campidoglio, nessuno accennò alle sue opere. La pubblicazione del suo ultimo libro risaliva a parecchi anni addietro, molte pagine erano inedite, giacevano in una cassapanca della sua casa.
Al primo tavolo a destra del bar La Triestina, quello che lei chiamava «il mio studio privato», tutti sapevano che lei cercava storie; era affamata di storie, le storie che non sempre gli abitanti di questo paesone di mare hanno voglia di raccontare, desiderosi di parlare e sparlare degli altri ma poco di se stessi, eppure lei riusciva a farli parlare, a ottenere le storie che cercava e subito si appuntava su uno dei suoi quadernini che portava sempre con sé. Qualcuno la andava a trovare, ignaro di chi fosse realmente, attratto dalla sua solitudine.
Faceva la spesa a via Indipendenza, si fermava a parlare con le signore della frutta e della verdura che avevano l’aria di «streghe shakespeariane che ti aspettano all’imbocco del bosco di vicoli, e ti chiamano, ti toccano, ti ammiccano, sanno tutto di te e chissà dopo nella controra le chiacchiere maligne in cui si divertono». Si era affezionata a Carmine delle uova, il venditore che teneva il banco nella piazzetta, aveva «l’aria di un bandito gentiluomo» e le raccontava come riuscisse a capire l’animo di una persona da come teneva i soldi mentre gli pagava le uova: «Chi li spiegazzava non era un signore (come la noncuranza verso il denaro poteva far supporre), ma un disgraziato che non combinava niente nella vita, o solo guai». Andava a comprare le sigarette dal tabaccaio gobbo che divideva il negozio e la vita con la madre, anche se era molto lontano da casa sua ci andava apposta per immaginare i pensieri dietro «gli occhi azzurro-verde chiaro magnetici e sempre leggermente annoiati» di questo gobbo tabaccaio dal volto aquilino che le pareva un principe, «non mi guarda mai in viso ma sento che sa tutto di me».
Scriveva nei suoi diari: «L’humus che muove questa cittadina è di un’eleganza incredibile». Le piaceva passeggiare il lunedì mattina quando tutti i negozi erano chiusi, come un prolungamento dell’ozio della domenica, e «per strada tutti si muovono ancora assonnati, assorti e felici nel ripensamento del giorno di riposo». Raggiungeva a piedi la scogliera della spiaggetta di Fontania, si addormentava sulla pietra, per prendere forza, diceva, per assorbire lo spirito del luogo. Si tuffava.
Piangeva sommessamente un giorno di giugno del 1975, sulla spiaggia di Serapo. Si stava innamorando, disse ad Angelo che diventerà suo marito, temeva di non riuscire più a continuare a scrivere. Mancavano ancora alcuni capitoli per finire L’arte della gioia, il romanzo della sua vita, che racconta la storia di Modesta, una donna che rivendica la libertà e diventa padrona del suo destino, un sogno che per molte donne e per troppi anni restò tale. Le ultime pagine furono scritte a Gaeta il 21 ottobre 1976. I due anni successivi li avrebbe impegnati nella revisione del romanzo, i seguenti diciotto a cercare un editore. Editore che non arriverà se non nel 2008, a dodici anni dalla sua morte, a trent’anni dalla definitiva stesura del libro.
L’arte della gioia diventerà un successo mondiale, amato da migliaia di lettori, stampato dalle case editrici più prestigiose, analizzato in convegni e monografie, rappresentato in letture e spettacoli teatrali. Perfino a Gaeta arriverà qualche lettore o qualche curioso, chiedendo di lei, se era vero che abitava lì e qualcuno ancora se la ricordava, se era vero che dopo qualche anno rischiò di finire nell’ossario dei senza nome al cimitero. Dalla cassapanca riemergeranno gli altri racconti, i romanzi, le poesie, i suoi diari. Goliarda Sapienza si era fatta travolgere dalla vita ma aveva salvato le parole. Un riconoscimento postumo, per lei che fece della scrittura una malattia e che usava la scrittura per curarsi. Aveva pignorato case, venduto gioielli, era caduta in miseria per scrivere ma non lo diceva a nessuno.
«Viveva come una principessa, con tre lire» ricorda di lei Ruggiero Di Lollo, anima libera di Gaeta, pittore, scultore, suo amico. Una sera lei gli telefonò da Roma per dirgli che aveva finito le sigarette, lui le comprò un pacchetto di Linda e un sigaro toscano da un distributore sulla litoranea e lei venne in taxi da Roma solo per fumarle. Poche cose le facevano paura: i portoni chiusi, la luna piena, restare senza sigarette.
Di Lollo le dedicò una scultura, scolpita nella penombra della chiesa abbandonata della Sorresca, aveva il sorriso pensieroso di quando nessuno la guardava. Quel viso serio e insieme drammatico. Il 30 agosto 1996, sulla porta di casa di Goliarda che giaceva morta c’era un cartello con sopra scritto “La porta è aperta” e sulla lapide, a Gaeta, oggi c’è scolpita una sua poesia: «Non sapevo che il buio non è nero, che il giorno non è bianco, che la luce acceca e il fermarsi è correre ancora di più».
