Ombre giapponesi

L’effetto che fa il famoso incrocio di Shibuya, considerato l’attraversamento pedonale più affollato e più ordinato al mondo, è inferiore alle aspettative. Tutto l’ordine da cartolina giapponese, i flussi geometrici e regolari che procedono tutti insieme senza urtarsi mai, le diagonali di persone che si incrociano nel mezzo della strada e poi si ricompongono naturalmente, come agli ordini di una regia invisibile, il movimento continuo e silenzioso della massa di pedoni che attraversa quando il semaforo diventa verde, riempie l’incrocio, lo percorre in ogni direzione e poi, altrettanto rapidamente, scompare. Le persone che si sfiorano senza guardarsi, ciascuna immersa nella propria corsa quotidiana, mentre sopra di loro scorrono le immagini gigantesche della città, pubblicità, musica, luci. Tutto questo, però, è leggermente, irrimediabilmente, perturbato. Sono i turisti, arrivati da ogni parte del mondo per vivere almeno una volta l’esperienza dell’incrocio di Shibuya. Rallentano, si fermano, si voltano, cercano il punto migliore per una fotografia, attraversano guardando il telefono o la telecamera invece della strada. Ansiosi di immedesimarsi nei giapponesi, finiscono così per essere gli unici a ricordare continuamente di trovarsi dentro una scena. 

Il turista giapponese armato di macchinetta fotografica, che sciamava rigorosamente in gruppo capeggiato da guida con bandierina d’ordinanza, sommo cliché degli anni Novanta in Italia, vive forse oggi la sua nemesi, oppure siamo noialtri a dover loro chiedere scusa. A Kyoto, le tranquille strade di Gion, il quartiere delle gheishe, fiancheggiate da lanterne e basse case in legno in stile machiya, sono invase da turisti stranieri ingessati nei loro kimono di poliestere, affittati per l’equivalente di venti dollari al giorno. Le giovani maiko sono avvistate e braccate dai turisti come animali selvatici in un safari. Alcuni cartelli avvertono di mantenere le distanze, non pedinare né toccare, non entrare nei vicoli più stretti. Tutti cercano qualcosa a Kyoto: il “vero Giappone”, un momento zen, lo scatto perfetto. Quello che trovano, immersi nella marea crescente di turisti, è qualcos’altro: un enigma moderno senza risposte immediate. Il fatto, dice Laura Imai Messina intervistata nella puntata di Ulisse che abbiamo girato lì, è che il turismo di massa in Giappone non è uguale al turismo in tutti gli altri paesi. «Si ha la sensazione di rompere regole non scritte, perché effettivamente la maggior parte della comunicazione in questo paese si basa sul non detto. Nessuno sgrida mai un altro, anche se il comportamento è errato e quindi mangiare per strada oppure mangiare a bordo di treni di breve percorrenza, oppure semplicemente sedersi per la strada, è considerato poco educato. Questo fa sì che la pressione silenziosa che i giapponesi sono abituati a usare gli uni sugli altri non funzioni con un turista». Anche noi, mentre cerchiamo di tenere fuori dall’inquadratura i turisti nel tempio Kiyomizu-dera di Kyoto ci chiediamo cosa penseranno gli eredi di questa civiltà millenaria e complessa, diventata straordinaria nella sua unicità grazie ai secoli di isolamento prima di aprirsi, quasi di malavoglia, al mondo e agli scambi commerciali, cosa segretamente penseranno insomma di queste orde di americani e cinesi e europei sudati, urlanti e ciabattanti, qualcuno di loro pure vestito da shogun da capo a piedi. 

Forse, ad attrarre tutti queste persone, non deve essere solo la fascinazione per ciò che è lontano, oppure lo yen debole, oppure le centinaia di ore di cartoni animati visti in televisione nei lontani pomeriggi d’infanzia. Ma la sensazione che in Giappone nulla di male possa succedere. Alla base della cultura giapponese c’è l’omotenashi, una filosofia dell’ospitalità che si fonda sulla cura della forma quando ci si presenta in pubblico coniugata a una sincerità e un’onestà senza riserve nel ricevere gli ospiti e servirli. Una cura che non fa differenze tra residenti e turisti, ed è così percepibile da rendere senza dubbio piacevole ogni viaggio. Allo stesso tempo, chi di noi sarebbe davvero disposto a trasferirsi per davvero in Giappone e lì viverci? E dunque prendersi in carico le regole non scritte, la durissima disciplina interiorizzata, la vertigine dei segni da decifrare, l’organizzazione meticolosa che non lascia niente al caso, la fissazione con tutto ciò che è meccanico, rituale, la fissità dei ruoli sociali. Probabilmente l’unico modo per vivere in Giappone è essere giapponesi. Accettare con gioia non solo i vantaggi, ma anche il prezzo dell’esserlo. Accidente dell’esistenza che può accadere per nascita o per virtù innata pur essendo nati e cresciuti in altri continenti. Quando vedo una persona di nascita e origine straniera che ha scelto di trasferirsi e vivere in Giappone penso sempre che dentro di lei o di lui ci sia una sorta di giapponese innato, che non vedeva l’ora di uscire fuori e plasmare la sua vita nell’unico luogo al mondo adatto per farlo, e tutto, dai modi alla prossemica fino quasi alla fisiognomica non fa che adattarsi, o semplicemente emergere.

Sono dunque tanti i motivi per i quali chiunque abbia la ventura di soggiornare in Giappone finisca in breve tempo per credersi un antropologo, un sociologo, un indagatore, un epigono di Roland Barthes nell’Impero dei segni, perfino mentre cerca in maniera del tutto maldestra di premere bottoni a caso di un water e ritrovarsi, appena entrato nella stanza d’albergo, degli spruzzi feroci di acqua sul viso. Tokyo ha persino fatto dei suoi bagni pubblici un progetto culturale: architetti di fama internazionale chiamati a trasformare il luogo più prosaico della città in uno spazio bello, accessibile, perfettamente pulito, quasi da visitare, e un regista europeo blasonato a trasformare la loro manutenzione certosina in un film, la storia simbolica di un uomo che attraverso la sua routine individuale fa qualcosa per il bene comune. Eppure, basta camminare per Tokyo con un po’ di attenzione, soprattutto nei giorni caldi estivi, per accorgersi che questa città che quattrocento anni fa era un villaggio di pescatori e oggi è una galassia di 37 milioni di abitanti che si riflette nel suo stesso specchio, è solo apparentemente sterilizzata ed asettica. Gli odori aggrediscono dalla soglia delle case. Birra vecchia, brodo fumante, anguilla grigliata. Effluvi di umidità e scarichi, acque tombate sotto l’asfalto e pronte a riemergere. I profumi leggeri delle scolarette in giacche blu e gonne scozzesi, vestite che sembrano quasi delle lolite vittoriane. O quelli dei ragazzi con le punte dei capelli ossigenate e cuffie enormi. L’incenso dei templi o dei cimiteri. Il fritto dentro dedali di vicoli alla Blade Runner, dove lanterne di carta oscillano tra intrecci di cavi elettrici. 

Il futuro giapponese non ha cancellato il passato, gli ha semplicemente costruito intorno. Il Giappone vive nel 2050 e nel 1985 contemporaneamente. Quella che viene percepita come una futuristica cyber-società è, in molti aspetti quotidiani e burocratici, un’infrastruttura tecnologica che si è cristallizzata all’apice del suo boom economico. Gli anni Ottanta, appunto, quando sembrava che, tra un walkman e una Toyota, l’avanzata di questo paese, trasformato da distesa di macerie dopo la guerra a potenza industriale ed economica nel giro di vent’anni, dovesse essere inarrestabile. La verità, penso mentre il trenino monorotaia vuoto fa avanti e indietro nella baia di Tokyo verso l’isola artificiale di Odaiba, è che quella era una visione euforica, non ancora guastata dalle angosce per l’inquinamento e la globalizzazione. Oggi anche la donna intervistata nel parco di Tokyo, durante la fioritura dei ciliegi, con un robottino parlante in mano, che alle telecamere dice «Non ho figli, quindi lui è come un figlio per me, inoltre vivo in un condominio, quindi non posso tenere animali domestici, Ton Ton mi rende felice! Ton Ton. Ah, l’hai detto, hai detto buongiorno!», anche lei ci provoca una sottile ma decisa vena di angoscia. E tutto questo infantilismo che noto, nei pupazzetti, nelle pubblicità, nelle musichette, nei cartoni, nei vestitini delle ragazze, nel soft porno dei manga, nei bar con i maialini e i capibara, nella parola giapponese che ho imparato senza studiarla e cioè kawaii, che vuol dire pressappoco “che carinoooo”, cosa sarà? Forse la malattia senile del capitalismo. Forse la valvola di sfogo, per noi incomprensibile, di una società ultradisciplinata, che, come via di fuga, contemplava al massimo quella di infilarsi una spada nella pancia. Forse la riuscita e apparente riconversione di un popolo dal nazionalismo e dal furore bellico. Forse semplicemente una caratteristica del nostro tempo che lì si è perfezionata, e alla quale in questo mondo turbolento aneliamo. Un modo per provare a vivere una vita più rilassata.

Se si chiedesse ai turisti in visita a Tokyo quali sono i luoghi più rappresentativi della città, sicuramente molto di loro citerebbero l’incrocio di Shibuya. Per sua natura, un luogo in divenire, mai fermo. Forse il più adatto a rappresentare quel senso di continua trasformazione, di transitorietà, che è tipico di questo paese. Ricostruire invece di preservare l’originale, non è un tabù in Giappone. Dipende soprattutto dal fatto che per secoli tutto si è costruito soltanto in legno, un materiale deperibile che va sostituito regolarmente, e spesso si è dovuto fare i conti con una natura matrigna, generosa di incendi e inondazioni e terremoti. E ciò è forse legato alla consapevolezza, molto zen, che tutto è comunque destinato a morire e a rinascere, e che l’effimera bellezza di fiori di ciliegio sia in realtà la vera manifestazione della bellezza. Scrisse un poeta giapponese del XII secolo: «Scorre incessante il fiume e la sua acqua non è mai la stessa».

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